mercoledì 12 dicembre 2012


Galati: cretini o spirituali?

Galati 3,1-14
1 O stolti Gàlati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi davanti ai cui occhi Gesù Cristo fu rappresentato crocifisso? 2 Questo solo io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver creduto alla predicazione? 3 Siete così privi d'intelligenza che, dopo aver incominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne? 4 Tante esperienze le avete fatte invano? Se almeno fosse invano! 5 Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione?
6 Fu così che Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato come giustizia. 7 Sappiate dunque che figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede. 8 E la Scrittura, prevedendo che Dio avrebbe giustificato i pagani per la fede, preannunziò ad Abramo questo lieto annunzio: In te saranno benedette tutte le genti. 9 Di conseguenza, quelli che hanno la fede vengono benedetti insieme ad Abramo che credette. 10 Quelli invece che si richiamano alle opere della legge, stanno sotto la maledizione, poiché sta scritto: Maledetto chiunque non rimane fedele a tutte le cose scritte nel libro della legge per praticarle. 11 E che nessuno possa giustificarsi davanti a Dio per la legge risulta dal fatto che il giusto vivrà in virtù della fede. 12 Ora la legge non si basa sulla fede; al contrario dice che chi praticherà queste cose, vivrà per esse. 13 Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno, 14 perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede.

A nessuno di noi piacerebbe sentirsi dare del cretino. Ed anche se invece che "cretino", qualcuno indorasse la pillola, usando un soprannome più leggero, tipo "sciocchino" o, come leggiamo nella prima parola dell'epistola di oggi: "insensato", le cose non cambierebbero. Chi ci parla ci sta dicendo che non abbiamo cervello, che siamo di fuori, che non capiamo niente, e questo ci darebbe fastidio. Eppure l'apostolo Paolo comincia il passo che leggiamo oggi proprio con una parola un po' forte, apostrofando i suoi discepoli come "insensati", cioè persone prive di discernimento che si sono lasciate facilmente ingannate. E può farlo solo perché è stato il padre spirituale di queste persone e perché in fondo le ama, e non può sopportarle di vederle perdersi. Riassumiamo in poche frase il contenuto delle puntate precedenti: Paolo, che ha annunciato il vangelo in Galazia, regione prossima all'attuale Turchia, ha saputo che alcuni "seduttori" sono entrati nelle chiese di questa terra denigrando la sua autorità e insegnando dottrine nuove. Queste dottrine consistono nel voler rivalutare la legge mosaica e nel volerla imporre a chi si converte al cristianesimo non essendo ebreo. Paolo risponde dicendo che non è la fedeltà con cui si rispetta la legge che porta a Dio, ma la fede nel Cristo che ha dato se stesso per noi e che ora vive in noi. Questo per lui è talmente importante che si permette di dire "insensato" a chi pur avendo capito la grandezza della fede, la mette da parte. Se siamo pronti ad accettare queste parole forti per raddrizzare la nostra fede questo capitolo 3 dell'epistola fa per noi.
1. Lo Spirito viene dalla fede.
Per convincere i Galati del loro errore Paolo comincia con un elemento inatteso: un forte richiamo allo Spirito Santo. Se i Galati hanno ripristinato l'idea che si possa essere giustificati (resi giusti davanti a Dio) grazie al rispetto delle opere della legge (circoncisione, sul modo di consumare animali morti, sul modo di rapportarsi al sangue ecc.) a scapito della fede Paolo per provocarli chiede loro: ma lo Spirito da dove è venuto? Sta parlando a persone che hanno vissuto una profonda trasformazione interiore dal momento in cui si sono convertiti a Cristo e che hanno individuato la causa di questa trasformazione nel lavoro fatto dallo Spirito Santo in loro. La domanda è se questo spirito sia venuto da un atto di fede, da un grido rivolto a Dio con un cuore disposto a ricevere, dal credere in quell'uomo chiamato Gesù, oppure nel rispetto rigoroso di una serie di regole. Ed aggiunge da dove siano venuti i miracoli, le opere potenti e soprannaturali: guarigioni esteriori ed interiori, vite cambiate, corpi sanati... La domanda è retorica, sono venuti dalla fede. Se però la risposta di questa domanda retorica è scontata, il modo di trattare il problema lo è un po' di meno, soprattutto per noi.
Noi evangelici abbiamo giustamente fatto della fede la nostra bandiera. Insistiamo che la salvezza è per sola fede, non per mezzo delle opere, e non perché siamo evangelici ma perché cerchiamo di prendere sul serio quanto detto da Paolo. Tuttavia, in molti discorsi sul rapporto fede ed opere, può capitare che resti offuscata l'importanza dello Spirito di Dio, che invece risalta in questo passo. Ci ricordiamo tutti che alla fine dell'epistola Paolo parla di frutti della carne e frutti dello Spirito, ma non sempre ci rendiamo conto che questa opposizione Paolo la tira fuori già nel capitolo 3:3, mentre sta argomentando in modo per così dire teorico. Voler sostituire la legge alla fede significa cominciare con lo Spirito e finire con a carne. Significa cessare di lasciarsi trasportare dallo Spirito per riaffermare il principio umano per cui i più rigorosi, i più rispettosi i più fedeli alla lettera della legge sono i migliori. Significa quindi rovesciare il vangelo per cui gli ultimi sono i primi; per cui ha un valore chi ha confessato di non averne. Questo linguaggio per noi potrebbe essere molto poco familiare: come è possibile giudicare carnale il rispetto rigoroso della legge? Per noi carnale significa il contrario: carnale è uno che ama i piaceri sensibili, corporei come il cibo, il vino a volontà, il sesso, i soldi... Paolo invece considera carnali dei suoi correligionari ossessionati dal rispetto ossessivo di leggi che vietano tutto ciò... Se esiste una carnalità fatta di compiacimento nel piacere corporeo ne esiste una che consiste in un'eccessiva fiducia dell'uomo. La carne è il credere che l'uomo con le sue forze ed i suoi meriti da solo si salvi; o che se anche riconosce la grazia di Dio, è grazie ai suoi sforzi che si mantiene salvo. E' proprio quello che Paolo vuole distruggere con questa epistola. Leggendo questo teniamo quindi bene presente una realtà: fede e spirito sono due concetti distinti, eppure sono talmente legati che negare l'uno significare anche l'altro. Ed ogni discussione sulla fede, sul rapporto di questa con le opere, deve portare a sentirsi rinnovati nello Spirito che grazie alla fede si riceve, altrimenti stiamo facendo chiacchiere.
2. Lo Spirito era annunciato nella Scrittura.
Per contrastare i "disturbatori" della chiese della Galazia, Paolo scende sul loro terreno: visto che sono attaccati alla legge, scende sul loro terreno, quello del Antico Testamento. Fede e spirito sono concetti che per essere compresi vanno assimilati personalmente. Perché non possiamo basare il nostro rapporto con Dio soltanto su quello che vivono altri. Tuttavia la solidità della fede sta anche nel fatto che questa non è solo un'esperienza individuale: ognuno di noi rivive in qualche modo la storia di alcuni personaggi biblici facendo proprie delle verità condivise dal popolo di Dio. Per questo Paolo nel tentativo di convincere i Galati cita una serie di passi della Scrittura in base ai quali cerca di dimostrare la profonda unità tra passato e presente, tra Antico e nuovo testamento, e quindi l'attualità di questa stessa Scrittura. Soprattutto ci fa scoprire che la fede non era un concetto estraneo ai personaggi dell'Antico Testamento, anzi: l'idea che sia la fede a salvare affonda le radici nella storia antica del popolo di Israele, partendo dal patriarca Abramo. E che lo Spirito che i Galati hanno ricevuto è un frutto diretto di quella fede che per primo ebbe Abramo. Seguiamo in dettaglio le tappe del suo ragionamento:
  • Abramo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia. (Gs 15,9)
Si fa riferimento al momento in cui Abramo crede alle promesse di Dio, per l'esattezza promesse di avere una discendenza numerosa come le stelle nonostante la moglie sterile. Il contenuto della fede di Abramo è diverso dal nostro, visto che riguarda un fatto futuro, mentre noi crediamo in un Gesù morto per noi nel passato. Ma è comune la dinamica dello Spirito che consiste nell'affidarsi pienamente a Dio. Abramo è dunque il padre di tutti coloro che si abbandonano con fede a Dio, e che di conseguenza, come ci ricorda commentando lo stesso passo Giacomo, agiscono.
  • In te saranno benedette tutte le nazioni. (Gs 12,3)
Per quanto siamo agli albori della nascita del popolo di Israele, i cui confini etnici si sarebbero man mano definiti con forza, fino all'esagerazione questo passo propone una prospettiva universale, multietnica sin dall'inizio. Proprio perché ciò che salva è una dimensione dello Spirito, la fede, e non una serie di opere che certificano dell'appartenenza ad un popolo, chiunque vive l'esperienza di affidarsi esclusivamente a Dio è benedetto in Abramo, anche se non appartiene formalmente al popolo uscito direttamente da Abramo. L'idea che a salvare sia la fede è quindi antica come Abramo, non è una novità di Paolo
  • Maledetto chiunque non si attiene a (tutte) le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica (Deut 27,26)
Posto che la fede nasce con Abramo, Paolo passa ora ad un secondo gruppo di citazioni scritturali che partono dal Deuteronomio, libro per eccellenza di esaltazione della legge. Citando dalla traduzione in greco dell'Antico Testamento, la Settanta, Paolo legge questo passo che è posto a conclusione di una serie di maledizioni che riguardano precisi crimini, e che riguarda quindi tutte le parole della legge enunciata. Per quanto nello stesso capitolo il popolo sia invitato a dire AMEN ad ogni parola, Mosè è molto realista e il Signore gli annuncia che Israele non rispetterà la legge data: "Io conosco il tuo spirito ribelle e la durezza del tuo cuore. Ecco, oggi mentre sono ancora vivente tra di voi siete stati ribelli contro il Signore, quanto più lo sarete dopo la mia morte..." (Dt 31,27). Paolo sta tentando di dimostrare che perfino Mosè che ha dato la legge al popolo, sapeva che non sarebbe riuscito a rispettarla. Ma per incoraggiare al rispetto lancia queste maledizioni che sono effettive: chi si vantasse dicendo che rispetta la legge a menadito e senza infrazioni, sappia che laddove venisse meno, è maledetto!
  • Il giusto vivrà per fede (Abacuc 2,4)
Apparentemente si tratta del passo più complicato da inserire in questa argomentazione, perché si cita il profeta Abacuc che pronuncia questa frase in un contesto in cui l'opposizione legge/fede non c'entra niente: la fede per cui vivrà il giusto di cui parla Abacuc è una fede nell'attesa fiduciosa dell'intervento di Dio. Ma a ben guardare siamo di nuovo sul piano di Abramo: affidarsi! Lasciare che per qualsiasi tipo di salvezza sia Dio ad intervenire. In questo caso si tratta di fermare gli assiri che stanno devastando il popolo di Israele. Ma è pur sempre una situazione che domanda una salvezza, e contribuisce a corroborare la tesi di Paolo: la fede era fonte di salvezza anche al tempo dei profeti! E dava vita anche al tempo dei profeti.
  • Chi avrà messo in pratica queste cose vivrà per mezzo di esse. (Levitico 18, 5).
Paolo torna adesso alla Torah, quindi a Mosè, citando un passo che precede una serie di norme relative all'incesto, all'omosessualità e all'idolatria, ma che possiamo considerare come relativo a tutte le norme del libro: la vita qui non deriverebbe dalla fede, ma dalla pratica di queste leggi. Siamo davanti a qualcosa di paradossale. Non è impossibile praticare quello che c'è scritto, ma è un qualcosa che di fatto nessuno ha mai applicato in modo completo e totale. Se uno fosse perfetto, privo di peccato, allora avrebbe anche una perfetta comunione con Dio e riuscirebbe a rispettare completamente la legge. Ma la legge c'è proprio perché non siamo perfetti; e se serve a contenere non può servire a dare vita
  • Maledetto chiunque è appeso al legno: Cristo, maledizione per noi! (Dt 21,23)
Dopo una lunga argomentazione ecco l'esplosione finale, contenente il vangelo: Cristo si è fatto maledizione per noi. Avremmo dovuto essere maledetti noi, perché nessuno di noi è stato in grado di rispettare la legge nei suoi dettagli. Ma Cristo ha preso su di se questa maledizione, morendo appeso, tipo di morte che anche dalla legge era considerata come maledizione. Doppiamente infamante quindi la morte di Cristo. Infamante agli occhi della società del I secolo, in quanto la morte di croce era riservata ai disgraziati, ai ladri; infamante alla luce delle parole della legge di Dio. Ma questa doppia maledizione che Cristo ha preso su di sé ha tolto la maledizione da chiunque ha accettato di fare come Abramo, come Abacuc, come Paolo: di affidarsi pienamente nelle mani di Dio, per ricevere la benedizione di Abramo quindi lo spirito santo.
Credo sia importante che ogni credente mediti bene queste parole. Perché se siamo onesti davanti a noi stessi ci rendiamo conto di quanto siamo imperfetti. E non per un'imperfezione intrinseca della nostra natura, ma per una deliberata voglia di affermare il nostro io, di prevaricare gli altri, o di far valere i nostri diritti al di là della loro legittimità. Molti di noi si sentono in colpa perché hanno fatto qualcosa di male, e tanti, di contro, non riescono ad abbandonare l'idea che per quanto la fede sia centrale, una certa resistenza al peccato sia in fondo un nostro merito che ci fa graditi davanti a Dio. Nell'ambito ristretto di una stessa comunità molti credono di essere meglio degli altri, di rispettare più degli altri, di obbedire Dio più degli altri, di servirlo più degli altri, di avere insomma una qualche particolarità che li rende un po' meglio. E rischiano di crederci davvero e di pensare che in fondo sono dei bravi credenti. Questa epistola ci ricorda di continuo in chi dobbiamo confidare: le maledizioni che sia le nostre azioni, sia in nostri pensieri di sufficienza attraggono su di noi sono inchiodate sulla croce con Cristo. Se capiamo questo e ci accontentiamo di venire davanti a Dio a mani vuote, con la sola voglia di affidarci a Lui, pioverà su di noi la benedizione di Abramo e la pioggia dello Spirito promesso fin dall'antichità.


