mercoledì 12 dicembre 2012


Immagini di libertà, da Galati 4, 1-20. Stefano Molino

1 Ecco, io faccio un altro esempio: per tutto il tempo che l'erede è fanciullo, non è per nulla differente da uno schiavo, pure essendo padrone di tutto; 2 ma dipende da tutori e amministratori, fino al termine stabilito dal padre. 3 Così anche noi quando eravamo fanciulli, eravamo come schiavi degli elementi del mondo. 4 Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, 5 per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli. 6 E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! 7 Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio.
8 Ma un tempo, per la vostra ignoranza di Dio, eravate sottomessi a divinità, che in realtà non lo sono;9 ora invece che avete conosciuto Dio, anzi da lui siete stati conosciuti, come potete rivolgervi di nuovo a quei deboli e miserabili elementi, ai quali di nuovo come un tempo volete servire? 10 Voi infatti osservate giorni, mesi, stagioni e anni! 11 Temo per voi che io mi sia affaticato invano a vostro riguardo.
12 Siate come me, ve ne prego, poiché anch'io sono stato come voi, fratelli. Non mi avete offeso in nulla. 13 Sapete che fu a causa di una malattia del corpo che vi annunziai la prima volta il vangelo;14 e quella che nella mia carne era per voi una prova non l'avete disprezzata né respinta, ma al contrario mi avete accolto come un angelo di Dio, come Cristo Gesù.
15 Dove sono dunque le vostre felicitazioni? Vi rendo testimonianza che, se fosse stato possibile, vi sareste cavati anche gli occhi per darmeli. 16 Sono dunque diventato vostro nemico dicendovi la verità? 17 Costoro si danno premura per voi, ma non onestamente; vogliono mettervi fuori, perché mostriate zelo per loro. 18 È bello invece essere circondati di premure nel bene sempre e non solo quando io mi trovo presso di voi, 19 figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi! 20 Vorrei essere vicino a voi in questo momento e poter cambiare il tono della mia voce, perché non so cosa fare a vostro riguardo.



Libertà è una di quelle parole passe-partout che qualunque oratore ha interesse ad usare perché sicuramente fa colpo sull'uditorio. Nel bene e nel male è un concetto che affascina, forse perché tutti ci rendiamo conto di essere soggetti a qualcosa, o forse perché abbiamo l'impressione che qualunque organizzazione, lo stato, la chiesa, i partiti, manchino in qualche modo di sufficiente libertà, e quindi ne ricerchiamo.
Tra gli argomenti che Paolo usa per convincere i Galati a confidare esclusivamente in Cristo per la loro salvezza e non nel merito che pensano di avere rispettando minuziosamente la Legge di Dio, vediamo oggi che compare anche quello della libertà. I Galati, ascoltando maestri che sono arrivati in Galazia dopo Paolo, e che si sono contraddistinti per un insistenza sul rispetto di certe parti della legge di Mosè, di fatto rischiano di perdere la loro libertà. Per questo Paolo, tra gli altri, tratta anche questo concetto.
1. Un altro esempio: schiavi degli elementi
L'esempio preso da Paolo non ci è familiare, ma lo capiamo. In una famiglia i figli sono equiparati ai servitori fintanto che non giungono ad un età prestabilita dal padre, che li renda eredi e partecipi dei beni del padre. Analogamente chi è vissuto prima di Cristo ha vissuto in un regime di simil schiavitù, nel senso che era costretto ad obbedire alla legge, divenendone schiavo. Un po' difficile capire l'espressione "gli elementi del mondo", che per alcuni indica le cose più elementari della legge, come le sue regole da seguire, senza pensare, che se prese come unica ragion di vita imprigionano la persona in un sistema cieco di regole in cui non c'è libertà. C'è chi ha voluto andare più in là e pensare alle divinità che nel mondo arcaico erano associate ai vari elementi materiali del mondo (terra, aria, fuoco, acqua), e ritengono che Paolo dica che persino la legge di Dio se male usata, diventa una sorta di potenza malefica che invece che liberare vincola e riduce in schiavitù.
