mercoledì 19 settembre 2012


Vangelo disumano, vangelo sovrumano

Galati 1:12

Vi dichiaro, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è opera d'uomo, perché io stesso non l'ho ricevuto né l'ho imparato da un uomo, ma l'ho ricevuto attraverso la rivelazione di Cristo Gesù. (Epistola di Paolo ai Galati, capitolo 1, verso 12)

Queste poche parole di Paolo sono di una semplicità straordinaria e al contempo di una difficoltà enorme. Paolo deve affermare davanti ad un gruppo di persone a cui ha annunciato il vangelo alcuni anni prima, e che hanno poi incontrato altri predicatori che hanno modificato il senso di quel vangelo, che quello giusto è il vangelo da lui annunciato e non viceversa. Per poterlo fare deve rivendicare un certa autorità. E lo fa affermando all'inizio della lettera che lui è apostolo (cioè mandato da Dio) non per volere degli uomini ma per volere di Dio; ed ora affermando che il suo vangelo ha un'origine divina e non un'origine umana. I concetti sono semplici, ma valli a dimostrare... Come si fa a provare che si sta parlando da parte di Dio? Quali prove esterne ci sono, quali criteri di verifica per dire che sia veramente così? Paolo fornirà alcune risposte ben articolate lungo il corso di questa densa lettera, che fanno appello alla sua biografia, ed alla sua esperienza diretta di Dio. Prima di esaminarle vorrei però soffermarmi alle premesse e vedere in che misura il problema posto da Paolo sia pertinente in ogni tempo. E lo vorrei fare ponendo due domande.
In primo luogo: Esiste un vangelo che è opera d'uomo? Ed in secondo luogo: con che diritto Paolo dice che il suo vangelo viene da Dio?

1. Vangelo d'uomo o vangelo di Dio?
Paolo sta dicendo ai Galati che il suo vangelo non è opera d'uomo. Ma visto che precedentemente ha affermato che non ci sono mille vangeli, ma uno solo, sta più semplicemente dicendo che il vangelo non è un discorso umano, non è una filosofia, non è una nuova dottrina che si affaccia nel panorama filosofico del tempo e che è migliore delle altre. Sta dicendo che il vangelo viene da Dio, e che chi riceve veramente questo vangelo, lo riceve da Dio. E' verissimo che possiamo dubitare di ogni persona che rivendica di avere un messaggio da parte di Dio. Ma è altrettanto vero che il vangelo, inteso come buona notizia di Dio agli uomini, non può che avere un'origine divina, altrimenti non è più tale.
In altre parole il vangelo che Paolo ha presentato ha una componente spirituale che trascende le categorie umane secondo cui gli uomini ragionano comunemente, e riguarda una vita diversa, trascendente, fatta di dialogo con Dio, attraverso la persona di Gesù Cristo. Può sembrare scontato, ma è importante fare questa differenza altrimenti il vangelo rischia di diventare una semplice buona filosofia, un insieme di sani principi fatti di rispetto ed amore per il prossimo, una forma di umanitarismo colorata di giudeocristianità. E non può né deve essere questo. Il vangelo è un incontro diretto con Dio, un rovesciamento delle categorie umane naturali, una scoperta di una vita nuova interamente rinnovata e guidata dallo Spirito di Dio. Se ci avviciniamo al vangelo semplicemente perché ci pare una bella filosofia di vita, perché ci attirano i suoi valori o le persone che lo praticano, stiamo mancando il centro del vangelo. Il centro è la possibilità di entrare in contatto diretto con Dio, attraverso un perdono che solo Dio può dispensare. Ecco perché dico che è "disumano"... E' disumano, o ancora meglio, sovrumano, perché permette qualcosa che nessun uomo può permettere.
Paradossalmente Paolo dicendo che il suo vangelo viene da Dio, rinuncia a qualsiasi pretesa diimpresa sulle persone, a qualsiasi forma di dominazione politica e psicologica dei suoi fratelli in Galazia, e anzi, li mette in guardia proprio perché si rende conto che altri stanno cercando di manipolarli con ragionamenti puramente umani che riportano la vita ad un'umanità piatta.
Ieri mi trovavo in un enorme centro commerciale a Milano e dopo questo ho visitato Ikea. Mi colpiva la potenza della persuasione pubblicitaria e lo sbandieramento forzato della convenienza comunque, al punto che a non comprare ci si sente stupidi, si pensa di aver perso un'occasione. La logica dei supermercati ci porta un vangelo veramente umano, quello della parabola consumistica per cui staremo meglio se compreremo cose che ci fanno star bene. Guai invece ad un vangelo che volesse agire sugli uomini con la manipolazione e non con la pura predicazione che richiede un'adesione razionale e spirituale.
Paolo, infatti, vuole far tornare l'uomo al progetto iniziale che Dio aveva concepito per lui, quello di una pienezza fisica e spirituale fatta di intesa con Dio, che l'uomo ha perduto peccando, cioè rendendosi indipendente, autonomo da Dio. Ritornare a questo progetto significa disumanizzarsi prima, per riumanizzarsi e diventare quello per cui Dio ci ha creati: essere umani, quindi di "humus", di terra, in comunione di Spirito con Dio. Il vangelo non è "umano"! Non è un qualcosa che viene dalla terra e che porta alla terra. Viene da Dio e porta verso Dio. E chi lo vuole annunciare deve fare sue le parole dell'apostolo e fare un grande sforzo: lo sforzo di non aggiungere niente a questo vangelo, di non "riumanizzarlo" secondo la sua cultura, la sua civiltà, la sua umanità. Il vangelo deve veramente portarci in alto, al di sopra della nostra comune condizione umana, per farci vivere bene nella condizione umana in cui ci troviamo. Rigenerando il nostro spirito e ristabilendo la nostra profonda amicizia con Dio. La risposta alla domanda è quindi chiara: no! Non esiste un vangelo che venga dall'uomo perché il vangelo è per definizione disumano, o meglio sovrumano!