mercoledì 31 ottobre 2012


Galati 2: 11-21. Giustificati

11 Ma quando Pietro venne in Antiochia, io gli resistei in faccia, perché era da riprendere. 12 Infatti prima che venissero alcuni da parte di Giacomo, egli mangiava con i gentili; ma quando giunsero quelli, egli si ritirò e si separò, temendo quelli della circoncisione.13 E anche gli altri Giudei fingevano assieme a lui, tanto che anche Barnaba fu trascinato dalla loro ipocrisia.14 Ma quando io vidi che non camminavano rettamente secondo la verità dell'evangelo, dissi a Pietro in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi alla gentile e non alla giudaica perché costringi i gentili a giudaizzare?».15 Noi, di nascita Giudei e non peccatori fra i gentili,16 sapendo che l'uomo non è giustificato per le opere della legge ma per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù, affinché fossimo giustificati mediante la fede di Cristo e non mediante le opere della legge, poiché nessuna 17Or se, cercando di essere giustificati in Cristo, siamo trovati anche noi peccatori, è forse Cristo ministro del peccato? Così non sia.18 Se infatti edifico di nuovo le cose che ho distrutto, io mi costituisco trasgressore,19 perché per mezzo della legge io sono morto alla legge, affinché io viva a Dio.20 Io sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me; e quella vita che ora vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me.21Io non annullo la grazia di Dio perché, se la giustizia si ha per mezzo della legge, allora Cristo è morto invano.