Rispetto a questo mondo la venuta di Gesù ha comportato una rivoluzione straordinaria: ha permesso tanto agli ebrei che avevano trasformato la Torah in un codice giuridico o in un sistema di regole di trovare libertà, quanto ai gentili che magari vivevano adorando elementi della natura, rimanendo ugualmente schiavi di forze impersonali e cieche, di entrare in un meraviglioso regime di libertà. Non sono gli uomini che devono fare sforzi per piacere a Dio, ma Dio stesso, che nella persona di Gesù, nato sotto la legge, quindi consapevole delle esigenze di questo regime, viene a riscattare ed adotta. In questo movimento di Dio verso l'uomo vediamo bene come si muove il Dio uno e trino: il Padre invia il Figlio; e nella persona del Figlio riscatta, dando la vita per gli uomini, perché prende su di sé la maledizione di chi non rispetta la legge, essendo l'unico che l'ha rispettata; nella persona dello Spirito, entra nei credenti facendoli gridare di Gioia: "Papà!" è il grido dei credenti, essendo questo "Abbà" il termine ebraico affettuoso per indicare il padre. Mi è capitato di sentire alcune testimonianze di bambini adottati in età già consapevole. Dai loro racconti ho capito che in molti orfanotrofi c'è una specie di attesa da parte di questi bambini, nella speranza che un giorno qualcuno venga e voglia diventare loro padre e loro madre. Possiamo immaginare la loro gioia quando arriva qualcuno che li adotta a cui possono liberamente dire: "Papà". Vorrei che chiunque sente che la propria vita è mancante, è mutilata, è schiava di qualcosa, sia di una religione che gli fa credere che espletando alcuni riti e rispettando alcune regole sarà in regola con Dio, sia di una sostanza come la droga, sia di un credo che lo condiziona, sia della sua depressione e delle sue emozioni negative, vorrei che sapesse che la libertà è pronta, e che il Padre lo chiama in Cristo alla libertà di gridare: "Papà, Dio, entra nella mia vita!" Come padre mi capita di emozionarmi quando mio figlio mi chiama: "Papà". E' bene che sappiamo che Dio è un Dio che si emoziona quando un uomo capisce che può sottrarsi dalla schiavitù della legge o di altro per diventare figlio di Dio. Perché non nasciamo figli di Dio: lo diventiamo quando chiediamo al Padre per lo Spirito di adottarci in Cristo.
2. Ritorno alla schiavitù.
Il primo esempio riguardava piuttosto gli ebrei, mentre questo secondo riguarda i pagani: questi hanno sperimentato cosa significhi servire false divinità, quindi fare rituali falsi senza ottenerne niente, salvo poi diventare schiavi di questi rituali stessi. Se servire false divinità era un errore scusabile perché dovuto all'ignoranza, non è scusabile passare dalla conoscenza di Dio (avete conosciuto e siete stati conosciuti) al venerare date particolari e giorni, stagioni. Qui Paolo intende probabilmente l'attenzione smodata al rispetto del sabato, atteggiamento che sappiamo essere stato tipico dei farisei, mesi lunari, feste particolari e forse persino anni sabbatici. Sembra paradossale ma è un errore in cui si casca facilmente. Basti guardare la nostra cultura italiana... Ci sono ricorrenze molto belle, che se vissute nel giusto spirito danno gloria a Dio: momenti come il Natale, la Pasqua, mettiamoci anche festività estranee alla nostra cultura cattolica come il Thanksgiving degli americani o la festa della Riforma protestante dei tedeschi, o ancora la Pentecoste che in Italia passa sempre inosservata. Nella nostra cultura queste feste si sono ridotte a simulacri della fede, unici momenti in cui qualcuno va in chiesa, esempi patetici di suddivisione del tempo in sacro e profano... E Paolo parlando di osservanza probabilmente allude proprio a quell'atteggiamento che ci capita di vedere ancora oggi, di osservanza di quaresima, di venerdì santo, o anche del Ramadan dei mussulmani in cui non si mangia carne o grasso, o dall'alba al tramonto, salvo ingozzarsi di pesce ben più caro o altro non appena il tempo lo consente. Non c'è niente di male a istituire giorni di ricordo o a dare un valore al tempo: ma non appena questo diventa osservanza finalizzata alla salvezza ecco che viene meno. La fede va preservata. Ed il modo migliore per preservarla è vegliare continuamente sul rapporto diretto e continuo con Dio, stando attenti a che tutto ciò che si fa di buono, alle giuste opere che il Signore ci ha chiamati a fare, alle persone che si sono aiutate, ai progetti che si sono organizzati, non diventino mai il motivo vero per cui si va avanti o la sostanza della fede: la sostanza della fede è il rapporto con Dio, il fare che consegue non è che il suo frutto. Necessario ma conseguente!
3. L'appello di Paolo: scegliersi le guide giuste
Dopo diverse spiegazioni esempi ed immagini, Paolo passa ad un appello diretto e personale, ricordando il suo passato e le circostanze del suo incontro con i Galati ed il presente in cui invece lo prendono come nemico. Ed è costretto, suo malgrado, a fare un paragone tra lui e i "Costoro", pieni di zelo, ma uno zelo sbagliato. In un passo che apparentemente sembra solo un semplice sfogo Paolo pone un problema enorme per ogni credente che è quello dell'autorità da seguire. Posto che l'unico pastore, l'unico maestro, l'unico fratello maggiore, l'unico padre è Dio nella persona del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, è pur vero che sulla terra abbiamo tutti bisogno di guide e che nelle chiese troviamo pastori, dottori, consulenti ed altro. Non siamo vincolati a loro e dipendenti da loro, altrimenti creiamo un nuova ulteriore forma di schiavitù, ma in queste poche parole credo si possano cogliere due grosse verità, che dovrebbero insegnarci qualcosa sulla scelta delle nostre guide.