2. Con che diritto Paolo dice che il suo vangelo viene da Dio?
Il vangelo di Paolo ha una particolarità. Se è vero che il vangelo è qualcosa di divino, e quindi ogni conversione è soprannaturale, dobbiamo ammettere che il modo in cui Paolo ha incontrato il vangelo ha qualche particolarità in più. Molti ascoltano da altri la buona notizia del vangelo. Poi decidono se accettarla o meno, e se aprono il cuore allo Spirito, incontrano Dio. Quindi parola divina, ma mediata da uomini che la annunciano, esattamente come Paolo la ha annunciata ai galati. Per Paolo le cose sono andate diversamente, perché mentre si dava da fare per uccidere dei cristiani, Dio stesso lo ha accecato costringendolo a riconoscerlo come Signore. Ci riporta dunque un'esperienza che è interamente fatta di spiritualità, di soprannaturale, sulla quale il nostro controllo razionale ha ben poche possibilità di intervenire. In altre parole, se qualcuno ci chiedesse chi ce lo garantisce che era veramente Cristo che parlava con Paolo, non potremmo rispondere che ci sono delle prove schiaccianti e incontrovertibili che dimostrano che è Dio che gli ha parlato... Ma del resto è ovvio, ed è così come per tutto quello che è spirituale. Non ci sono mia prove razionalmente vincolanti, ma fatti che viviamo nello spirito.
Tuttavia, alcuni elementi della conversione di Paolo, mi sembrano da notare. Non dimostrano razionalmente la divinità dell'esperienza da lui vissuta, ma devono però far riflettere.
  • In primo luogo Paolo passa dalla violenza alla pace, dalla persecuzione alla libertà, dall'integralismo fondamentalista all'annuncio deciso ma amorevole e pacifico. Non è qualcosa di comune a molti uomini. So bene che ci sono mille obiezioni, che si può parlare di sensi di colpa che portano a cambiare, che si può leggere tutto in modo puramente umano, ma una simile conversione, un simile cambiamento deve far riflettere. Come devono fare riflettere le vite che ancora oggi vediamo cambiare davanti ai nostri occhi. Ancora oggi, in nome di questo stesso vangelo ci sono delinquenti che abbandonano la delinquenza, drogati che abbandonano la droga, ubriachi che smettono di bere, o più semplicemente persone tristi e disperate, che trovano la gioia, o persone tranquille che trovano nel vangelo una dimensione di vita più profonda e più ricca. Ognuno deve riflettere sull'origine di questi cambiamenti...
  • Dall'etnocentrico all'universale. Quello di Paolo è vangelo, ed è vangelo divino perché mira all'universalità, è valido per tutti gli esseri umani, e non è più racchiuso tra i limiti etnici di una nazione. Paolo si pone proprio sul punto di passaggio che porta dal particolare degli ebrei, all'umanità intera. Questo realizza le profezie che troviamo in numerosi passi dei profeti del popolo di Israele, come Isaia e tanti altri che già anni prima parlavano di annuncio alle nazioni ed il fatto che un uomo porti il messaggio ricco e potente contenuto nelle Scritture degli ebrei alla totalità dell'umanità con un'apertura universalista, fa ugualmente riflettere. Non prova certo l'origine divina di quel vangelo, ma se l'idea che ci facciamo di DIo è quella per cui è un essere che ama tutti gli uomini, senza distinzioni di razza, cultura e nazione, ecco che il vangelo di Paolo va direttamente in questo senso, e ben prima che l'uguaglianza tra uomini venisse teorizzata dai filosofi.
  • Dal singolo individuo alla collegialità degli apostoli: c'è un ultimo punto che fa ugualmente riflettere. La conformità dell'esperienza di fede. Questo vangelo di Paolo non si presenta in opposizione a quello degli altri apostoli, non è la parola di un uomo contro quella di altri. Certo che ci saranno tensioni nell'equipe apostolica e discussioni che troveranno delle soluzioni. Ma quest'intuizione universalista di Paolo è condivisa. E la fede comune unisce questi uomini in maniera uniforme. Questo forse dà qualche garanzia rispetto all'idea che la fede sia semplicemente fatta di idee umane che un uomo ha saputo ben architettare. Si tratta di rivelazioni dirette a più uomini che trovano una grande coerenza di fondo ed una grande armonia tra di loro, malgrado la differenza di accenti e di tono. Anche questo non prova niente: ma c'è una sfida per ognuno di noi? Vogliamo cercare di incontrare anche noi la voce di Dio in questo vangelo predicato da Paolo, vivendo un'esperienza simile a quella degli altri apostoli?

Lasciamo che lo Spirito stesso attesti in noi l'origine divina delle parole che leggiamo. E lasciamo che questo stesso Spirito, ci disumanizzi, ma per renderci più umani. AMEN


mercoledì 12 settembre 2012


Uno, dieci, cento vangeli

Galati 1:1-10

1 Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti, 2 e tutti i fratelli che sono con me, alle Chiese della Galazia.3 Grazia a voi e pace da parte di Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, 4 che ha dato se stesso per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, 5
 al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.
6 Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro vangelo. 7 In realtà, però, non ce n'è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. 8 Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! 9 L'abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! 10 Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo! (Epistola di Paolo ai Galati 1:1-10)

Sentiamo spesso dire che tutte le strade portano a Dio, che non ne esiste un'unica o una privilegiata e che quel che conta è comportarsi bene. Si tratta di slogan che spesso accettiamo senza troppo riflettere, probabilmente perché gli eccessi e l'aggressività di chi ha preteso si detenere un'unica verità ci hanno scottati e resi ostili a qualunque proposta forte in materia di fede. I presunti detentori della verità ci paiono arroganti e presuntuosi, ed in effetti chi sostituisce se stesso al vangelo proponendosi come migliore degli altri finisce per allontanare l'umanità da quel Dio che vorrebbe presentare.
Tuttavia, un'epistola come quella di Paolo alle chiese di Galazia, che cominciamo oggi a studiare e che continueremo a studiare per diverse domeniche, ci farà forse rivedere criticamente gli slogan che moltiplicano le verità relativizzandole, facendoci cogliere il messaggio profondo di un vangelo che si propone come verità. Come verità sull'uomo, sulla vita, su Dio. SI badi bene, non come verità che farebbe certi uomini migliori di altri o unici detentori di verità; ma come verità che permette la conoscenza di quel Dio che si è rivelato in Gesù Cristo duemila anni fa, e che in modo universale invita ogni uomo ad incontrarlo ed a conoscerlo. Questo è lo scopo delle Scritture e questo il motivo per cui le studiamo.

L'epistola di Paolo alle chiese della Galazia è, ad opinione comune, una delle più importanti dell'apostolo, ed una di quelle che viene universalmente riconosciuta come autentica. La lettura dei primi dieci versetti ci dice qualcosa di molto forte sul senso del vangelo che cercherò di riassumere in tre punti.

  1. Un riassunto del vangelo.
Quando si parla di vangelo, di Cristianesimo, di Gesù è sempre difficile riuscire a riunire tutto in un'unica frase o parola. Non si sa da dove partire, si fa riferimento all'esperienza personale, ci sembra che la quantità di informazioni da dare parlando del vangelo siano troppo numerose. È utile quindi leggere le prime righe delle epistole di Paolo: in questa, dicendo che il suo apostolato viene da Dio e non dagli uomini, aggiunge un brevissimo riassunto del vangelo. Consideriamo questi pochi versetti:

Il Signore Gesù Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, 5 al quale sia gloria nei secoli dei secoli.

Potrà sembrare riduttivo, ma il vangelo, in pochissime parole è soltanto questo: Gesù Cristo, che è risuscitato dai morti è morto dando se stesso per noi. Perché? Perché i nostri peccati ci separavano da Dio. I nostri peccati, il cui primo è quello di ritenerci autonomi ed indipendenti dal creatore della vita, ci allontanano da Lui. Questo allontanamento ha un prezzo che Gesù Cristo ha pagato sulla croce, dando se stesso al posto nostro. Questo suo atto ci strappa da un mondo perverso: che significa? Significa che se viviamo senza tenere conto di questo sacrificio viviamo male, o solo apparentemente bene, ma in realtà male. Perché non cogliamo la dimensione eterna della vita e rimaniamo legati a questo mondo presente. Che è finito e che funziona male.
Certo che, detto ciò, potremmo aggiungere moltissime altre cose: che dobbiamo cambiare il nostro modo di vivere, che dobbiamo amare profondamente i nostri simili che sono amati quanto noi dal Padre, e per cui Gesù è ugualmente morto. Ma il centro è quello messo in luce da quelle poche parole. Tutto parte da un'azione di Dio nei nostri confronti che ha visto Cristo morire per noi. Questa è la volontà del padre. E per questo noi diamo gloria a Dio. Il vangelo si completa quando dalla lontananza da Dio cominciamo a lodarlo, a sentire il bisogno di dargli valore ed importanza. Ecco in pochissime parole il vangelo.