Unità apostolica ed accordo. Ma senza compromessi. In questo passo celebre della lettera ai Galati Paolo ci offre uno spaccato della chiesa primitiva alquanto interessante. Innanzi tutto è uno spaccato che demistifica l'alone di perfezione che spesso si costruisce intorno alla chiesa dei primi anni: era una chiesa di uomini semplici e litigiosi che in questo caso, benché apostoli e portavoce del vangelo si scontrano.
In secondo luogo introduce uno dei concetti chiave della fede cristiana, quello di giustificazione. L'episodio di Pietro serve come anti-esempio per parlare poi della vera giustificazione ed il termine compare tre volte, ed il v. 21 culmina con la parola "giustizia".
  1. Pietro, una testa dura.
Immaginiamo qualcuno che non sia mai venuto in Italia e che non sappia sa cosa sia il cristianesimo. Vedendo il posto che gli viene dato in alcune chiese come la cattolica, la megabasilica a lui dedicata, le pubblicità della Lavazza che ce lo fanno vedere con le chiavi in mano accanto a Dio, immaginerà che sia una specie di supercredente, di uomo dalla fede perfetta. C'è del resto una teologia che tende ad idealizzare questo primo confessore della fede cristiana dimenticando quanto le scritture mostrino il suo lato più umano. E vero che Pietro ha confessato Gesù, per primo tra i discepoli. Ma Pietro ha anche rinnegato Gesù per tre volte, è stato più volte impetuoso e violento, e nonostante Gesù lo abbia riabilitato vediamo da questo breve passo che, anche se credente da diversi anni, anche se investito di responsabilità importanti, continuava a sbagliare. In questo caso lo vediamo macchiarsi di un peccato piuttosto vistoso: l'ipocrisia. Sa che la legge non è più importante, ma per accontentare il cosiddetto "partito della circoncisione", un gruppo di persone che raccontavano tra le chiese della Galazia che questa usanza comandata dalla legge di Mosè come altre erano indispensabili alla salvezza, comincia a fingere ed a comportarsi in modo ipocrita. D'altra parte Paolo, benché abbia ragione non sembra comportarsi in modo proprio amorevole: lo riprende "in presenza di tutti". Ha fatto bene a riprendere Pietro e Barnaba in pubblico? Non sarebbe stato meglio farlo in privato? Non lo so, e la lettera non lo dice, ma tanto basti per dire che l'umanità di quella chiesa, come di tutte le chiese nel corso della storia era evidente. Fatte di persone che sbagliano, peccano, si scontrano e poi discutono. Non lamentiamoci se vediamo che anche oggi ci si scontra, perché è persino sano che questo accada: significa che all'interno della chiesa ci sono anticorpi che garantiscono che la chiesa non si lasci ingannare dal desiderio di essere sempre di un unico e solo accordo - cosa che la porterebbe alla piattezza ed al conformismo - ma conosce tensioni che le permettono di correggersi o, come dicevano i riformatori, di essere semper reformanda. Non idealizziamo un passato che in realtà è molto simile al nostro presente e che ha gli stessi militi che hanno gli uomini.
A corollario di quanto detto, notiamo che il ruolo di Pietro, seppure prevedeva delle responsabilità e delle caratteristiche di guida, sicuramente non si configurava come quello di un leader indiscusso ed unico. Nella guida della chiesa primitiva c'era pluralità, e le guida tra di loro si riprendevano. L'idea che Pietro fosse un capo della chiesa, che fosse il primo papa, o cose simili è del tutto infondata, antistorica e non trova alcun riscontro né negli Atti né nelle lettere di Paolo, né in quelle di Pietro stesso dove l'elemento dell'umiltà emerge con forza.
  1. Giustificati
In cosa sta l'errore di Pietro? Nell'aver prima creduto ed affermato che il principio di giustificazione è Cristo e la fede in Cristo, e poi nel comportarsi poi come se ciò non fosse vero. E su questo problema Paolo spende parecchie pagine. L'argomento centrale lettera, che finora è rimasto nascosto dalla biografia di Paolo e dalla rivendicazione della sua autorità apostolica, comincia a delinearsi chiaramente. Al centro dell'epistola ai Galati abbiamo un concetto straordinario e fondamentale: la giustificazione. E che cos'è? La giustificazione è quel meccanismo per cui ogni essere umano può essere ritenuto giusto davanti a Dio. E ci si chiede quindi: come si fa ad essere giusti davanti a Dio? Bisogna comportarsi bene? Bisogna seguire un codice? Il pio ebreo del tempo di Gesù e di Paolo avrebbe risposto: per poter essere giustificati davanti a Dio bisogna seguire la legge. Quindi applicare i dieci comandamenti e le ulteriori norme raccomandate dalla legge divina. La risposta dell'uomo comune nel 2000 sarebbe solo in parte diversa. Molti risponderebbero: "ammesso che ci sia un Dio, per essere giustificati davanti a Lui, bisogna comportarsi bene: non uccidere, non rubare ecc. " Ora il vangelo di Gesù ci dice che questo non basta. Perché in realtà per quanto ci sforziamo non riusciamo a comportarci sempre bene; e perché anzi spesso, ci comportiamo proprio male, o eccedendo in moralismo, o in permissivismo. Gesù ci dice allora che il principio in base a cui saremo giustificati non è il numero di comandamenti della legge che abbiamo rispettato, che è sempre insufficiente; ma che il principio della giustificazione è la sua morte sulla croce. Siccome non riusciamo a comportarci rispettando tutte queste regole e rimaniamo "debitori" verso Dio, ci pensa Lui a pagare il prezzo della nostra giustificazione, dando la sua vita al posto della nostra. In questo il testamento è Nuovo! Perché cambia il principio di giustificazione. In questo quadro si muovono gli argomenti di Paolo nei versi 15-20. Questo gruppo di "disturbatori" che avevano seminato zizzania e critiche contro Paolo tra le chiese della Galazia cosa diceva? Non lo sappiamo di preciso e lo possiamo al massimo dedurre dalle risposte di Paolo, ma presumibilmente all'idea centrale che bisogna rispettare la legge aggiungevano che, chi si convertiva al cristianesimo doveva comunque continuare a seguire una serie di regole previste dalla legge mosaica, chiamate opere della legge, tra le quali la circoncisione. Potremmo parafrasare quanto Paolo dice al 15 nel modo seguente: "noi che siamo ebrei di nascita potremmo pensare che la legge basti a giustificare. In realtà abbiamo imparato sia dallo stesso antico testamento in Salmi come il 142,2 che nessuno è giusto davanti a Dio, e sia dalla nostra conversione a Cristo che il nuovo principio di giustificazione è la fede in Cristo: il fatto di credere che non è la forza del mio rispetto delle regole che mi salva, ma la forza di Cristo che mi attrae a Lui e che mi cerca. Questo significa che ebrei e non ebrei - che consideriamo peccatori - alla fine davanti a Cristo sono tutti uguali. Sono tutti dei semplici peccatori, ed hanno bisogno, per essere giustificati, di fede, non di regole da rispettare.
Questo ragionamento poteva far subito scattare nel cuore degli ascoltatori due obiezioni: se si relativizza il rispetto della legge, e quindi tutti sono uguali, tutti peccatori tanto quelli che la rispettano che quelli che non la rispettano, allora questo cambiamento del principio di giustificazione rischia di diventare un qualcosa che favorisce il peccato. Sia perché tutti ne sono macchiati, anche quegli ebrei che pensavano di essere immuni dal peccato, sia perché sminuendo l'importanza della legge si rischia di far credere che si può far quel che si vuole, tanto ci pensa Cristo. Questo tipo di ragionamenti poteva aver portato alcuni a dire che allora Cristo è un servitore del peccato, nel senso di ministro del peccato (la parola greca è diacono). Cioè uno che fa un favore al peccare, all'allontanarsi da Dio anziché all'avvicinarsi. Ma no di certo! Risponde Paolo. Perché Cristo non relativizza né annulla la legge. Dà a questa tutta la sua importanza ed il suo valore nel mettere in luce la volontà di Dio per l'uomo, ma ricorda che non è la legge il principio di giustificazione. Riedificare ciò che si è demolito, significa riedificare il principio di giustificazione in base alle opere della legge. Sembrerebbe una critica verso Pietro, che dopo la sua visione (atti 10) che lo ha portato a mangiare di tutto con tutti, ricomincia a mangiare solo con giudei, quindi riedifica un vecchio sistema che Dio stesso lo aveva portato a demolire.
Non dobbiamo stancarci anche oggi di ripetere che annunciare che la salvezza è per sola fede non significa che l'etica sia relativa, che il comportamento non conti o che operare bene sia superfluo. Paolo qui si scaglia contro il rispetto ossessivo di piccole regole formali che danno soddisfazione apparente e idea di aver fatto qualcosa per Dio, come i segni nella carne lasciati dalla circoncisione, ma che in fondo sono vuote. La fede è molto di più. La fede va al di là del rispetto di una regola e di una lista di comandamenti. Perché la fede è la vita, di cui Paolo ora, riprendendo il suo esempio dice di essersi appropriato.
  1. Quanto a me...
Paolo ci invita a non confondere due concetti che si nascondo dietro il termine legge: uno è quello che la considera una raccolta di articoli e libri che esprimono la volontà di Dio; l'altro è il considerarla il mezzo per poter apparire giusti davanti a Dio. Questo secondo è sbagliato, mentre il primo vale. Per questo Paolo può dire che "Per mezzo della legge è morto alla legge" La legge stessa contiene numerosi passi che ricordano che non è rispetto formale di norme che conta, ma il cuore rinnovato, l'amore per Dio e per il prossimo, la fiducia nel Signore. Possiamo pensare ad Isaia, a Geremia, a Ezechiele ed agli altri profeti: se si affliggono per il mancato rispetto della legge di Dio e per l'idolatria, è perché vedono falsità dietro culti che apparentemente inneggiano a Dio. La legge stessa, se letta bene, ci fa morire al falso uso della legge.
Paolo è stato crocifisso in Cristo. Ed in questa immagine meravigliosa troviamo il riassunto della vita di chi ha deciso di diventare Cristiano: non sono più io che vivo, ma il Cristo vive in me! Paolo, un ebreo iperosservante, scrupoloso ed ossessivo nel rispettare la legge, era in realtà un morto spiritualeche andava ad uccidere cristiani pensando di fare del bene. Ha scoperto che la sua interpretazione della legge era sbagliata, falsa! E ha capito che doveva morire a quel modo di interpretare, crocifiggerlo sulla croce, per lasciare che Cristo lo facesse rivivere in una vita vera e pienamente giustificata. Non per i suoi meriti, ma per quelli di Cristo morto per lui. Se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge, la morte di Cristo sarebbe inutile. Ma la giustizia per mezzo della legge non si ottiene, e quindi la morte di Cristo è necessaria per la salvezza dell'umanità.
Tanti di noi oggi possono dire di sperimentare in profondità il senso delle parole di Paolo. Possono di dire di aver vissuto questa morte a se stessi e questa resurrezione ad una vita nuova in Cristo. Eppure dopo l'entusiasmo è importante valutare giorno per giorno la portata di queste parole. Paradossalmente, anche se non si deve fare niente, essere crocifissi e lasciar vivere Cristo in noi è più difficile che cercare di essere giustificati dalla legge... Sì, in fondo rispettare qualche regola è facile. Potremmo decidere di fare come questi disturbatori dei Galati e raccomandare un taglietto nel prepuzio, la separazione dai pagani, qualche norma igienica, e ci sentiremmo poi a posto davanti a Dio. La vera vede ci chiede molto di più del rispetto di qualche regola. La vera vede nel Cristo che vive in chi decide di morire alla legge e quindi a se stesso, e di avere una nuova vita nella fede del Figlio, è difficile: possiamo veramente dire che le persone intorno a noi vedano sempre in noi questo Cristo che vive? Possiamo veramente dire ogni giorno che amiamo come il Cristo ci ha amati e che ci comportiamo come Lui? Possiamo dire che non c'è un minuto in cui la nostra fede e fiducia in Dio crolla e che siamo sempre costantemente fedeli? Temo proprio di no. Ma questa stessa difficoltà ci riporta a dire che Cristo non è morto inutilmente. E' morto perché le stesse persone che vorrebbero portarlo non ne sono degne e non sanno farlo. E quindi ha senso che muoia per loro, per perdonare il modo in cui erano ed il modo in cui continuano ad essere. Come Pietro che continua a sbagliare...