Attenti agli zelanti. In primo luogo mi pare che Paolo metta in guardia dalle persone il cui zelo è eccessivo e settario. Ci sono persone che parlano di Dio e della fede in modo naturale, sincero e profondo, e che si comportano di conseguenza ed il loro stile spirituale, il loro zelo per il bene risalta. Ci sono persone che invece parlano di Dio ma paiono preda di ossessioni compulsive e il loro zelo sembra più una copertura di loro nevrosi che non il frutto di un attaccamento a Dio. Questo zelo invece che creare unità tra i diversi rami della chiesa, vorrebbe spingere i Galati a separarsi da Paolo che è colui che per primo li ha evangelizzati. E' uno zelo settario, e possiamo semplicemente dire che è bene guardarsi dai troppo zelanti, che finiscono per essere falsi.
Quando uno dice la verità diventa nemico. Paolo non aveva troppi peli sulla lingua e quando diceva la verità finiva per pagarne le conseguenze. Sembra che anche in questo caso, nonostante la sua paternità, il suo amore per i galati sia messo in discussione. Da chiedersi se quando ci arrabbiamo con un qualcuno per quello che ha detto non sia proprio perché ci ha detto la verità. E nello scegliersi delle guide dire la verità è un aspetto prioritario, che permetterà ai Galati di ritornare alla libertà in Cristo.
Conclusione: lacrime e cammelli
Vorrei concludere con due immagini ad effetto, per ritenere quanto abbiamo letto oggi, prendendo due notizie dell'attualità. La prima riguarda la reazione del governo di Morsi, presidente egiziano, a chi ha protestato contro le sue estensioni del suo potere e limitazione di quello della magistratura. I manifestanti temevano di essere privati di molte loro libertà e quindi hanno protestato e sono stati repressi con dei lacrimogeni. Ricordiamoci questo: non perdiamo mai la libertà che abbiamo conquistato in Cristo, pensando che Dio ci ami con delle condizioni diverse da quella dell'accettare Gesù come Signore della vita, e tornando a vecchi altarini: potremmo pagarlo con delle lacrime!
La seconda è ben più ridicola e comica: ho letto che negli Stati Uniti una cittadina è stata paralizzata perché un cammello è fuggito da un circo ed un sacco di gente si è messa ad inseguirlo congestionando il traffico locale. Questa circostanza ridicola mi ha fatto pensare a come la libertà di un animale può mettere in crisi un sistema organizzato e rigiro come quello del traffico americano. Speriamo che la libertà dei cristiani sia in grado di mettere in crisi sistemi di regole che promettono una salvezza automatica anziché poggiare sulla sola grazia di Dio. AMEN.



A che serve la legge? Galati 3

Galati 3:14-29
A che serve la legge di Dio?
Il tentativo di Paolo di mostrare ai Galati che i personaggi dell'Antico testamento avevano già chiara l'importanza della fede continua. E se nella prima parte del passo ha sottolineato l'importanza dei personaggi, adesso procede cercando di mostrare il ruolo stesso della Scrittura. Potremmo sintetizzare tutto il passo di oggi come la risposta ad una domanda importante per i cristiani di ogni tempo: Che rapporto c'è tra legge e promessa? E più precisamente, tra la legge di Mosè, con i suoi comandamenti, e la promessa di salvezza rivolta ad Abramo e realizzatasi in Cristo? Paolo ci illustra prima il problema, spiega in seguito le sue case, per arrivare alla sua soluzione.
1. Tra legge e promessa c'è continuità
Paolo sta rivolgendosi a persone che danno una forte importanza alla legge di Mosè. Il primo punto che cerca quindi di mettere in chiaro è che la legge di Mosè non può annullare la promessa rivolta ad Abramo. Prende l'esempio dai documenti giuridici del tempo, forse da contratti di tipo commerciale, forse dai testamenti lasciati da chi muore, e fa notare come non possono essere cambiati. Quanto promesso ad Abramo, quindi, non può essere cambiato dalla legge di Mosè. Se ad Abramo è stato promesso che avrà una progenie numerosa come le stelle del cielo, e se questa promessa si realizza in Cristo, che rivolge un messaggio universale a tutta l'umanità rendendola una davanti a Dio, non si può pensare dice Paolo, che ci siano più progenie, alcune a cui è rivolta una promessa (figli di Abramo e cristiani) e ad altre che invece seguiranno la legge (seguaci di Mosè). Il popolo di Dio è uno solo, non sono tanti! E la linea di continuità comincia in Abramo, attraversa Mosè ed arriva a Cristo. Prima ancora di spiegare perché dopo la promessa venga aggiunta una legge, Paolo vuole che sia chiaro che non ci deve essere tensione tra legge e promessa; che non bisogna esaltare l'una a scapito dell'altra.