  1. Uno o tanti vangeli?
Veniamo ora al problema centrale dell'epistola. Se questo che abbiamo brevemente illustrato è il vangelo, Paolo si stupisce che i Galati siano velocemente passati ad un altro vangelo. Velocissimo riassunto storico: la Galazia è una provincia dell'impero romano, che si trova nella zona in cui oggi troviamo la capitale della Turchia, Ankara, e in cui Paolo aveva fondato durante il suo secondo viaggio (Atti 16,6) che ha poi rivisitato durante il terzo viaggio (At 18,23). Probabilmente durante la sua assenza alcuni che lui definisce “turbatori”, “sovvertitori” cercano di cambiare questo vangelo di Cristo. Sembra che si tratti di cristiani che cercano di ripristinare alcune leggi e tradizioni giudaiche, in particolare la circoncisione o il rispetto di alcune feste. Vedremo più avanti più nel dettaglio in cosa consista questa eresia, ma per ora ci limitiamo a insistere su un semplice fatto: non ci sono tanti vangeli; o come dice Paolo: “Non c'è un altro vangelo” oltre a quello di Gesù Cristo. Il vangelo è uno ed è il solito, quello della grazia di Dio verso gli uomini. Aggiungere a questo semplice vangelo altre esigenze, altri orpelli, altre invenzioni significa rovinarlo. Ci hanno provato questi intrusi nelle chiese di Galazia 2000 anni fa, e hanno continuato e continuano a rovinarlo in tanti nel corso della storia ed oggi. Anzi forse dovremmo renderci conto che tutti, siamo potenzialmente dei guastatori, dei disturbatori del vangelo, nel momento in cui “aggiungiamo” elementi estranei alla sua semplicità. Nel corso della storia le chiese hanno inventato numerose tradizioni, hanno strutturato la loro forma in mille modi diversi, hanno elaborato dottrine molteplici. La Riforma protestante ha cercato di dare una forte spinta verso il ritorno a questa semplicità iniziale, ma spesso le stesse chiese nate dalla riforma hanno aggiunto molte dottrine a questo nucleo centrale. Molte di queste sono sicuramente importantissime e completano il messaggio del vangelo, arricchendolo in modo costruttivo. Ma non ci può essere una dottrina, una teologia, una chiesa che aggiunge o che si mette in contrasto con questa semplice verità. Non è tutto relativo, e non è tutto uguale. C'è un vangelo vero ed un vangelo falso e come credenti rischiamo di incorrere nell'anatema di Paolo – cioè nella maledizione – se vogliamo cambiare, sovvertire quel vangelo che Cristo ha presentato. Molti cattolici hanno sostituito questo vangelo con il concorso delle opere umane, con una presunta bontà naturale dell'uomo o con un apparato sacramentale capace di fare qualcosa da solo; molti evangelici hanno finito per mischiare all'unicità della salvezza la frequenza alle riunioni in chiesa o il numero di versetti memorizzati a settimana; altri protestanti hanno finito per pensare che questa grazia sia talmente libera e tranquilla che poco importa poi se salva o meno dal “presente mondo perverso”, finendo per vivere come se nessuno li avesse strappati da quel mondo di cui parla Paolo. Ma l'inizio meraviglioso di questa lettera ci mette in guardia: il vangelo è uno, ed è semplice. Non allontaniamocene rovinandolo e maledicendoci!

  1. L'autorità
Mi colpisce molto una delle affermazioni di Paolo di questi pochi versetti: il vangelo non deve essere diverso da come è stato annunciato dagli apostoli. La comunità apostolica, avendo vissuto da vicino con Gesù, è garante di quel messaggio, che ha cercato di fissare nelle Scritture che ci sono pervenute. A parte questa parola apostolica, che crediamo guidata ed inspirata dallo Spirito Santo, non ci sono altre “agenzie” autorevoli in grado di annunciare il vangelo. Se anche un angelo, quindi una fonte spirituale, volesse cambiarlo non avrebbe questo diritto. È un messaggio chiaro per i visionari e per quelli che pensano di avere un contatto diretto con il cielo superiore a quello degli apostoli stessi. Addirittura Paolo previene un suo potenziale rincretinimento senile cambiamento di qualche tipo: se anche “noi”, cioè quegli stessi apostoli che potrebbero nel tempo essere maturati ed aver fatto diverse esperienze, volessero cambiare il vangelo annunciato inizialmente, siano maledetti! Perché non è un messaggio di uomini in cerca del favore degli uomini, ma un messaggio di Dio che cerca di annunciare Dio senza compromessi. Il vangelo dei sovvertitori delle chiese di Galazia probabilmente cercava di compiacere alcuni giudeo-cristiani che aveano a cuore le tradizioni giudaiche. Oggi molte chiese cercano di compiacere qualche categoria di persone. Attenzione, non di andare incontro a queste persone, ma di compiacere, cosa molto diversa. Il vangelo ovviamente si adatta, si modella in base al destinatario, ma il suo nucleo non cambia. Ma andare incontro diventa compromesso quando il vangelo quando cerca di compiacere: quando toglie ogni suo elemento soprannaturale per compiacere gli intellettuali; quando elimina ogni riferimento alla povertà per compiacere ai ricchi; quando parla solo di povertà per piacere ai marxisti o ai poveri; quando parla solo di valori per piacere ai benpensanti e solo di violenza verbale per compiacere i rivoluzionari. Potremmo aggiungerne tante, ma il vangelo ritoccato non è più tale. E allora predicandolo chiediamoci sempre, se stiamo trasmettendo quel messaggio di grazia, se lo stiamo predicando come unico e necessario e soprattutto se stiamo cercando di piacere agli uomini o a Dio.


lunedì 3 settembre 2012


Quanto vale un seme?

Vangelo di Marco capitolo 4:1-20

1 Di nuovo si mise a insegnare lungo il mare. E si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli salì su una barca e là restò seduto, stando in mare, mentre la folla era a terra lungo la riva. 2 Insegnava loro molte cose in parabole e diceva loro nel suo insegnamento: 3 «Ascoltate. Ecco, uscì il seminatore a seminare. 4 Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e vennero gli uccelli e la divorarono.5 Un'altra cadde fra i sassi, dove non c'era molta terra, e subito spuntò perché non c'era un terreno profondo; 6 ma quando si levò il sole, restò bruciata e, non avendo radice, si seccò. 7 Un'altra cadde tra le spine; le spine crebbero, la soffocarono e non diede frutto. 8 E un'altra cadde sulla terra buona, diede frutto che venne su e crebbe, e rese ora il trenta, ora il sessanta e ora il cento per uno». 9 E diceva: «Chi ha orecchi per intendere intenda!».
10 Quando poi fu solo, i suoi insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. Ed egli disse loro: 11 «A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio; a quelli di fuori invece tutto viene esposto in parabole,12 perché:
guardino, ma non vedano, ascoltino, ma non intendano,
perché non si convertano e venga loro perdonato».
13 Continuò dicendo loro: «Se non comprendete questa parabola, come potrete capire tutte le altre parabole? 14 Il seminatore semina la parola. 15 Quelli lungo la strada sono coloro nei quali viene seminata la parola; ma quando l'ascoltano, subito viene satana, e porta via la parola seminata in loro.16 Similmente quelli che ricevono il seme sulle pietre sono coloro che, quando ascoltano la parola, subito l'accolgono con gioia, 17 ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della parola, subito si abbattono.18 Altri sono quelli che ricevono il seme tra le spine: sono coloro che hanno ascoltato la parola, 19 ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e l'inganno della ricchezza e tutte le altre bramosie, soffocano la parola e questa rimane senza frutto. 20 Quelli poi che ricevono il seme su un terreno buono, sono coloro che ascoltano la parola, l'accolgono e portano frutto nella misura chi del trenta, chi del sessanta, chi del cento per uno».