mercoledì 24 ottobre 2012


Galati2, 1-10

Paolo, dopo aver spiegato per il tutto il primo capitolo che il vangelo che predica lo ha ricevuto da Dio, e dopo aver sottolineato che la sua scarsa frequentazione di Gerusalemme comprova che non è lì che ha imparato il vangelo, ci mostra ora l'altra faccia della medaglia: quella del perfetto accordo del suo vangelo con quello degli apostoli di Gerusalemme. E lo fa raccontandoci il suo viaggio a Gerusalemme, accompagnato da Barnaba e da Tito. Possiamo trovare in Atti 11 la descrizione di questo episodio e rilevare l'importanza di questo incontro privato a Gerusalemme tra Paolo ed alcuni apostoli. Alcuni ritengono che il viaggio che Paolo descrive in Galati sia quello che troviamo in Atti 15, ma a mia opinione le due riunioni sono piuttosto diverse: questa è privata, e ben si accorda con Atti11, mentre quella di Atti 15 è una specie di sinodo, di grande incontro tra più persone, che torna a discutere su una questione già aperta in Atti 11.
1 Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito: 2 vi andai però in seguito ad una rivelazione. Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano. 3 Ora neppure Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere. 4 E questo proprio a causa dei falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi. 5 Ad essi però non cedemmo, per riguardo, neppure un istante, perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda tra di voi.
6 Da parte dunque delle persone più ragguardevoli - quali fossero allora non m'interessa, perché Dio non bada a persona alcuna - a me, da quelle persone ragguardevoli, non fu imposto nulla di più. 7 Anzi, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi - 8 poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per i pagani - 9 e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi. 10 Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare.
Di questo incontro a Gerusalemme, che è un'intensa discussione tra Paolo e gli apostoli vorrei rilevare tre aspetti significativi.
1. Paolo si confronta
In primo luogo Paolo ci precisa (v.2) che sale a Gerusalemme non tanto per parlare della questione di cui parlerà nel resto dell'epistola, cioè del problema dell'infiltrazione di "giudaizzanti" che vorrebbero imporre il rispetto di leggi giudaiche (in particolare la circoncisione) ai nuovi convertiti cristiani, ma per un altro motivo, legato ad una rivelazione. Se non ci sbagliamo a dire che l'episodio corrisponde a quello di Atti 11, potrebbe darsi che la rivelazione sia quella fatta dal profeta Agabo che annunciava una carestia su tutta la Giudea, in seguito alla quale Paolo e Barnaba, per l'appunto, sono inviati dalla chiesa di Antiochia a Gerusalemme per portare soccorsi. A Gerusalemme, tuttavia, prende occasione anche per parlare con gli apostoli. Questa sua volontà di parlare con loro è molto importante perché finora Paolo si è basato solo sul suo personale rapporto con Dio, che è fondamentale. Ora viene il momento del confronto, che è altrettanto importante, ed infatti concludono capendo che il loro vangelo è unico. Se ci fossero state grosse differenze tra il vangelo predicato da Paolo e quello predicato dagli apostoli, allora ci sarebbe stato da preoccuparsi, nel senso che sarebbe stato evidente che uno dei due non parlava da parte dello Spirito. Invece c'è accordo, e questo è un principio che dobbiamo considerare come valido anche nella chiesa di oggi. E' bene che le convinzioni importanti, come quelle che riguardano intere categorie di persone, vengano da Dio che ognuno le maturi nella preghiera e nella meditazione. In questo caso, il fatto di considerare ancora valide o meno alcune prescrizioni mosaiche, era molto importante per quelle persone. Quindi è bene prima di pronunciarsi maturare in preghiera come risolvere. Ma una volta concluso un dialogo "verticale" è importante confrontarsi con gli altri fratelli per confermare o rivedere quello che si è ricevuto. Questo non significa che ci voglia la "maggioranza" per decidere cosa vuole Dio da noi, altrimenti l'idea di rivelazione scompare. Proprio in merito alla questione del vangelo rivolto ai Pagani, possiamo ricordare che Pietro, che per primo ebbe una rivelazione sulla necessità di annunciare il vangelo ai non ebrei, inizialmente fu criticato. Ma condivise la sua rivelazione con i fratelli, che furono convinti e la sua minoranza diventò maggioranza. Possiamo anche notare come in questo caso sia presente Tito, un testimone vivente della conversione di un pagano, che non è circonciso e tuttavia è un servitore fedele al quale infatti non viene imposto di circoncidersi. Vedremo che non è sempre facile arrivare ad un accordo e che non mancano le tensioni. Questo incontro privato però ci potrebbe fare pensare che trovare un punto d'incontro è possibile e che maturare le proprie convinzioni rimanendo aperti a quello che dicono gli altri, prima di irrigidirsi, è una via per costruire un'intesa tra fratelli.
La chiesa di oggi non è divisa sulla circoncisione, ma non mancano elementi di divisione. Ci sono divergenze sul modo di vedere la fine del mondo, le sue origini, sul modo in cui lo Spirito Santo comunica con i singoli, sul ruolo di Israele; sul ruolo dei credenti in politica, su diverse questioni etiche, sull'omosessualità, sull'ispirazione della Scrittura.. ecc. Purtroppo mancano spesso gli spazi di confronto sereni, come quello rappresentato da questo piccolo incontro tra Paolo ed apostoli. Non è la soluzione al problema della ovvie divergenze che ci sono nella chiesa, ma deve farci pensare.
2. Le colonne
Nel corso del suo discorso Paolo sottolinea più volte di aver parlato con delle persone un po' speciali. Le chiama: "le persone più ragguardevoli" o "stimate", e poi le chiama "colonne". Si tratta in effetti di tre figure carismatiche e fondamentali per il cristianesimo delle origini, cioè Pietro, Giovanni e Giacomo. Parla con loro perché non vuole "rischiare di aver corso invano", cioè non vuole che tutto il suo lavoro fatto tra i pagani vada perso, qualora si trovasse in contrasto con il resto della chiesa. Quindi parla con persone da cui è sicuro di essere capito e nelle quali sicuramente troverà interlocutori validi. E' possibile che "i giudaizzanti" abbiano screditato il vangelo di Paolo, esaltando gli apostoli - a torto - e quindi Paolo sottolinea il suo accordo proprio con loro per mostrare che il suo vangelo non è una sua invenzione, ma è in pieno accordo con quanto detto da questi stessi apostoli. L'immagine della "colonna" per indicare queste persone è particolarmente significativa e forte. Significa che grazie a loro la chiesa ha un sostegno, nonché un ornamento. E questo mi fa pensare che ci sia un principio molto bello di cui tenere conto. E' importante che nella chiesa ci siano delle colonne. Delle persone capaci di dare esempi, di essere di riferimento per chi si converte, di essere punti fermi su cui si sa di poter contare. Per quanto i credenti siano tutti uguali davanti a Dio, ci sono innegabilmente delle differenze ed alcuni sono chiamati ad un ruolo di colonna portate. Ognuno di noi si deve interrogare chiedendosi se Dio non lo chiami ad essere in qualche modo colonna per una realtà più piccola, come quella della sua chiesa, essendo riferimento per gli altri, per i bambini, per i giovani; e comunque si deve interrogare sul rispetto dovuto a delle figure che nella loro imperfezione umana hanno comunque mandato avanti un messaggio. Paolo avrebbe potuto dire: "Mi importa poco di quel che dicono gli apostoli, perché tanto il mio vangelo l'ho ricevuto da Dio". Ma non lo dice, e anzi fa notare il consenso trovato insieme. La ricerca della vocazione di "colonna" per una certa sfera, ed il rispetto per le colonne che troviamo dovrebbero emergere dalla riflessione su questi passi, senza per questo portarci a nascondere errori conclamati di persone in vista, e credo di poter dire che purtroppo nelle chiese evangeliche attuali non è sempre così. Facilmente attacchiamo e facilmente litighiamo. Questo esempio ci fa ancora una volta riflettere, benché vedremo che anche Paolo litigherà con Pietro...
3. La mano ed i poveri.
Paolo e gli apostoli vengono quindi ad accordarsi. Nessuno impone niente a Tito, un non circonciso, e la stretta di mano simbolizza un accordo ed una benedizione nella comunione. Il vangelo di Paolo non è considerato monco, mutilato, ma pieno e conforme a quello predicato a Gerusalemme. Semplicemente ognuno si occuperà di un certo destinatario: a Gerusalemme i circoncisi, cioè gli ebrei, e ad Antiochia dei non circoncisi, cioè i pagani e difatti da lì partono tutte le missioni di Paolo. Ma mi colpisce molto la frase finale: ricordatevi dei poveri, richiamo alla rivelazione iniziale, quella per cui Agabo aveva predetto una carestia ed in seguito alla quale Paolo e Barnaba erano venuti a Gerusalemme. Il vangelo vive della verità, e questa verità è una ed indivisa. Non ci sono mille vangeli, ma uno solo ed è lo stesso per Paolo e per gli apostoli: questa mano stretta ci ricorda questa forte unità che molta teologia moderna cerca di contestare, parlando di un vangelo petrino, di uno giovanneo, di uno marciano ecc. Ma no, il vangelo è unico: se i destinatari sono diversi ci possono essere accentuazioni diverse, ma la sostanza non cambia ed è la stessa: Dio salva per fede degli uomini peccatori che chiama a ravvedersi. Ma questa verità non è mai separata dall'amore e dall'attenzione verso gli ultimi. Dopo aver parlato di circoncisione, di incirconcisione e altro, ricordatevi dei poveri, altrimenti il vostro vangelo è monco. Lo stesso forse dovremmo dirci oggi: dopo aver parlato delle questione che ho elencato sopra, e che spesso sfiorano la disputa sterile, come i tempi e i modi del ritorno di Cristo, le esatte dinamiche della creazione del mondo, la politica ecc. ricordiamoci dei poveri e dei bisogni di tanta umanità.