Possiamo allora chiederci: ci capita nella nostra fede di provare una tensione tra legge e fede? Ci sono diverse persone che hanno problemi di di sensi di colpa: violano la legge di Dio, magari per una lite con i propri genitori, o perché hanno offeso qualcuno, o ancora perché hanno desiderato le cose del prossimo. Sono chiare contravvenzioni di comandamenti della legge mosaica, che spesso portano a forme di depressione che offuscano la promessa. E la depressione può essere tanto più forte quanto più forte è la sanzione sociale di chiese che insistono legalisticamente sul rispetto di certe regole. Paolo con le sue parole ci incoraggia a non mettere in contrasto rispetto della legge e promessa. Ci invita a non trasgredire la prima, ma a non trasformarla in una condizione per ricevere la seconda.
2. Tra legge e promessa c'è complementarietà.
Si pone ora la grande domanda: perché fu data la legge? E in quale rapporto sta con la promessa rivolta ad Abramo? E la risposta che Paolo dà credo sia illuminante per noi cristiani che non vogliamo mettere in contrasto l'Antico Testamento con il nuovo, la legge con la grazia, e Mosè con Gesù, ma vedere come ognuno di loro abbia un preciso senso nel piano di Dio. La legge è stata data per le trasgressioni. Cioè i peccati, le violazioni del codice etico e teologico di rapporto con Dio, le distorsioni umane della perfetta armonia tra Dio e uomo. Proprio questo suo ruolo negativo la rende in qualche modo in una condizione di inferiorità rispetto alla promessa che è invece il fine di tutto.
  • Inferiorità in quanto è di seconda mano: viene attraverso un mediatore, Mosè, e tramite questo al popolo. La promessa invece è diretta, mette in comunicazione Abramo e Dio, e successivamente Cristo ed i credenti. Questo è probabilmente il senso della frase un po' oscura: Dio è uno. Nel senso che nel promettere lo fa direttamente, senza un mediatore.
  • Inferiorità in quanto provvisoria. La legge ha un ruolo preparatorio. Serve a preparare il popolo finché non arrivi la generazione a cui è rivolta la promessa, quindi è limitata nel tempo.
Ciò detto la legge non è inutile né contraria alle promesse. E se non ha un ruolo salvifico, serve a far risaltare il senso dell'errore. Il suo ruolo è illuminante perché serve a far prendere coscienza dei peccati, a capire cosa significa sbagliare davanti a Dio. Ieri come oggi, come credenti per conoscere e capire la volontà di Dio andiamo a consultare la sua Parola che è tanto nelle pagine scritte da Mosè quanto in quelle scritte da Paolo o dagli evangelisti. La legge, nel suo analizzare i diversi tipi di colpe e crimini, e nel attribuire ad ognuno delle pene ci fa prendere atto di cosa significhi trasgredire. Le due immagini prese, quella di una prigione, e di un precettore, non sono belle, perché rimandano all'idea di un apprendimento sofferente, punitivo. Nondimeno necessario per capire bene cosa ci sia in gioco. Non si capisce Cristo senza prima essersi stati rinchiusi sotto la legge. Per capire la libertà ed il perdono offerti da Cristo bisogna prima capire quante e quali fossero le esigenze della legge, per rendersi conto degli irrimediabili limiti umani. Chi di noi può dire di aver sempre rispettato e di rispettare nel cuore e nella pratica i dieci comandamenti? Di non aver mai desiderato niente che sia di un altro; di non aver mai ucciso, magari a parole? Di non aver mai mancato di rispetto ai propri genitori, di non aver mai tradito Dio, dando più importanza ad una persona, ad un passatempo, ad una passione, rendendola un idolo che ha rivalizzato con Dio. Chi può dirsi perfetto grazie alla legge? Eppure senza quella legge non ci si rende conto dell'infinito amore di Dio.
Noi oggi viviamo in un epoca ed in una nazione in cui il rispetto della legge, quella umana, è veramente banalizzato. Come cristiani dovremo fare attenzione a non annunciare un vangelo che va direttamente al perdono e alla gioia, senza passare dalla prigione e dal precettore della legge che invece ha avuto un ruolo fondamentale. Posto che la legge non giustifica e non rende giusti davanti a Dio, volerla saltare significa non capire qual è l'oggetto della promessa. La promessa è che malgrado ciò che siamo Dio ci accetta. Ma senza la legge non capiamo quale sia la nostra pochezza e quali siano i nostri limiti. Ben venga quindi la legge, forse anche non quella di Mosè, ma una serie di principi che anche in contesti lontani dalla fede si apprendono. Come umani, osserviamo come i nostri figli abbiamo qualche fatica a rispettare delle regole. E da ultimo saremmo tristi se loro pensassero che l'unica cosa che conta nella vita è rispettare queste regole. tuttavia queste regole rivelano loro cosa è giusto e cosa è sbagliato, permettendo loro di crescere. La legge di Dio ha per ogni uomo un ruolo simile. Per questo, sebbene di un rango inferiore, è complementare alla promessa della libertà e del perdono in Cristo.