Dopo un bel periodo di semina, come quello che abbiamo trascorso insieme ai nostri amici francesi, credo sia bello riprendere la parabola del seminatore che, appunto, parla di seminare. Per una settimana, abbiamo infatti cercato di seminare in modo più “intensivo” di quanto non facciamo di solito, distribuendo volantini sulla nostra chiesa, e annunciando la parola con diverse attività di evangelizzazione. Pensando a tanti semi lanciati, sotto forma di fogli, parole ed incontri, possiamo trovare un senso a quanto fatto meditando le parole del vangelo di Marco.
Perché Gesù tra le tante metafore che avrebbe potuto scegliere prende proprio quella del seme ? -  che non è poi la sola a cui equipara il vangelo. Tento una risposta: il seme, in primo luogo, ci colpisce per la sua piccolezza e per la fragilità del suo destino. Un seme lanciato da un seminatore è esposto al vento, agli uccelli, all’impossibilità di vedere sotto i terreni e quindi può cadere nel buono, ma anche nel cattivo terreno. Mi colpisce proprio il fatto che non ci sono grossissime garanzie che un seme lanciato produca frutto. Potrebbe esserci siccità, eccesso di piogge, potrebbe essere mangiato appunto dagli uccelli, e niente ci garantisce che faccia crescere una pianta. Il vangelo, paradossalmente, è anche così; o meglio, l’evangelizzazione è più simile ad una semina tradizionale, che ad un’operazione di agricoltura intensiva. In modo delicato, come un seme, si insinua tra le zolle di un campo e aspetta di essere accolto bene. C’è una gran fragilità nel suo affermarsi. Mi viene da pensare a quanto poco siano invasivi i semi, alla loro discrezione. L’evangelizzazione non è quindi una rumorosa ed impositiva campagna pubblicitaria che impone un messaggio. Dio non si impone agli uomini con violenza, e non si manifesta con aggressività, ma si propone come un seme. Tuttavia, questo seme impone ai terreni di rivedere completamente la loro consistenza, proprio come le parabole non impongono niente, ma per essere capite richiedono uno sforzo interpretativo. “Chi ha orecchi per intendere”, dice Gesù! Perché il seme possa portare frutto non c’è bisogno di pesticidi che sconfiggano le piante del campo o di irrigazione intensiva che faccia crescere dove è impossibile: c’è bisogno che i terreni siano pronti ad accogliere, quindi di una trasformazione dei terreni. Ecco perché, nella spiegazione, Gesù dice che parla in parabole: per costringere le persone a riflettere sulla loro condizione. Quindi fragilità, delicatezza, soffio: ma non perché il vangelo non sia potente! Semplicemente perché questo modo di porsi del vangelo, costringe a cercare, a pensare, a scoprire. E chi non vuole aprire il proprio cuore al seme della parola, rimane un terreno sterile che non porta frutto.
Uccelli. Possiamo riprendere le immagini di questa parabola e vedere quanto siano attuali ed utili a spiegare la precarietà della semina: il seme sulla strada viene portato via dagli uccelli, che rappresentano satana che porta via la parola. La società in cui viviamo è caratterizzata da una quantità infinita di informazioni che circolano e di canali che le fanno circolare: i media che abbiamo oggi permettono di seminare idee buone e cattive in modo più ampio e veloce di quanto non accadesse al tempo di Gesù. Come credenti abbiamo la gran responsabilità di seminare tanto perché i semi vengono facilmente spazzati via da altre idee o da altri canali. Infiliamo dépliant di evangelizzazione accanto al catalogo dell’IKEA, alla pubblicità di un ristorante, a mille altre proposte che concorrono. Dobbiamo esserne consapevoli, e non stancarci di seminare. Ma dobbiamo anche pensare a noi stessi: riceviamo la parola adeguatamente o lasciamo che venga portata via dal primo uccello che passa? La parola che leggiamo da soli, quella che ascoltiamo la domenica, quella che leggiamo in un libro, che cosa facciamo perché attecchisca? Se ci limitiamo ad ascoltarla superficialmente, senza tornarci sopra durante la settimana, senza parlarne, senza riprenderla, probabilmente finirà per essere mangiata dagli uccelli...
Rocce: seminiamo in un terreno che spesso ha terra solo in superficie e sotto è fatto di rocce. È una bella immagine per descrivere la superficialità umana. Ci si entusiasma facilmente, ma solo del contorno del messaggio, non della sua essenza. Capita spesso di vedere nelle chiese persone che si avvicinano con entusiasmo, che magari fanno professioni di fede  e battesimi, che dichiarano la loro fede con forza, e che poi si fermano alla prima prova. La scarsità di terreno, la superficialità è una pecca tipica della nostra società. Sentiamo talmente tante voci che non riusciamo ad approfondirne nessuna, quindi ci lanciamo con entusiasmo verso cose nuove, ma non le assimiliamo. Anche qui dunque cerchiamo di essere consapevoli che la semina prevede di queste false partenze... Ma lasciando chi abbandona le chiese e pensando a chi invece rimane:  quanto approfondiamo le parole che il Signore ci dà? Quanto lavoriamo perché si radichino profondamente dentro di noi per portare il frutto di una vita rinnovata?
Spine. L’attualità di quest’ultima immagine mi sconcerta. Preoccupazioni e bramosie del mondo, ricchezza, tendenze che in un mondo materialista e consumistico come il nostro vengono portate alla massima esaltazione. Mi spaventa sempre di più il problema del senso che riceviamo dai prodotti della nostra società: siamo incoraggiati a comprare e siamo in crisi perché non produciamo e non compriamo... Il capitalismo ci abitua ad essere consumatori in primo luogo. E confesso che l’acquisto di un bene mi procura gioia, mi fa sempre pensare che potrò stare meglio. Una macchina nuova più grande, un computer nuovo più rapido, una lavatrice nuova... Non possiamo uscire dal mondo in cui siamo e fare a meno dei beni di consumo, ma dobbiamo essere consapevoli del loro potere “soffocante”. Quando diventano fini a se stessi ci hanno soffocato, e hanno sottomesso la nostra vita al consumo. Dio non vuole dei consumatori, vuole persone che portino frutto, e che fioriscano nella gioia spirituale di conoscerlo. Vuole persone che sappiano usare i beni di questo mondo per la sua gloria ed il suo regno, non che li distraggano dal fine della vita. Consapevoli che molti semi verranno soffocati dalle spine del mondo consumistico in cui viviamo, stiamo attenti a tagliare i rovi intorno a noi!
La potenza del messaggio. Quanto detto potrebbe spaventarci o comunque farci stare sull’attenti, perché se il messaggio è così precario potremmo temere di perderlo, di non riceverlo, di seminare invano o ancora potremmo immaginare che la ricezione del messaggio sia del tutto arbitraria. Eppure la parabola ha un gran messaggio incoraggiante: nonostante la piccolezza e la fragilità il seme nasconde un’infinita potenza. Ed è impressionante pensare che piante enormi, come le sequoie o i baobab, ma anche dei semplici pomodori o delle zucche, vengano fuori da piccoli semini che hanno in sé una misteriosa forza che li fa crescere. Se l’aspetto della fragilità ci ha preoccupati, facendoci temere che le parole possano volare senza utilità, possiamo stare certi che ogni seme di vangelo depositato non è deposto invano. Nasconde in sé una forza che va avanti da sola, e che per quanto vada annaffiata è lasciata in mano alla natura. Durante questa settimana abbiamo lanciato molti semi, ed altri amici ci hanno aiutato a lanciarne. Questi semi hanno una loro forza intrinseca che non dipende da noi e dalla nostra volontà, e possiamo avere fede in Dio che cresceranno. Non sappiamo in quali terreni, ma certamente cresceranno perché il vangelo contiene una sua forza autonoma, quella dello spirito santo che fa crescere le parole seminate. Non vedremo crescere molti dei semi seminati, eppure cresceranno in un modo che noi non immaginiamo.
E possiamo anche pensare che se siamo stati un giorno buon terreno ed abbiamo accolto il seme della parola, questo seme continua ad andare avanti. La parabola parla del seme nella sua prima fase, ma già nello stesso capitolo una parabola successiva che non abbiamo letto parla della forza dell’albero che cresce da sé. Se abbiamo scelto di camminare con Dio, ci siamo convertiti ed abbiamo dato la nostra vita a lui, possiamo stare certi che questa vita continua.
Se la parabola poggia sulle due idee di fragilità e potenza del seme, credo che noi potremmo pensare di identificarci sia con il seminatore che con la terra che riceve: abbiamo ricevuto un seme lanciato da altri; sforziamoci di coltivare il nostro proprio terreno, dissodandolo, ripulendolo, tenendo lontani uccelli, spine e quant’altro ci impedisca di ricevere ogni giorno la parola di Dio. Ed identifichiamoci anche nel seminatore, perché come abbiamo ricevuto i semi vogliamo darne, seminando nelle vite di chi ci sta intorno e fiduciosi nella potenza del seme del vangelo: il vangelo è la parola di Dio che rivolge un invito agli uomini ad incontrarlo e a convertirsi per una vita di crescita spirituale, opposta ad una vita di aridità.