lunedì 1 ottobre 2012


Galati 1, 11-24: Il vangelo di nessun uomo.

11 Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull'uomo; 12 infatti io non l'ho ricevuto né l'ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. 13 Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, 14 superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com'ero nel sostenere le tradizioni dei padri. 15 Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque 16 di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, 17
 senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
18 In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; 19 degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. 20 In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco. 21 Quindi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia.22 Ma ero sconosciuto personalmente alle Chiese della Giudea che sono in Cristo; 23 soltanto avevano sentito dire: «Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere». 24 E glorificavano Dio a causa mia.
Quando parliamo di uomini di Dio, intendendo con questi persone che hanno una sorta di rapporto privilegiato con Dio, pensiamo a persone capaci di vivere momenti di forte vicinanza con Dio e di saperli poi trasmettere agli altri. Il passo che leggiamo oggi si inserisce in quella sezione della lettera ai Galati in cui Paolo rivendica l'origine divina del suo vangelo. Abbiamo già osservato i versetti 11 e 12 rilevando che un vero vangelo non può che essere "disumano", dotato cioè di una componente spirituale che fa sentire il soffio di Dio in ciò che proclama; ed abbiamo anche detto che Paolo non può avere prove schiaccianti e vincolanti "esterne", che diano credibilità invincibile al suo vangelo; tuttavia in vangelo che lo porta dalla violenza alla pace, dal particolarismo giudaico all'universale umano, e dal etnocentrismo all'annuncio a tutti i popoli, ha una forte credibilità: è disumano perché elimina quegli aspetti bassi dell'umanità per elevarla ad una spiritualità divina, facendola essere allora la vera umanità rigenerata dalla Parola che Dio vuole formare.
Viste queste premesse sulla divinità del vero vangelo e sulla sua unicità, nel passo di oggi vediamo quegli argomenti che Paolo stesso usa, presentano la propria biografia. Rivolgendosi alle diverse chiese presenti in Galazia sta dicendo: quello che vi ho detto su Gesù Cristo, il fatto che sia Figlio di Dio e che ci regali una salvezza attraverso la nostra semplice adesione, fatta di fede e non di opere della legge, viene da Dio. Ora ve lo provo.
1. Prima della conversione: nessun uomo avrebbe potuto cambiarmi 13-14
Paolo sottolinea i tratti fanatici che caratterizzavano la sua vita di attivista ebreo nei confronti delle chiese. Intolleranza e violenza nei confronti dei cristiani, orgoglio giudaico e competizione personale con i suoi connazionali, zelo tradizionalista e conservatore. Difficile cambiare un uomo simile che ha investito tutto in una causa, e che crede che Cristo ed i cristiani siano degli impostori, che usano abusivamente il titolo di Messia. Ne consegue che la forza che lo libera da quel fanatismo non può essere che una forza divina. Non c'è uomo che lo potrebbe cambiare, e solo Dio può intervenire.
Quanto Paolo dice è vero anche oggi, ed è per questo che preghiamo e non ci stanchiamo di pregare soprattutto per chi è estremamente convinto di essere nel giusto quando semina violenza, odio e fanatismo. I fanatici sono presenti in tutte le religioni, ci sono fondamentalismi cristiani, islamici, ebrei, e per quanta rabbia possiamo provare nei confronti della loro intolleranza, l'esempio di Paolo ci deve fare pensare che anche lui, prima di convertirsi è stato proprio così. Un violento ed un fanatico. Allora convertiamo la nostra rabbia in preghiera e speranza, convinti che Dio cura i malati e non cerca i perfetti. Del resto, tralasciando il piano del fanatismo religioso, il mondo è pieno di fanatismi di vario tipo, intendendo con essi idee ossessive e continue che guidano la vita di chi le sposa. C'è un fanatismo materialista, un fanatismo consumista, un fanatismo egoista, un fanatismo politico, un fanatismo sessuale, un fanatismo illegale e potremmo aggiungerne ancora tanti. Il Signore Gesù è morto proprio per queste persone fanatiche, immorali, ossessionate dal guadagno o dal desiderio di imporsi, e spesso va a scegliere proprio loro per far crescere il suo regno, dopo averle cambiate.
2. Durante la conversione: nessun uomo, neppure io stesso, poteva operarla. 15-16a
E' Dio che cambi i cuori, i caratteri e le vite, non gli altri uomini. E questo è tanto vero che Paolo arriva a dire che Dio lo aveva scelto fin dal seno di sua madre, cioè quando non era ancora nato. Leggendo un simile passo potremmo perderci in infinite discussioni sul libero arbitrio e sul senso di una vita che è già anticipatamente scelta da Dio, ma credo che quello Paolo voglia dirci qui è altro: vuole significare che la sua conversione è interamente opera di Dio, ha un'origine interamente divina. E' talmente estranea a una qualche azione o decisione o volontà umana che precede addirittura la formazione della persona, ed agisce già in pancia, laddove un feto, un essere non ancora completo e sicuramente incapace di scegliere e di volere è già destinato ad essere chiamato ad una salvezza, prima ancora di entrare nel mondo in cui troverà numerosi elementi da cui doversi salvare.
Questo Dio chiama per grazia, non per meriti personali, e nel chiamare rivela il Figlio. Ed ecco che arriva il paradosso: Paolo diventa l'apostolo degli stranieri, cioè di quelle persone che maggiormente in quanto non giudei gli stavano sullo stomaco... Non solo diventa cristiano, ma diventa uno specialista del contrario di quello di cui si vantava prima: proprio perché per lui c'erano solo i giudei ora invece va ad annunciare ai non giudei, ai gentili o pagani che dir si voglia. Ma non si tratta di un contrappasso, ma semplicemente della conferma del senso del vangelo che Paolo ha scoperto: prima giudicavi gli uomini in base alla loro appartenenza ad un popolo etnicamente identificabile. Adesso sei chiamato a cercare proprio quegli uomini che non fanno parte di quel popolo perché hai capito che questa appartenenza non conta niente e che l'unico criterio è conoscere Cristo.
Chissà chi abbiamo odiato prima di convertirci? Quali categorie ci sono state particolarmente antipatiche, quali abbiamo perseguitato? I ricchi? I poveri? I comunisti o i fascisti? Gli extracomunitari e gli zingari? I fumatori o i drogati? Ci sarà pure qualcuno che ci è stato sullo stomaco! Se abbiamo capito con Paolo che solo Cristo conta, perché ci ha scelti dal grembo di nostra madre dobbiamo rivedere anche quei criteri umani di giudizio che avevamo precedentemente adottato. Perché se il Signore ci ha scelti a prescindere da criteri di appartenenza umani, e se ha scelto tutti indipendentemente dalla loro appartenenze, anche noi dobbiamo "scegliere" di evangelizzare gli altri, soprattutto quelli che abbiamo in qualche modo sminuito, in base ai nostri criteri di giudizio umani.
3. La solitudine. Nessun uomo ha parlato con me. 16b-24
Infine un ultimo criterio, che non è certo il minore. Proprio perché la rivelazione è venuta dall'alto e perché non è il frutto di insegnamento ricevuto da altri Paolo insiste sul fatto che nei primi anni della sua vita da convertito, da credente in Cristo, non ha parlato con nessuno. E' piuttosto sorprendente notare che il suo vangelo non si oppone al vangelo predicato dagli apostoli, con cui vedremo la conformità. CI precisa che non parla con nessuno! Se ne va in Arabia, forse ad evangelizzare, o ancora più probabilmente a meditare, poi a Damasco, per tre anni. Oggi che di Damasco sentiamo tristemente parlare di stragi e omicidi, possiamo pensare che in quella stessa città Paolo cercava Dio nella solitudine, e si adoperava per evangelizzare, come sappiamo da Atti. E' un periodo formativo di tre anni, un po' come il ministero degli apostoli con Gesù dura tre anni. Infine fa una visita a Gerusalemme, ma è rapida, solo 15 giorni, e vede solo due degli apostoli. Ed anche in Siria e Cilicia, dove va per cominciare ad evangelizzare, come sappiamo da Atti 9, insiste su questa sua dimensione lontana dagli apostoli di Gerusalemme, con i quali invece comunicherà a fondo più tardi.
Credo che il confronto fra fratelli sia molto importante, e credo anche che quando ci si converte e si incontra il Signore Gesù Cristo, è importante stare in una comunità che ci aiuti a crescere. Ma credo anche che sia fondamentale non trascurare la dimensione solitaria, di ricerca personale di Dio e di intenso dialogo con cui su cui Paolo insiste per garantire l'origine divina del suo vangelo. Non siamo tutti uguali e quel Saulo che conosceva bene le scritture era già pieno di conoscenze su Dio prima ancora di averlo conosciuto a fondo. Non è quindi detto che tutti dobbiamo isolarci per tre anni e starcene da soli a parlare con Dio. Ma dico che è opportuno che ognuno di noi, anche se convertitosi tanti anni fa, non trascuri quella dimensione personale ed isolata della fede che in questo momento per Paolo è un vanto. Proprio perché il vangelo non è un'ideologia o una filosofia che altri di devono spiegare. E' lo Spirito Santo stesso che parla e forma chi vuole camminare con Dio, senza che manchi tuttavia il confronto con gli altri fratelli.
Oggi, leggendo le parole di Paolo a 2000 anni di distanza, vediamo come queste rimangano attuali. E speriamo di avere una settimana per cui la nostra testimonianza possa dire ciò che Paolo diceva in conclusione di questo passo: che le chiese glorificavano Dio a causa sua! AMEN