3. La conseguenza dell'arrivo della promessa: essere progenie.
Indubbiamente i giudaizzanti, coloro che infastidivano i galati con il loro attaccamento a Mosè, avevano un forte problema di identità. Si volevano distinguere dagli altri rivendicando l'importanza di Mosè, un po' come quei credenti che a Corinto si reclamavano di Paolo, di Cefa ecc. In tutta l'umanità capita spesso di trovare elementi di diversità che diventano motivi di orgoglio, e che possono riguardare differenze di sesso, di ceto sociale, di appartenenza. Paolo giunge all'apice del suo ragionamento ricordando che il superamento della legge significa anche fondare la propria identità non su un progenitore come Mosè e sul rispetto ossessivo della sua legge, ma solo ed unicamente in Cristo. E l'identità di chi crede è ora plasmata dall'appartenenza alla famiglia del popolo di Dio. In questa crollano le distinzioni di razza e nazionalità, di sesso, e di ceto sociale. Non sono affermazioni da poco per la mentalità del tempo: equiparare tutti, dicendo che non esiste più un popolo ebraico con qualche prerogativa particolare, ma un'unica famiglia; che non ci sono più donne e uomini con tutte le diversità che ingiustamente inventiamo, ma un'unica famiglia; che non ci sono più liberi e schiavi, con tutto ciò che questo implica come violazioni dei diritti umani, ma un'unica famiglia; dire tutto è questo è rivoluzionario. Ma la promessa di Dio è rivoluzionaria, perché ci porta a rivoluzionare le nostre distinzioni umane.
Il messaggio della promessa fatta ad Abramo, rivolta a tutte le famiglie della terra, è ancora oggi di portata rivoluzionaria e vediamo bene come il pensiero di Paolo anticipa ampiamente il multiculturalismo, il femminismo, l'egalitarismo. Ed è un appello meraviglioso a qualunque uomo a cui si rivolge questa domanda: vuoi entrare in Cristo, ricevendo il perdono per i tuoi peccati, e superando tutte quelle barriere tra razze diverse, tra nazioni diverse, tra religioni diverse che la società impone? Vieni e ricevi la promessa rivolta ad Abramo!
I temi toccati nell'ultimo verso mi sembrano particolarmente pregnanti relativamente ad alcuni argomenti di attualità. Abbiamo letto: "non c'è più giudeo né greco", eppure assistiamo in questi giorni ad ulteriori violenze nel territorio di Gaza con opposizione tra israeliani e palestinesi; tristemente molti cercano di prendere parte di dire chi ha torto e chi ha ragione, ma 0oviamente non ha ragione nessuno e una sola invocazione può essere rivolta ad Israeliani e Palestinesi: superate il vostro orgoglio nazionale, e entrate in Cristo per scoprire che niente vi separa e che in lui la pace è possibile.
Nelle scorse settimane si è molto discusso di violenza sulle donne, per quel tristissimo omicidio di Palermo in cui un assassino di 22 anni ha ucciso due sorelle. Oltre a condannare questo crimine odioso, crediamo che sia importante annunciare questo: che già 2000 anni fa Paolo diceva che in Cristo non c'è più uomo né donna. Questo non esclude gli omicidi, come le proteste e le manifestazioni di solidarietà non salvano chi è morto, ma tutto fa parte di una grande opera di sensibilizzazione della società: la distinzione uomo donna è culturale, non teologica!
Infine le differenze di statuto sociale. Se il cristianesimo degli inizi, fede di una minoranza assoluta, non si è impegnata per abolire la schiavitù, ha nondimeno posto un principio di assoluta uguaglianza, nuovo e rivoluzionario che anni dopo è sfociato nell'abolizione di questo istituto. L'entrata nella grande famiglia di Dio comporta il crollo di queste distinzioni, e un'identità fondata unicamente in Cristo.

Galati: cretini o spirituali?

Galati 3,1-14
1 O stolti Gàlati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi davanti ai cui occhi Gesù Cristo fu rappresentato crocifisso? 2 Questo solo io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver creduto alla predicazione? 3 Siete così privi d'intelligenza che, dopo aver incominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne? 4 Tante esperienze le avete fatte invano? Se almeno fosse invano! 5 Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione?
6 Fu così che Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato come giustizia. 7 Sappiate dunque che figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede. 8 E la Scrittura, prevedendo che Dio avrebbe giustificato i pagani per la fede, preannunziò ad Abramo questo lieto annunzio: In te saranno benedette tutte le genti. 9 Di conseguenza, quelli che hanno la fede vengono benedetti insieme ad Abramo che credette. 10 Quelli invece che si richiamano alle opere della legge, stanno sotto la maledizione, poiché sta scritto: Maledetto chiunque non rimane fedele a tutte le cose scritte nel libro della legge per praticarle. 11 E che nessuno possa giustificarsi davanti a Dio per la legge risulta dal fatto che il giusto vivrà in virtù della fede. 12 Ora la legge non si basa sulla fede; al contrario dice che chi praticherà queste cose, vivrà per esse. 13 Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno, 14 perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede.