mercoledì 8 agosto 2012


Salmo 22, 1-2


1 Al direttore del coro. Su «Cerva dell'aurora». Salmo di Davide.
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito!
2 Dio mio, io grido di giorno, ma tu non rispondi,
e anche di notte, senza interruzione.


Siamo abituati a sentire le parole del Salmo 22 nella bocca di Gesù, quindi a pensarle come un dialogo interno alle divinità, le cui persone del padre  del figlio comunicano. O meglio, in cui il figlio tenta di comunicare con un padre che, apparentemente non sente. Tuttavia il Salmo è stato scritto molto prima che Gesù facesse sue quelle sue parole, ed è uno di quei salmi che esprimono il dramma di una persona che si sente abbandonata da Dio.
Di questa persona sappiamo veramente poco. L’intestazione del Salmo dice che è di Davide, ma sappiamo bene che le intestazioni non fanno parte del testo ispirato e che sono state aggiunte successivamente. Quindi non dobbiamo necessariamente pensare a Davide, ma ad una persona che prega e che sente dentro di sé questo sentimento di abbandono. Del resto, se anche fosse Davide, dovremmo capire a quale momento della vita del re il salmo si riferisce, e non sappiamo se era nei suoi alti, nel fiorire del suo regno e nel vivo delle benedizioni, oppure nei suoi bassi, dopo il peccato più noto di omicidio ed adulterio. Possiamo quindi dire che questo salmo è per chiunque si sente abbandonato da Dio. Decido di soffermarmi all’inizio del Salmo proprio perché voglio analizzare bene il senso di questa condizione di abbandono e le sue ragioni.
Che cosa significa che Dio abbandona qualcuno? Significa che una persona non sente più la presenza di Dio nella sua vita, che sente di perdere un riferimento centrale e determinante. Nel caso di Gesù, significa trovarsi da solo nelle mani degli uomini, per essere ucciso. In questo caso quindi non si tratta propriamente di una percezione, ma di una serie di fatti che parlano contro l’idea di un Dio pieno di amore e pronto a salvare. Gesù si è sentito abbandonato e trascurato da Dio.
Credo però che questa sensazione di abbandono possa essere avvertita a diversi livelli. Senza essere messe a morte, molte persone si sentono abbandonate da Dio. Perché hanno una vita mediocre, priva di sapore, o perché tutto gli va storto. Manca il lavoro, le relazioni affettive sono deludenti, non trovano uno scopo, e se sono credenti si chiedono se realmente Dio non li abbia abbandonati. Altri addirittura prendono la condizione in cui si trovano come una prova dell’abbandono di Dio, e magari anche della sua inesistenza. E c’è ancora di peggio: molti non si sentono neppure abbandonati da Dio, ma lo sentono talmente lontano che sono loro ad aver abbandonato l’idea che ci sia un Dio. Forse per questi Dio scriverà un salmo che dice: Figlio mio, figlio mio, perché mi hai abbandonato?
C’è un paradosso istruttivo in questo salmo: la condizione di chi crede e soffre come un disperato perché si sente abbandonato da Dio è migliore di quella di chi dorme sonni tranquilli credendo di poter abbandonare tranquillamente Dio. Questo salmo in effetti descrive una tappa cruciale della vita di fede da cui tutti i credenti devono passare: quella di sentirsi per un attimo distanti, abbandonati, lontani da Dio. Perché non si conosce la vera comunione con il padre se non si è avvertito anche il vuoto totale, la sua inesistenza. La fede passa anche da una sorta di ateismo preparatorio che fa avvertire l’orrore della vita senza la benefica presenza di Dio. Ben venga quindi il sentirsi abbandonati da Dio, visto che è quello che anche Gesù ha vissuto. Una fede cresce dopo aver provato la lontananza.


Perché ci si sente abbandonati da Dio? È importate notare che il salmo non dice che Dio ha abbandonato il salmista, ma che il salmista si sente abbandonato. Ho sottolineato che non sappiamo perché questo salmista si senta abbandonato, anche se ci descrive una situazione in cui è una vittima della cattiveria di altri. Ci sono casi, come quello di Gesù, in cui la situazione di abbandono non è una colpa, altri in cui lo è: ma il punto centrale è questo: Dio non abbandona nessuno. E Dio non è lontano da nessuno, nonostante alcune traduzioni dicano che è lontano. Possiamo percepirlo come tale per tanti motivi. Ma Dio è vicino, e se non lo sentiamo tale è perché qualcosa modifica la nostra percezione. Nel caso di Gesù è stata l’estrema sofferenza. In altri casi possono essere le nostre colpe, il nostro stile di vita che non mette Dio in conto, o circostanze avverse. La buona notizia di questo passo è che non è altro che una percezione del salmista. Il salmo stesso continuando finisce in gloria, e si conclude in urla di ringraziamento per la salvezza ottenuta. Vorrei che allora rileggessimo le parole che l’apostolo Paolo rivolse agli ateniesi: At2i 17, 26 Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l'ordine dei tempi e i confini del loro spazio,27 perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. 28 In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto:
Poiché di lui stirpe noi siamo.AMEN


giovedì 28 giugno 2012


LE LAMPADE (LEVITICO 24:1)

Levitico 24:1 Il Signore disse ancora a Mosè: 2 «Ordina agli Israeliti che ti portino olio puro di olive schiacciate per il candelabro, per tenere le lampade sempre accese. 3 Aronne lo preparerà nella tenda del convegno, fuori del velo che sta davanti alla testimonianza, perché le lampade ardano sempre, da sera a mattina, davanti al Signore. È una legge perenne, di generazione in generazione. 4 Egli le disporrà sul candelabro d'oro puro, perché ardano sempre davanti al Signore.