martedì 25 settembre 2012


LA SFIDA DI EBREI 6, 1-12

Nel programma di predicazioni che scandisce i tempi di questa comunità, ci si trova più o meno fra il primo e il secondo capitolo della Lettera ai Galati – uno dei capisaldi della dottrina paolina sulla salvezza che si acquisisce per sola fede e senza l’ausilio delle opere della legge. Per questa riflessione, però, la scelta è ricaduta su un testo che sembra praticamente azzerare tutto quanto Paolo scrive in questa e in altre sue lettere: Eb. 6:1 – 12, un testo che difficilmente è oggetto di predicazioni o di studi biblici. Ad una prima lettura sembra che l’autore di questa epistola – che soltanto una tradizione tardiva e alquanto incerta ha attribuito a Paolo – stia sottolineando con una forza tutto sommato abbastanza inedita, nel Nuovo Testamento, l’importanza fondamentale delle opere per la salvezza. E questo sembra contraddire non soltanto il messaggio della lettera ai Galati, né soltanto il messaggio di Paolo, ma un po’ tutto il messaggio dell’evangelo. E’ un testo davanti al quale ogni credente di impostazione riformata non può non fermarsi a riflettere. E penso che proprio per questa sua caratteristica è un testo che viene letto e studiato poco. Ma questa è una mancanza, che porta alla Chiesa non poche conseguenze negative – e queste conseguenze non hanno certo a che fare con il fatto che i credenti prestano meno attenzione al loro cammino di personale santificazione e consacrazione.

Procedendo con ordine, per comprendere un testo come questo, non si può evitare di dire due parole sulle sue caratteristiche più estrinseche, e sulle vicende che stanno dietro al fatto che noi possiamo leggere questo scritto nelle nostre Bibbie, dove è inserito a pieno titolo fra i libri del Nuovo Testamento. Una cosa che non è affatto così scontata. Lutero – colpito da passi come questo e altri – la pose in fondo, quasi in appendice alla sua traduzione in tedesco della Bibbia, accanto agli altri testi che reputava di dubbia canonicità, vale a dire le lettere di Giacomo e di Giuda e l’Apocalisse; ma i suoi dubbi non derivavano solo dal fatto che sembrava contraddire la dottrina da lui riscoperta, e a lui tanto cara, della giustificazione per fede, ma anche per ragioni che rendono oggettivamente problematica l’inserzione di questo testo nel canone. In effetti Ebrei è una lettera a suo modo enigmatica e misteriosa. In primo luogo, è del tutto da vedere se siamo davvero di fronte ad una “lettera”. Sicuramente si conclude come una lettera, e nel corpo della trattazione presenta molti aspetti tipici della letteratura epistolare, c’è un voi, a cui l’autore si rivolge. Ma l’inizio non è affatto quello di un’epistola, sembrerebbe piuttosto di essere di fronte ad una specie di sermone, o di piccolo trattato. Che però, appunto, un po’ misteriosamente poi si conclude come una lettera con dei saluti – che non si sa però chi è che manda, e a chi. Perché anche l’autore, la paternità di questo scritto, è oggetto di numerosi interrogativi. L’attribuzione a Paolo è tardiva e improbabile, sono stati proposti – fin dall’antichità – molti nomi, ma nessuno risulta del tutto convincente. E certamente è problematico di uno scritto canonico non conoscere l’autore dato che, uno dei criteri per riconoscere la canonicità di uno scritto neotestamentario è proprio che il suo autore sia un apostolo (cosa che rende il libro “per diritto divino” degno di entrare a far parte del canone) oppure, in qualche caso limitato e circoscritto, che sia qualcuno vicinissimo alla cerchia degli Apostoli, e che il suo testo abbia goduto di un precoce e generale riconoscimento da parte degli Apostoli e delle chiese che dagli apostoli erano guidate. Ma nel caso di un testo di cui poco o nulla si può dire circa il suo autore è difficile avvalorare questa possibilità, ci si deve per forza di cose limitare al fatto che è stata riconosciuta dalle chiese cristiane fin dal primo secolo (e questo è davvero documentato) e sul fatto che il messaggio testimonia dell’autenticità – cosa che però a me pare apra la strada a pericolosi soggettivismi. Mi sento di abbracciare la posizione di Calvino – che su questo tende a differenziarsi da Lutero – e che dice che nella sua provvidenza Dio non avrebbe consentito che finisse nel canone un testo che esprimesse concetti incompatibili con il messaggio del vangelo o che non fosse utile che i credenti avessero a disposizione per la loro formazione, e che se troviamo dei passi che ci sembrano ostici la soluzione non è ignorarli, ma se mai interrogare con maggior forza il Signore su cosa vuole dirci attraverso questi passi. Qualcuno, davanti ad Eb. 6, avrebbe buon gioco a citare il celebre versetto di Dt. 29:29 (“Le cose occulta appartengono al Signore, mentre le cose rivelate sono per noi e per i nostri figli affinché le pratichiamo”) ma a questo mi sento di replicare che, intanto ogni versetto che si trova nella Scrittura appartiene al campo delle cose rivelate, e non delle cose “occulte”; ma poi replico anche con un altro versetto, Pr. 25:2, che dice che “è gloria di Dio nascondere le cose, ma è gloria dei principi quella di investigarle”.

Pochi versetti prima del testo che abbiamo letto, accade in questo scritto qualche cosa di simile, per alcuni versi, a quanto accade in un altro libro, quello degli Atti – in Eb. 5:11 lo scrittore dice: “Su questo argomento avremmo molte cose da dire, ma è difficile spiegarvele perché siete troppo immaturi” – Certamente tutti ricordano – anche perché lo si vede in maniera molto più netta e marcata – che negli Atti il “loro” diventa un “noi”; e anche qui, ciò che incomincia come un’esposizione impersonale, e che mantiene per molti tratti questo carattere, all’improvviso, con una soluzione di continuità, un cambio di tono, che a me pare che balzi abbastanza agli occhi, si concretizza in un noi – voi; i destinatari dell’altissima dottrina che fino a quel momento si era venuta delineando acquisiscono in qualche modo la forma e lo spessore di una comunità concreta, reale. E il “trattato” assume forma di lettera. Si tratta però di una forma i cui contorni restano indefiniti perché in realtà leggiamo il voi, ma non sappiamo chi si cela dietro questo voi; non sappiamo neppure se fosse una comunità locale specifica, un insieme di comunità, le chiese di una regione – un po’ come la lettera ai Galati – o addirittura tutti i cristiani (in questo caso la forma epistolare della seconda parte sarebbe una mera finzione letteraria). Il titolo, “Epistola agli Ebrei” dice poco in quanto prima di tutto è il frutto di una interpretazione dei primi copisti – tutti i riferimenti all’antico patto, alla legge, alla storia passata d’Israele ha fatto pensare a un testo pensato soprattutto per dei cristiani provenienti dal Giudaismo – ma una cosa del genere dice pochissimo dato che siamo nel primo secolo, un’epoca in cui praticamente tutte le chiese erano piene di credenti provenienti dal giudaismo, mentre non consta che vi fossero comunità costituite esclusivamente da credenti provenienti dal giudaismo. Personalmente tendo a pensare a dei destinatari precisi e circoscritti – ai quali magari l’autore sceglie di inviare non una semplice sua lettera, ma un testo già ben conosciuto e accettato quale parte della rivelazione di Dio, cui poi forse decide di apporre alcune sue considerazioni da applicare al contesto per cui sta scrivendo, cosa che renderebbe ragione della cesura in fondo al capitolo 5 – anche se ovviamente questa è solo una mia congettura. Il punto, comunque, è che dopo aver presentato una lunga trattazione il cui tema è la centralità di Cristo, e che smonta completamente qualsiasi pretesa di una salvezza che possa sminuire il ruolo di Cristo, fosse pure per affermare un qualche ruolo ancora plausibile per la Legge, o per il popolo dell’Antico Patto – ecco che la prima cosa che fa, l’autore, è quella di presentare questo strano monito del capitolo 6. Perché lo fa? Vorrebbe forse sottintendere che la grazia di Dio in Cristo ha una portata limitata, e che esiste un punto di non ritorno, superato il quale non è più applicabile? E’ davvero un’esortazione ai cristiani a badare di non cadere così in basso che neppure la croce di Cristo sarà più in grado di operare alcuna redenzione?