A nessuno di noi piacerebbe sentirsi dare del cretino. Ed anche se invece che "cretino", qualcuno indorasse la pillola, usando un soprannome più leggero, tipo "sciocchino" o, come leggiamo nella prima parola dell'epistola di oggi: "insensato", le cose non cambierebbero. Chi ci parla ci sta dicendo che non abbiamo cervello, che siamo di fuori, che non capiamo niente, e questo ci darebbe fastidio. Eppure l'apostolo Paolo comincia il passo che leggiamo oggi proprio con una parola un po' forte, apostrofando i suoi discepoli come "insensati", cioè persone prive di discernimento che si sono lasciate facilmente ingannate. E può farlo solo perché è stato il padre spirituale di queste persone e perché in fondo le ama, e non può sopportarle di vederle perdersi. Riassumiamo in poche frase il contenuto delle puntate precedenti: Paolo, che ha annunciato il vangelo in Galazia, regione prossima all'attuale Turchia, ha saputo che alcuni "seduttori" sono entrati nelle chiese di questa terra denigrando la sua autorità e insegnando dottrine nuove. Queste dottrine consistono nel voler rivalutare la legge mosaica e nel volerla imporre a chi si converte al cristianesimo non essendo ebreo. Paolo risponde dicendo che non è la fedeltà con cui si rispetta la legge che porta a Dio, ma la fede nel Cristo che ha dato se stesso per noi e che ora vive in noi. Questo per lui è talmente importante che si permette di dire "insensato" a chi pur avendo capito la grandezza della fede, la mette da parte. Se siamo pronti ad accettare queste parole forti per raddrizzare la nostra fede questo capitolo 3 dell'epistola fa per noi.
1. Lo Spirito viene dalla fede.
Per convincere i Galati del loro errore Paolo comincia con un elemento inatteso: un forte richiamo allo Spirito Santo. Se i Galati hanno ripristinato l'idea che si possa essere giustificati (resi giusti davanti a Dio) grazie al rispetto delle opere della legge (circoncisione, sul modo di consumare animali morti, sul modo di rapportarsi al sangue ecc.) a scapito della fede Paolo per provocarli chiede loro: ma lo Spirito da dove è venuto? Sta parlando a persone che hanno vissuto una profonda trasformazione interiore dal momento in cui si sono convertiti a Cristo e che hanno individuato la causa di questa trasformazione nel lavoro fatto dallo Spirito Santo in loro. La domanda è se questo spirito sia venuto da un atto di fede, da un grido rivolto a Dio con un cuore disposto a ricevere, dal credere in quell'uomo chiamato Gesù, oppure nel rispetto rigoroso di una serie di regole. Ed aggiunge da dove siano venuti i miracoli, le opere potenti e soprannaturali: guarigioni esteriori ed interiori, vite cambiate, corpi sanati... La domanda è retorica, sono venuti dalla fede. Se però la risposta di questa domanda retorica è scontata, il modo di trattare il problema lo è un po' di meno, soprattutto per noi.
Noi evangelici abbiamo giustamente fatto della fede la nostra bandiera. Insistiamo che la salvezza è per sola fede, non per mezzo delle opere, e non perché siamo evangelici ma perché cerchiamo di prendere sul serio quanto detto da Paolo. Tuttavia, in molti discorsi sul rapporto fede ed opere, può capitare che resti offuscata l'importanza dello Spirito di Dio, che invece risalta in questo passo. Ci ricordiamo tutti che alla fine dell'epistola Paolo parla di frutti della carne e frutti dello Spirito, ma non sempre ci rendiamo conto che questa opposizione Paolo la tira fuori già nel capitolo 3:3, mentre sta argomentando in modo per così dire teorico. Voler sostituire la legge alla fede significa cominciare con lo Spirito e finire con a carne. Significa cessare di lasciarsi trasportare dallo Spirito per riaffermare il principio umano per cui i più rigorosi, i più rispettosi i più fedeli alla lettera della legge sono i migliori. Significa quindi rovesciare il vangelo per cui gli ultimi sono i primi; per cui ha un valore chi ha confessato di non averne. Questo linguaggio per noi potrebbe essere molto poco familiare: come è possibile giudicare carnale il rispetto rigoroso della legge? Per noi carnale significa il contrario: carnale è uno che ama i piaceri sensibili, corporei come il cibo, il vino a volontà, il sesso, i soldi... Paolo invece considera carnali dei suoi correligionari ossessionati dal rispetto ossessivo di leggi che vietano tutto ciò... Se esiste una carnalità fatta di compiacimento nel piacere corporeo ne esiste una che consiste in un'eccessiva fiducia dell'uomo. La carne è il credere che l'uomo con le sue forze ed i suoi meriti da solo si salvi; o che se anche riconosce la grazia di Dio, è grazie ai suoi sforzi che si mantiene salvo. E' proprio quello che Paolo vuole distruggere con questa epistola. Leggendo questo teniamo quindi bene presente una realtà: fede e spirito sono due concetti distinti, eppure sono talmente legati che negare l'uno significare anche l'altro. Ed ogni discussione sulla fede, sul rapporto di questa con le opere, deve portare a sentirsi rinnovati nello Spirito che grazie alla fede si riceve, altrimenti stiamo facendo chiacchiere.