È probabilmente l’estate che sollecita tematiche relative alla luce e al vedere, ed il passo in cui mi sono imbattuto questa settimana, e che mi ha colpito, riguarda delle lampade. Mi ero scordato della presenza nel santuario di queste lampade che, lungi dall’essere semplici elementi decorativi, hanno una funzione simbolica molto importante, che analizzeremo. Del resto, la simbologia non solo della luce, ma proprio della lampada, che brucia qualcosa e che è fatta di fuoco, ha numerose eco sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, e vorrei metterne “in luce” (è il caso di dirlo) alcune. Questo testo non ci dice niente sul significato di queste lampade e si limita ad ordinare a Mosè di predisporle; possiamo quindi cercare di farci guidare dallo spirito per coglierne la possibile portata simbolica.

  1. La combustione perenne.
Più volte nel testo si sottolinea la necessità che la combustione di queste lampade debba essere continua. Devono essere “sempre accese”, devono “ardere sempre, da mattina a sera” ed è una legge “perenne da tramandare di generazione in generazione”. Sono simili alle torce della tomba al milite ignoto che troviamo nell’Altare della patria a Roma, che ugualmente tentano di tenere viva la memoria dei caduti per la patria. Ci sono diversi sensi possibili in questa continuità, ed il primo è sicuramente quello per cui la presenza divina si protrae nel tempo, che vedremo. Ma queste lampade che bruciano di continuo mi hanno fatto venire in mente un importante episodio dell’Antico Testamento, quello in cui Mosè vede un pruno bruciare senza consumarsi. Delle lampade che bruciano olio continuamente ci danno l’idea di un Dio che non si può fissare in un’immagine statica e definita, ma di un Dio che si muove, che si agita come una fiamma e che si può guardare senza però toccarlo o afferrarlo, a costo di bruciarsi. Se queste lampade rappresentano in qualche modo la presenza di Dio, ci presentano un Dio infinito che si manifesta di continuo, ma che non si finisce mai di conoscere. Ci piacerebbe bloccare Dio nella pagine di una summa teologica o nella nitidezza di un’immagine... Ma Dio, che non è indefinito, e che si fa conoscere, resta l’infinito. L’infinito che brucia e che accende il cuore, lo spirito, la mente di chi lo osserva. È un vero peccato che nelle chiese cattoliche si sia costruita una teologia mortuaria intorno alle candele, perché se dovessi scegliere una bella immagine da mettere in una chiesa, sarebbe proprio quella di un fuoco, di una torcia che dia l’ardore dell’infinità di Dio, e del continuo ardore che sprigiona. Avviciniamoci ogni giorno a Dio consapevoli che la sua conoscenza non si esaurisce, è infinita. Abbandoniamo le nostre idee preconfezionate su di lui, lasciamo che il fuco le bruci e che Dio ci si riveli in modi sempre nuovi. Perché se è vero che Dio non cambia, noi cambiato spesso, ed il modo in cui lui ci si rivela cambierà nel corso della vita.

  1. La luce della testimonianza.
Un noto passo del nuovo testamento, Matteo 5, 15-15, ricorda a chi vuol eseguire Gesù che i credenti sono la luce del mondo, e continua con la similitudine di una lampada che non può essere nascosta sotto un vaso, ma deve illuminare. La lezione che trasmette è che la vita di chi dice di credere deve essere luminosa, una fonte di luce che aiuta chi sta intorno a vedere e a trovare strade. Le lampade del santuario descritto nel libro del Levitico funzionano di continuo, ma la scansione temporale indicata è dalla sera fino alla mattina, quindi capiamo che servono ad illuminare la notte. Queste fiamme vive, simbolo della presenza del Dio infinito, illuminano continuamente le varie parti del santuario, la tenda di convegno ed il resto e ricordano all’ebreo che frequenta il tempio che Dio è là, capace di illuminare la sua vita. Gesù si è fatto egli stesso luce, ed ha trasmesso a chi crede in lui questa facoltà di illuminare il resto del mondo, proprio come quelle lampade che erano un segno per gli ebrei come anche per i popoli cananei circostanti.
Se Dio ci ha illuminati con la sua luce, se ci ha fatto bruciare con un fuco vivo, ecco che racconteremo di lui, della sua presenza della nostra vita, della sua luminosità. Ma questo ci deve fare interrogare di continuo sulla nostra “luminosità”. Che razza di lampade siamo? Lumicini a pochi watt che illuminano poco e abbassano la vista, o lampade forti, a 100 watt capaci di facilitare la vita di chi le usa? Cosa producono le nostre parole? Rabbia, opposizione, indifferenza? Se non riusciamo ad illuminare niente e nessuno, se ci trovano pedanti e bigotti, significa che non sappiamo illuminare, che forse pensiamo solo ad illuminare noi stessi, o a contemplare la nostra lampada, ma che la nostra luce è sotto un vaso. Certamente esistono persone che rifiutano la luce, ma se veramente non illuminiamo nessuno, un esame di coscienza va fatto. Forse scopriremo che pensiamo di essere luci, ma che non contempliamo abbastanza la luce, come i farisei che erano guide cieche di ciechi. Illuminare la vita degli altri non significa solo parlare del vangelo. Può voler dire poter essere un riferimento per chi è in crisi, una persona che ascolta, uno che semplicemente dà una mano nel bisogno. E che facendo queste buone opere, illumina la vita degli altri. Perché Gesù ha parlato di vite luminose più che di persone luminose. Cerchiamo allora di essere veramente lampade che illuminano, che non si scaricano e che mostrano nelle azioni quotidiane della vita di ogni giorno cosa sia una vita illuminata. Il nostro stile di vita può essere luminoso, o buio. Se scegliamo di vivere solo di divertimenti, di riempirci dei diversi beni che la società dei consumi ci mette davanti, correndo dietro le ultime offerte, o avendo come massimo ideale una bella casa, una bella famiglia ed una macchina veloce, è difficile che possiamo portare molta luce. La luce illumina, fa vedere cosa manca, e fa riflettere chi la guarda.
Pensiamo allora ancora alle lampade del santuario, che continuamente bruciano olio puro e danno luce a chi le guarda. Che lampade vogliamo essere? Far vedere Dio che nel santuario israelita si rivelava, o far vedere altro, cioè idoli? La risposta è nella nostra vita.