Non posso dire con assoluta certezza – anche se la trovo un’ipotesi persuasiva – che Eb. 1:1 – 5:10 sia un testo dottrinale già in circolazione cui poi qualcuno – un apostolo o qualcuno che ha ricevuto un incarico in tal senso da un a postolo – ha sentito di dover fornire una più compiuta spiegazione nella seconda parte del testo, o se, semplicemente, si tratta dello stesso autore che ha dedicato i primi 5 capitoli a riassumere il centro del messaggio Cristiano per poi applicarlo al contesto specifico di credenti cui si sta rivolgendo. Ma il primo punto che vorrei sottolineare è proprio questo: non comprendiamo nulla di questo scritto, e forse dell’intero Nuovo Testamento, se prescindiamo dal fatto che il culmine e il centro del suo messaggio non è la salvezza, ma è l’autore della salvezza, vale a dire Cristo. Se Paolo sembra parlare troppo di grazia, e Giacomo sembra parlare troppo di opere, la lettera agli Ebrei ci ricorda che non parleremo mai troppo di Cristo, e che in Lui ogni cosa trova il suo senso e la sua giusta collocazione. “come scamperemo se trascuriamo una così grande salvezza?” domanda retoricamente l’autore della lettera in 2:3, ma questa salvezza è grande, non perché sia grande colui che la riceve, e neppure perché sia grande la sua realizzazione concreta (su cui ben poco ci viene detto), ma piuttosto, perché è grande il suo autore, Cristo, superiore agli angeli, superiore alla legge, superiore al creato, superiore a Mosé., sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek.

Ma qui appunto l’autore si ferma e dice, sostanzialmente, “Sì, Melchisedek… ma voi che cosa potete capirne? Dovrei dirvi un sacco di cose e invece mi tocca parlarvi di nuovo delle cose che dovreste sapere da tempo, in cui dovreste voi stessi insegnare agli altri”. E, dicendo questo, ci pone sostanzialmente davanti un rischio per la chiesa di ogni tempo. Un rischio in cui la chiesa di ogni tempo è incorsa tante volte, anche – a mio avviso – perché si è troppo lasciata spaventare da versetti come questi.

Ricordo che, nei primi anni della mia conversione, scoprii – con una certa sorpresa – che quella delle conversioni multiple era (e forse è ancora) un’esperienza abbastanza diffusa, specialmente fra i figli di famiglie già evangeliche. Capita a volte che si abbia un’esperienza di “conversione” in età abbastanza precoce, a volte a seguito di pressioni in famiglia o presso campi biblici (ovviamente un ambiente particolare), e si accetti il Signore – o comunque ci si renda conto di averlo accettato - e dunque si chieda il battesimo; poi si ascoltano un paio di predicatori che asseriscono con grande sicurezza che il vero credente non pecca e che il credente che cade nel peccato probabilmente non è un vero credente, e il ragazzo entra in crisi e, per maggior sicurezza, si “converte” di nuovo. E questo spesso non accade una volta sola – perché la realtà del peccato purtroppo ci accompagna costantemente, ma questo sarebbe il tema di un’altra predicazione. Finisce che allora ci si continua ad interrogare sull’autenticità della propria conversione e si può anche arrivare a concludere che l’esperienza fatta non era autentica, e che è bene ripeterla. E’ possibile che già nel 1° secolo, forse, in ambienti dove si sottolineava tanto l’importanza della consacrazione e di un cammino di santificazione, questa soluzione potesse essere operativa già in epoca così antica. La soluzione prospettata dall’autore dell’epistola – lasciatemela chiamare così, non foss’altro per semplicità – agli Ebrei, è abbastanza chiara, e non passa – come ci aspetteremmo – per una riaffermazione della salvezza per fede, né per una sottolineatura dell’importanza delle opere. Passa piuttosto per due punti, e poi per una sfida.

Il primo punto: il solo fondamento della nostra Salvezza, è il Salvatore: Cristo. E’ una grande salvezza, che nessuno dovrebbe mai pensare di poter trascurare o ignorare. Cristo è il centro e l’autore della Rivelazione (Eb. 1:1-2). Non potrebbe esservi alcun contatto, alcuna comunicazione fra l’uomo e Dio, se Dio non avesse aperto un canale di comunicazione: e questo canale è il Figlio, Cristo. (2) Egli è l’autore e il centro della Creazione (1:3), ed è superiore a tutte le creature, anche alle più alte, agli angeli: lo è sia in quanto uomo perfetto, sia in quanto Dio – tant’è vero che gli angeli stessi lo devono adorare; (4) la sua stessa natura divina lo rende anche superiore a Mosè, sommo legislatore e rivelatore della prima legge e del primo patto (5) è autore di un riposo eterno per coloro che lo hanno ricevuto (6) adempie le funzioni di perfetto sommo sacerdote , ovvero è Lui che offrendo se stesso in sacrificio per i peccati apre a tutti noi la strada alla salvezza.

Il secondo punto è di cercare di conoscere su Cristo, di assimilare di Cristo, tutto quanto può essere conosciuto e assimilato. Non ci viene chiesto di tornare ad ogni caduta o ad ogni momento di incertezza al momento della conversione, di rimettere in discussione che quell’esperienza sia stata o meno autentica. Anzi, secondo quanto io capisco, proprio questo è il rischio da cui Ebrei ci mette in guardia: non tornate sempre su queste cose elementari e che conoscete già fin troppo bene – ci dice.

Non sono poche le comunità e gli autori evangelici che brandiscono Ebrei 6 come una spada per dimostrare che il credente che non vive un cammino di consacrazione rischia di perdere la salvezza ricevuta in dono, e tuttavia mi pare che leggere Ebrei 6 in questo modo sia fuorviante e perda di vista il punto che induce l’autore a scrivere queste parole. La sua esortazione di partenza non è “comportatevi bene”, ma “non ritornate sempre sugli insegnamenti elementari sulla fede e sulla salvezza” – e la “perdita della salvezza” di cui si parla qui (se è davvero di questo che si parla), è certo una perdita molto diversa e molto più tragica di quella predicata da queste comunità e questi autori, dato che si parla di una salvezza perduta per sempre, irrimediabilmente. Anche se può essere difficile per un predicatore, uno scrittore, una chiesa, dover rinunciare allo spauracchio dell’inferno – che può essere comodissimo – per convincere i fedeli a comportarsi da bravi cristiani timorati da Dio, consentitemi però di dire che se Dio avesse voluto che la paura dell’inferno fosse la chiave e la base del nostro agire etico, avrebbe dato probabilmente un vangelo diverso da quello che ci ha dato. Personalmente ascolto con un certo disagio predicatori – o leggo libri – il cui messaggio è: “Attenti a non esservi illusi”. Posto che fra di noi ci fosse davvero qualcuno che si è illuso di essere un credente, e però non lo è, ben venga se qualche suo peccato anche grave gli fa comprendere questo e lo porta a ravvedersi e a convertirsi davvero, che senso ha ammonire i credenti a stare attenti a non essere illusi? Comportatevi bene così non avrete motivo di mettervi in discussione – e andrete all’inferno in maniera più indolore? Perché è naturale che non sono le nostre cattive azioni a fare di noi degli illusi, ma è il fatto che ci siamo illusi che ci indurrebbe a compiere delle cattive azioni… Tuttavia sento anche di dover affermare con grande serenità ma anche con grande forza che né Dio, né Cristo, né la Scrittura illudono o deludono mai. Non posso escludere che qualcuno davvero sia un “illuso” ma credo anche che sono eccezioni – che andrebbero viste una per una, caso per caso. Ovviamente, è diverso il discorso dei “bugiardi” – per esempio, molti che oggi brandiscono la croce come una spada per affermare “Qui comandiamo noi”, temo che nella maggior parte dei casi non sono né credenti né illusi, ma che siano semplicemente dei bugiardi, che per convenienze varie trovano opportuno indossare una veste Cristiana. Ma torniamo ora al nostro testo.