2. Lo Spirito era annunciato nella Scrittura.
Per contrastare i "disturbatori" della chiese della Galazia, Paolo scende sul loro terreno: visto che sono attaccati alla legge, scende sul loro terreno, quello del Antico Testamento. Fede e spirito sono concetti che per essere compresi vanno assimilati personalmente. Perché non possiamo basare il nostro rapporto con Dio soltanto su quello che vivono altri. Tuttavia la solidità della fede sta anche nel fatto che questa non è solo un'esperienza individuale: ognuno di noi rivive in qualche modo la storia di alcuni personaggi biblici facendo proprie delle verità condivise dal popolo di Dio. Per questo Paolo nel tentativo di convincere i Galati cita una serie di passi della Scrittura in base ai quali cerca di dimostrare la profonda unità tra passato e presente, tra Antico e nuovo testamento, e quindi l'attualità di questa stessa Scrittura. Soprattutto ci fa scoprire che la fede non era un concetto estraneo ai personaggi dell'Antico Testamento, anzi: l'idea che sia la fede a salvare affonda le radici nella storia antica del popolo di Israele, partendo dal patriarca Abramo. E che lo Spirito che i Galati hanno ricevuto è un frutto diretto di quella fede che per primo ebbe Abramo. Seguiamo in dettaglio le tappe del suo ragionamento:
  • Abramo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia. (Gs 15,9)
Si fa riferimento al momento in cui Abramo crede alle promesse di Dio, per l'esattezza promesse di avere una discendenza numerosa come le stelle nonostante la moglie sterile. Il contenuto della fede di Abramo è diverso dal nostro, visto che riguarda un fatto futuro, mentre noi crediamo in un Gesù morto per noi nel passato. Ma è comune la dinamica dello Spirito che consiste nell'affidarsi pienamente a Dio. Abramo è dunque il padre di tutti coloro che si abbandonano con fede a Dio, e che di conseguenza, come ci ricorda commentando lo stesso passo Giacomo, agiscono.
  • In te saranno benedette tutte le nazioni. (Gs 12,3)
Per quanto siamo agli albori della nascita del popolo di Israele, i cui confini etnici si sarebbero man mano definiti con forza, fino all'esagerazione questo passo propone una prospettiva universale, multietnica sin dall'inizio. Proprio perché ciò che salva è una dimensione dello Spirito, la fede, e non una serie di opere che certificano dell'appartenenza ad un popolo, chiunque vive l'esperienza di affidarsi esclusivamente a Dio è benedetto in Abramo, anche se non appartiene formalmente al popolo uscito direttamente da Abramo. L'idea che a salvare sia la fede è quindi antica come Abramo, non è una novità di Paolo
  • Maledetto chiunque non si attiene a (tutte) le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica (Deut 27,26)
Posto che la fede nasce con Abramo, Paolo passa ora ad un secondo gruppo di citazioni scritturali che partono dal Deuteronomio, libro per eccellenza di esaltazione della legge. Citando dalla traduzione in greco dell'Antico Testamento, la Settanta, Paolo legge questo passo che è posto a conclusione di una serie di maledizioni che riguardano precisi crimini, e che riguarda quindi tutte le parole della legge enunciata. Per quanto nello stesso capitolo il popolo sia invitato a dire AMEN ad ogni parola, Mosè è molto realista e il Signore gli annuncia che Israele non rispetterà la legge data: "Io conosco il tuo spirito ribelle e la durezza del tuo cuore. Ecco, oggi mentre sono ancora vivente tra di voi siete stati ribelli contro il Signore, quanto più lo sarete dopo la mia morte..." (Dt 31,27). Paolo sta tentando di dimostrare che perfino Mosè che ha dato la legge al popolo, sapeva che non sarebbe riuscito a rispettarla. Ma per incoraggiare al rispetto lancia queste maledizioni che sono effettive: chi si vantasse dicendo che rispetta la legge a menadito e senza infrazioni, sappia che laddove venisse meno, è maledetto!