  1. L’olio puro.

La prima cosa che mi è venuta in mente quando ho letto il passo di queste lampade, che pure mi aveva colpito per la sua brevità, è stata che queste lampade dovevano costare molto care, e che bruciare tutto quell’olio sembrava quasi uno spreco. Nella nostra cultura l’olio d’oliva è talmente pregiato e caro che difficilmente si pensa a farne un uso combustibile, e questa preziosa e naturale risorsa ha lasciato il posto ad altri oli: al petrolio, alla benzina, all’alcool, decisamente meno cari oggi e ben più dannosi per l’ambiente. È comunque interessante vedere che nei passi in cui si parla delle lampade si sottolinea che il combustibile per queste lampade deve essere portato dagli israeliti e che deve essere puro. Non tagliato con oli meno pregiati e frutto del lavoro e della fatica degli uomini, che raccolgono, trasportano e pressano. In questa operazione di testimonianza, di rappresentazione di Dio il popolo è implicato e lo è in modo collettivo. Il libro del levitico, dal nome stesso è un libro che racchiude norme per i sacerdoti e per i leviti, cioè per i servitori del tempio, quindi per gli addetti del santuario, per così dire. Ma il popolo non è escluso dal suo mantenimento e tutto quel che riguarda il “materiale” che il santuario consuma, come cibi, animali ed olio in questo caso è il frutto del lavoro del popolo, che non è quindi staccato dal funzionamento del santuario. Se quindi vogliamo pienamente essere queste lampade, che trasmettono un’idea di Dio, che illuminano la vita degli altri, non possiamo non pensare attentamente all’olio che siamo disposti a dare al Signore. L’olio delle nostre risorse personali, dei nostri soldi, delle nostre case, del nostro tempo, dei nostri corpi. E non solo. Deve essere olio puro, non quell’olio che ci viene da surrogati. In altre parole, al Signore dobbiamo dare sistematicamente quello che ci chiede, non il resto di quello che ci avanza. Il meglio delle nostre capacità, il meglio della nostra vita.

Conclusione
Forse tanti di noi non si sentiranno all’altezza delle richieste fatte, tanti penseranno di non essere lampade adeguate. Ricordiamoci della bella immagine di Apocalisse 1, 20: Le chiese sono lampade, e per quanto le sette chiese descritte dall’apocalisse abbiano tutte un qualche difetto (eccedo una), il Signore non smette di tenere la lampada accesa e di servirsi di loro. Brilliamo quindi nella fiducia che noi possiamo al massimo alimentare il fuoco, posizionarlo meglio, proteggerlo dal vento: ma la combustione della fede è opera di Dio, e  Dio stesso la porta avanti in chi crede.


martedì 12 giugno 2012


I due discepoli sulla via di Emmaus – Dio nella quotidianità



Due discepoli sulla via di Emmaus: Dio nella quotidianita'. 

Luca 24:13-43
13 Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, 14 e conversavano di tutto quello che era accaduto.15 Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro.16 Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. 17 Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; 18 uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». 19 Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20 come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22 Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro23 e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24 Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l'hanno visto».
25 Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! 26 Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». 27 E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. 28 Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29 Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro.30 Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31 Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. 32 Ed essi si dissero l'un l'altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». 33 E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34 i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». 35 Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
36 Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 37 Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. 38 Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39 Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». 40 Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41 Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». 42 Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43 egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