L’esortazione è di lasciare l’insegnamento elementare (iniziale; le prime cose che vengono insegnate al neofita) intorno a Cristo e di tendere a quello superiore (a quello che lo completa). Il contesto della lettera – oltre che la grammatica – ci fa capire che il contrasto non è fra un insegnamento elementare su Cristo, e uno superiore che riguarda altre – diverse – realtà, bensì fra un insegnamento elementare, un annuncio iniziale (per dirlo più letteralmente) su Cristo – che è quello che ha a che fare con il ravvedimento, la fede, il battesimo, la resurrezione ecc. – e un insegnamento superiore che perfeziona e completa il precedente, ma che è sempre su Cristo, e che è quello che si incarna nel seguito della lettera dove viene ripreso il tema del sacerdozio secondo l’ordine di Melchisedek e del sacerdozio superiore di Cristo, che diventa la chiave per comprendere tutta la storia dell’Antico Testamento ma anche la storia presente – una storia fatta di persecuzioni e che deve culminare, di lì a poco, con l’assedio di Gerusalemme e la distruzione del tempio e la seconda diaspora degli Ebrei (uno dei pochi dati, fra l’altro, che ci offre qualche indicazione almeno sulla datazione e sull’ambientazione dell’epistola, è proprio il riferimento al tempio come a qualche cosa ancora operante ma prossimo ad essere superato – che ci fa pensare che ci troviamo a ridosso del 70 d. C., forse solo pochi anni prima).

Incastonato in tutto questo, l’enigmatico, terribile capitolo 6. Per il quale sono state proposte almeno 3 interpretazioni diverse. La prima è quella – assai in voga nel mondo delle chiese Pentecostali, significativamente più fra di loro che nel mondo cattolico – secondo cui l’insegnamento sarebbe: “Attenzione, perché la salvezza è per i non credenti; ma se dopo aver creduto, cadete non c’è più luogo ad alcuna salvezza: è come se crocifiggeste di nuovo Cristo e dunque può restare solo l’attesa di un giudizio”. Il secondo: il monito sarebbe per i falsi credenti, per gli illusi – e sarebbe, per l’appunto: “Attenti perché se voi frequentate la chiesa e conoscete perfettamente la verità che ha a che fare con la salvezza, ma nonostante questo non fate vostra questa verità, continuerete a peccare ma a causa del vostro rifiuto non ci sarà nessuna salvezza per voi, è come se crocifiggeste di nuovo Cristo e potete aspettarvi solo uno spaventoso giudizio. La terza è che questa sia solo un’ipotesi. Beh, certo parla così ma poi al versetto 9 si aggiunge: “Benché parliamo così siamo persuasi a vostro riguardo di cose migliori e attinenti alla salvezza” – e allora vedete che si parla di qualche cosa che non è reale…

In qualche modo faccio mia questa terza posizione, ma credo che vada un po’ modificata. Non siamo, a mio avviso, in presenza di un’ipotesi, in questo versetto, ma di una vera e propria sfida. L’Iddio che sta dietro la stesura di questo testo e del Nuovo Testamento in generale, è lo stesso che – tanto per fare un esempio – accetto di battersi con Giacobbe quasi alla pari, e di uscire addirittura apparentemente sconfitto (anche se il testo dice che Giacobbe ha vinto, non che il suo avversario abbia perso).

Il capitolo 6 della lettera agli ebrei ci presenta uno di quegli scenari davanti ai quali la mente umana vacilla, e che però sono tipici dell’agire di Dio. Da una parte, sappiamo come finirà la storia. Sappiamo come finirà la battaglia. Sappiamo chi vincerà la sfida. Come può l’autore della lettera in oggetto, parlando a una pluralità di lettori – e a un’enorme pluralità: non è una chiesa specifica e forse non è neppure un gruppo di chiese. Forse sono tutti i cristiani di tutte le età. Anche se mi sono fatto l’idea che dietro questo testo ci siano anche dei destinatari concreti, che sono forse una chiesa, forse un gruppo di chiese, forse un gruppo di credenti – penso anche che se in questo caso lo Spirito ha ispirato l’autore a non indicare un destinatario, voleva con questo sottolineare un punto preciso: che quello che veniva scritto era rivolto a tutti i cristiani di tutte le età non soltanto nei principi generali, ma anche nei dettagli situazionali. Così in qualche modo sento come se scrivesse anche a noi, a me “Siamo persuasi di ben altre cose a vostro riguardo?” Se il destinatario è – come è – generico, non è costituito tutto di credenti che l’autore conoscesse intimamente e personalmente, come poteva scrivere a tutti loro, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, “Tuttavia, “Ma abbiamo fede (il verbo è proprio”peitho – indica spesso, nel Nuovo Testamento, un vero e proprio atto di fede), riguardo a voi , di cose migliori e attinenti a salvezza”? Gli autori e i predicatori che usano questi testi per parlare di una salvezza da mantenere e che si può perdere sarebbero a questo punto molto più seri e più coerenti, perché di solito fanno precedere o seguire le loro filippiche da un prudenziale “Non conosco la vostra situazione “ e le concludono con un ancor più prudente “Il Signore conosce i cuori”. Il versetto 9 ci pone invece, in maniera peraltro estremamente poco teologica e molto immediata, di fronte allo scenario di quella che in gergo un po’ tecnico si chiama “escatologia realizzata”. Quella sfida è già vinta, possiamo già essere “persuasi”, avere fede nel fatto che il credente è salvato, perché Cristo – e non lui (se fosse lui non potrebbe esservi altro che l’attesa terribile di un giudizio che non lascia scampo) - è l’autore della sua salvezza. Potremmo anche rileggere i vv. 4 – 6, e immaginiamo che queste parole – vere – Dio non le stia dicendo in prima persona a noi, ma a Satana, per penetrare meglio nel senso di questa sfida. Una sfida vinta, ma una sfida vera.

E tuttavia, quella sfida è in corso. E, in questo senso, Eb. 6 è più di un’ipotesi: quello che c’è scritto è vero. E – tecnicamente – è possibile. Coloro che cadono dopo avere gustato la gioia della salvezza, non possono più né ravvedersi, né convertirsi perché hanno crocifisso il Figlio di Dio. C’è l’escatologia realizzata, che mi porta a dire che nessun credente ricadrà sotto questo tipo di giudizio perché la sfida è stata già vinta da Dio. E c’è il richiamo forte a non essere solo uno spettatore passivo, di questa escatologia realizzata – ma, oggi, devo dire., a non essere solo uno spettatore passivo della realizzazione di quest’escatologia – perché il mio impegno, il mio cammino di santificazione e di consacrazione – che costituiscono doni della grazia di Dio non meno di quanto lo sia la salvezza - fa pienamente parte dei mezzi che Dio ha scelto di usare per realizzare quest’escatologia. Camminiamo, o lottiamo, conoscendo già l’esito della battaglia e la meta del cammino, ma questo non ci porta a fermarci, o a cambiare strada, o a smettere di combattere, ma semmai ci sprona a farlo con impegno ancora maggiore – ma su questo diremo ancora qualcosa fra pochissimo. Ma sarà invece il rimettere continuamente in dubbio – sulla base delle nostre opere – la veridicità della salvezza ricevuta in dono, il timore di esserci illusi, la paura di non avere usato la formula giusta nel momento che siamo andati al Signore (perché se avessimo usato la formula giusta la conversione sarebbe stata autentica e allora non ci sarebbe stato luogo a cadute) – a fermarci, a bloccarci, a impedirci di andare avanti nel nostro cammino.

E concludiamo allora parlando proprio del cammino, e chiedendoci: ma dunque, Eb. 6 – e in generale la lettera agli Ebrei – non ha proprio nulla da dire ai cristiani in rapporto al loro cammino di fede e di consacrazione a cui sono chiamati? Penso che in realtà invece dice alcune cose molto importanti, e – avviandomi verso la conclusione – ne voglio ricordare almeno due: La prima. Nel momento stesso in cui invita quanti una volta hanno accettato Cristo nella loro vita a non stare a porre di continuo sempre lo stesso fondamento, invita anche coloro che NON hanno ancora fatto questo passo, a farlo. Come scamperemo se trascuriamo una così grande salvezza? E’ una domanda che non può parlare soltanto al cuore dei credenti. Parla anche – soprattutto – al cuore di chi credente, nel senso del NT del termine, ancora non è. Cristo è il centro di tutto, è il tema centrale della lettera agli ebrei. E’ il centro anche del tuo cuore? Non si accontenta lui di stare ai margini, o anche accanto. Si può essere molto vicini a Gesù, conoscere tutto di lui, essere anche convinti dell’altezza morale del suo messaggio e della sua vita, ma fino a quando non gli spalanchiamo la porta del nostro cuore, Lui terrà sempre la stessa posizione espressa da quelle parole dell’Apocalisse: io sto alla porta e busso. Dov’è Cristo nella tua vita e nel tuo cuore? AL centro, o alla porta, a bussare in attesa che tu gli risponda?

Cristo al centro ha però un profondo significato anche per i cristiani. Cristo al centro è la vera ragione dell’agire etico o – se preferite – del cammino di santificazione e consacrazione del cristiano. Non è la paura di un castigo, ma questo non vuol dire che non ci siano ragioni per il credente per sforzarsi di conformare la sua vita ai modelli espressi nella scrittura. E’ un po’ come in una famiglia – vi pare che abbia più senso compiacere il proprio marito o la propria moglie perché avete paura che se no vi lascia e divorzia, o perché lo amate o la amate e volete in tutti i modi farglielo vedere? Ecco, Dio non vuole da noi dei cristiani che vivono nella costante paura che lui divorzi da noi, ma che proprio perché sanno che lui non divorzierà mai, non verrà mai meno alle sue promesse, cercano in tutti i modi di manifestare che lo amano.

Di Roberto Cappato (robocap1@alice.it)