Le donne sostengono che gli uomini, in casa, non ci vedano.... Chiedono continuamente: “Dov’è? Dov’è?”, cercando strumenti, cappotti, cappelli ed altro e spesso le cose che cercano sono davanti ad i loro occhi... Quindi le donne si chiedono spesso: “Mio marito è cretino, è cieco, è affetto da demenza senile o altro, visto che non vede le cose che ha davanti al naso?”. La risposta tuttavia è semplice: gli uomini non sono poi sempre cretini né ciechi, ed ovviamente parlo in difesa degli uomini, ma il problema è che presuppongono che le cose siano in un certo posto, e magari le donne le hanno spostate, e quindi se sono nel posto diverso da quello a cui pensano non le vedono, seppure il nervo ottico le vede perfettamente. Non le riconoscono. Possiamo quindi accusarli di essere non ciechi, ma distratti o forse un po’ ottusi, nel senso che non riescono ad uscire dagli schemi a cui sono abituati.
Il passo che abbiamo appena letto presenta una situazione che da un punto di vista diverso è tuttavia molto simile a quella appena presentata nelle coppi: non vediamo quello che abbiamo sotto gli occhi, oppure abbiamo gli occhi coperti da qualcosa che ci impedisce di vedere ciò che ci sta davanti. Nella vita spirituale, nel nostro rapporto con un Dio che ‘evidentemente’ non si vede, ci capita spessissimo di non vedere il suo lavoro dentro di noi, la sua azione spesso nascosta di cui non ci rendiamo conto. Osservando questi due discepoli potremmo forse capire perché siamo così spesso affetti da cecità spirituale.
1. Perché i discepoli sono miopi?
Prima ancora di dire perché questi discepoli sono miopi cerchiamo bene di capire chi abbiamo davanti, tanto per evitare di collocarci immediatamente su un piano di superiorità rispetto a loro e di liquidarli come due superficiali o increduli. In primo luogo si tratta di discepoli, termine che tecnicamente nei vangeli indica chi segue, chi cammina dietro un maestro itinerante come era Gesù. Hanno passato molto tempo con lui, e lo conoscono. Sono quindi dei testimoni oculari della sua esistenza sulla terra, rango privilegiato tra i personaggi del Nuovo Testamento, di cui ad esempio Paolo non fa parte; sono due ebrei istruiti nelle Scritture, visto che Gesù nella spiegazione fa riferimento alle scritture trattandole come un patrimonio di conoscenza condiviso; infine hanno vissuto gli eventi tragicidella morte di Gesù e sono sinceramente interessati da questo problema, visto che ne stanno parlando. Probabilmente sono anche delusi, e si chiedono cosa ne sarà di loro, ora che il maestro è venuto meno, ma sono sicuramente interessati. È vero che a volte è difficile vivere la storia ed esserne consapevoli, proprio perché quando si è troppo vicini a qualcosa si rischia di non riuscire a metterlo a fuoco. Sta di fatto che hanno tutte le caratteristiche per essere dei perfetti “God-detectors”, degli specialisti capaci di riconoscere Dio, eppure non lo vedono.
Per quale motivo non lo vedono? Rispondiamo con le parole che loro stessi usano per spiegare la loro delusione, al v. 21: “Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute”. Il motivo è che hanno deciso quale sarebbe stata l’azione di Dio, interpretando letteralmente una serie di profezie dell’Antico Testamento, e aspettandosi un regno materiale, fatto di quella carne e di quel sangue che non possono ereditare il regno di Dio...Loro, come tanti altri israeliti contemporanei di Gesù hanno concepito l’attesa messianica in termini politici; hanno aspettato un re liberatore, guerriero e capace di cacciare i romani dalla terra di Israele. Un Cristo, cioè un messia, un unto, che muore e dopo tre giorni è sempre morto non rientra nei loro schemi.
I credenti, nel corso dei venti secoli di storia che hanno seguito questo breve episodio, non hanno smesso di fare cose simili a quelle di questi discepoli. Si sono aspettati alcune cose da Dio, e quando non le hanno ricevuto ne sono rimasti delusi. Le forme più estreme di aspettativa potrebbero essere forse quelle millenarie, con relativi calcoli della fine del mondo, che finora non è accaduta nonostante gli infiniti tentativi di calcolarla: perfino i riformatori erano convinti di essere alla fine dei tempi e di trovare nel loro tempo le diverse figure dell’Apocalisse. Ed anche oggi molte chiese, seppure non precisano le date, sono estremamente certi di una serie di fatti che dovranno accadere, fanno film e scrivono libri che li illustrano, e probabilmente anche loro rimarranno delusi. Più semplicemente tanti di noi si scoraggiano facilmente perché si aspettano solo un Dio capace di raddrizzare i nostri problemi o di moltiplicare le nostre ricchezze. Le chiese che non crescono hanno mille motivi per scoraggiarsi, e potrebbero facilmente intristirsi guardando i la scarsità dei numeri delle diverse comunità, o la singolarità delle persone che entrano in chiesa. Ma chi ci ha detto che ci saremmo dovuti aspettare delle chiese trionfanti e delle conversioni continue ed abbondanti? Ci possiamo scoraggiare perché la nostra vita non è come vorremmo: perché vorremmo un lavoro migliore, un corpo più sano o un portafoglio più pieno. Eppure non è stata questa la promessa del Signore. Una prima causa di cecità, che ci fa ritornare ai mariti, è che spesso ciò quello che pre-vediamo, ci impedisce di vedere. Come non vediamo la marmellata davanti ai nostri occhi, perché pensavamo fosse altrove, talvolta non vediamo Dio che agisce nella nostra vita, perché siamo convinti che dovrebbe agire altrimenti.
Ugualmente, e reciprocamente, di due discepoli non vedono Dio non solo per i paraocchi che si sono imposti; ma anche perché quello che effettivamente vedono è il contrario di quello che si aspettano da Dio. In altre parole, non solo Gesù non ha liberato Israele, ma per di più è morto! Ha sofferto! Questo è impensabile per un pensiero che vede il messia come un capo trionfante. E la risposta di Gesù è piuttosto dura: sono insensati perché le Scritture invece dicevano proprio il contrario. Parlavano di gloria, ma attraverso la sofferenza. E tornando a noi e al presente, potremmo dire che non solo, proprio come questi discepoli, abbiamo sogni di gloria. Oltre a questo siamo allergici alla sofferenza, e quindi se la vita le prevede, non possiamo pensare che vengano da Dio o che rientrino nei suoi piani. In fondo, in fondo in tutti noi alberga l’idea che Dio deve in qualche modo risolvere i nostri problemi. Se non lo fa, qualcosa non torna. Se questo però è il nostro paradigma per leggere l’azione di Dio nella nostra vita, la sua presenza, allora sarà difficile che lo riconosciamo... Continueremo a cercarlo dove non è ed a farci di lui un’immagine diversa da quella che leggiamo nelle Scritture che non sono certo semplici, ed univoche, ma che indubbiamente non promettono un mondo semplice di gioia e di felicità perenne qui ed ora.
2. Quando lo riconoscono?
È interessante vedere in quale preciso momento questi discepoli riconoscono Dio. In primo luogo, sebbene li abbia ripresi con parole anche un po’ dure (insensati), non sembrano arrabbiarsi, pur non avendo ancora riconosciuto quello sconosciuto come Gesù. Il fatto di prendere in considerazione una prospettiva diversa da quella che ci siamo messi in testa, di mostrare un po’ di apertura è un punto di partenza verso l’incontro e la risposta di Dio. Non solo: decidono poi di farlo entrare in casa. “Resta con noi”. Dopo l’apertura, per capire Dio, per riconoscere Dio, e per entrare veramente in un rapporto profondo con lui, è necessario dargli quell’ospitalità che si darebbe ad un uomo. Ripeto, i discepoli non hanno ancora capito che si tratta di Gesù; ma hanno sentito “odore di Dio”, e hanno voluto approfondire.
Per rompere i nostri paraocchi, per vedere Dio laddove i nostri occhi coperti non riescono a vederlo, è necessario trovare del tempo da passare con lui. La lettura delle Scritture, la meditazione quotidiana, la preghiera, non possono essere semplici rituali, o buone abitudini. Devono essere vissute come un rapporto che abbiamo come un ospite che accogliamo in casa e a cui diamo le dovute attenzioni.
Ma il momento vero e proprio in cui lo riconoscono è quando lo lasciano entrare nella loro quotidianità. Mangiando e spezzando del pane. Può sembrare un dettaglio secondario, invece il fatto che Gesù si riveli proprio durante una cena è significativo. La rivelazione di Dio, contrariamente a quanto si aspettavano i due discepoli, non è solo in opere grandiose come la liberazione politica di Israele, o in miracoli tangibili e visibili: la rivelazione di Dio avviene quando siamo disposti a viverlo negli atti più comuni della quotidianità. Nel mangiare; nel dormire; nel lavorare. Una spiritualità che vede Dio solo nelle grandi riunioni di lode, nei culti domenicali e nelle diverse situazioni istituzionali che la fede organizzata prevede, è una spiritualità miope. Per vedere Dio dobbiamo invitarlo in casa nostra e chiedergli di alimentare la nostra vita nelle cose più semplici, concrete e vitali che facciamo. Respirare, mangiare, dormire. Questa è la vera fede. Lasciare che Dio si riveli nella più assoluta semplicità della vita.
3. Cosa fa Gesù prima e dopo la sua rivelazione?
In primo luogo, mentre loro sono inconsapevoli, cammina accanto a loro e li cerca. Indipendentemente dalla sua rivelazione Dio è presente nella vita di questi discepoli, e per quanto aspetti che aprano gli occhi, è accanto a loro. È una promessa non indifferente per chi dovesse sentire Dio lontano, o avesse qualche dubbio sulla sua vicinanza.
In secondo luogo Gesù si finge ignorante e accetta le accuse: “18 uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». In altri termini lascia pazientemente parlare i due discepoli, e lascia che sfoghino le loro preoccupazioni e delusioni. Non reprime i dubbi e le domande che hanno, ma li corregge spiegando loro la corretta interpretazione delle Scritture.
In terzo luogo sa cogliere il momento giusto, quello in cui meno i discepoli se lo aspettano: la quotidianità, il momento in cui in casa niente si vede da fuori e tutto è naturale. Ma Gesù sa che in quel momento i loro cuori hanno arso abbastanza e sono sufficientemente caldi per riconoscerlo.
Infine sparisce, e questa è la cosa più sorprendente. Perché sparire proprio nel momento in cui si è rivelato? Perché non è ancora cominciato il tempo della gloria. Siamo ancora nel tempo della sofferenza in cui Gesù non è presente nel suo corpo e nella sua pienezza, ma nel tempo della testimonianza e dell’annuncio, in cui attraverso la sofferenza un gran numero di persone verranno a conoscere il suo nome. Questo suo rivelarsi e sparire, non essendo continuamente presente è caratteristico nel nostro tempo in cui abbiamo delle percezioni, delle anticipazioni, delle brevi rivelazioni e che preludono ad un tempo futuro, di cui sappiamo ancora molto poco. Eppure anche questa presenza assenza ha i suoi punti forti. Fa maturare la chiesa. La chiesa deve sapere che ha un riferimento, un Dio presente che si manifesta, ma deve anche camminare come se fosse assente e questo aiuta a crescere. Questo tempo di annuncio, crescita e sofferenza prepara una chiesa degna, che possa un giorno godere della pienezza della presenza divina, senza cancellare il passato, ma contemplandolo con occhi diversi.

Cena in Emmaus, Caravaggio, 1606, Pinacoteca di Brera, Milano