  • Il giusto vivrà per fede (Abacuc 2,4)
Apparentemente si tratta del passo più complicato da inserire in questa argomentazione, perché si cita il profeta Abacuc che pronuncia questa frase in un contesto in cui l'opposizione legge/fede non c'entra niente: la fede per cui vivrà il giusto di cui parla Abacuc è una fede nell'attesa fiduciosa dell'intervento di Dio. Ma a ben guardare siamo di nuovo sul piano di Abramo: affidarsi! Lasciare che per qualsiasi tipo di salvezza sia Dio ad intervenire. In questo caso si tratta di fermare gli assiri che stanno devastando il popolo di Israele. Ma è pur sempre una situazione che domanda una salvezza, e contribuisce a corroborare la tesi di Paolo: la fede era fonte di salvezza anche al tempo dei profeti! E dava vita anche al tempo dei profeti.
  • Chi avrà messo in pratica queste cose vivrà per mezzo di esse. (Levitico 18, 5).
Paolo torna adesso alla Torah, quindi a Mosè, citando un passo che precede una serie di norme relative all'incesto, all'omosessualità e all'idolatria, ma che possiamo considerare come relativo a tutte le norme del libro: la vita qui non deriverebbe dalla fede, ma dalla pratica di queste leggi. Siamo davanti a qualcosa di paradossale. Non è impossibile praticare quello che c'è scritto, ma è un qualcosa che di fatto nessuno ha mai applicato in modo completo e totale. Se uno fosse perfetto, privo di peccato, allora avrebbe anche una perfetta comunione con Dio e riuscirebbe a rispettare completamente la legge. Ma la legge c'è proprio perché non siamo perfetti; e se serve a contenere non può servire a dare vita
  • Maledetto chiunque è appeso al legno: Cristo, maledizione per noi! (Dt 21,23)
Dopo una lunga argomentazione ecco l'esplosione finale, contenente il vangelo: Cristo si è fatto maledizione per noi. Avremmo dovuto essere maledetti noi, perché nessuno di noi è stato in grado di rispettare la legge nei suoi dettagli. Ma Cristo ha preso su di se questa maledizione, morendo appeso, tipo di morte che anche dalla legge era considerata come maledizione. Doppiamente infamante quindi la morte di Cristo. Infamante agli occhi della società del I secolo, in quanto la morte di croce era riservata ai disgraziati, ai ladri; infamante alla luce delle parole della legge di Dio. Ma questa doppia maledizione che Cristo ha preso su di sé ha tolto la maledizione da chiunque ha accettato di fare come Abramo, come Abacuc, come Paolo: di affidarsi pienamente nelle mani di Dio, per ricevere la benedizione di Abramo quindi lo spirito santo.
Credo sia importante che ogni credente mediti bene queste parole. Perché se siamo onesti davanti a noi stessi ci rendiamo conto di quanto siamo imperfetti. E non per un'imperfezione intrinseca della nostra natura, ma per una deliberata voglia di affermare il nostro io, di prevaricare gli altri, o di far valere i nostri diritti al di là della loro legittimità. Molti di noi si sentono in colpa perché hanno fatto qualcosa di male, e tanti, di contro, non riescono ad abbandonare l'idea che per quanto la fede sia centrale, una certa resistenza al peccato sia in fondo un nostro merito che ci fa graditi davanti a Dio. Nell'ambito ristretto di una stessa comunità molti credono di essere meglio degli altri, di rispettare più degli altri, di obbedire Dio più degli altri, di servirlo più degli altri, di avere insomma una qualche particolarità che li rende un po' meglio. E rischiano di crederci davvero e di pensare che in fondo sono dei bravi credenti. Questa epistola ci ricorda di continuo in chi dobbiamo confidare: le maledizioni che sia le nostre azioni, sia in nostri pensieri di sufficienza attraggono su di noi sono inchiodate sulla croce con Cristo. Se capiamo questo e ci accontentiamo di venire davanti a Dio a mani vuote, con la sola voglia di affidarci a Lui, pioverà su di noi la benedizione di Abramo e la pioggia dello Spirito promesso fin dall'antichità.


mercoledì 31 ottobre 2012


Galati 2: 11-21. Giustificati

11 Ma quando Pietro venne in Antiochia, io gli resistei in faccia, perché era da riprendere. 12 Infatti prima che venissero alcuni da parte di Giacomo, egli mangiava con i gentili; ma quando giunsero quelli, egli si ritirò e si separò, temendo quelli della circoncisione.13 E anche gli altri Giudei fingevano assieme a lui, tanto che anche Barnaba fu trascinato dalla loro ipocrisia.14 Ma quando io vidi che non camminavano rettamente secondo la verità dell'evangelo, dissi a Pietro in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi alla gentile e non alla giudaica perché costringi i gentili a giudaizzare?».15 Noi, di nascita Giudei e non peccatori fra i gentili,16 sapendo che l'uomo non è giustificato per le opere della legge ma per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù, affinché fossimo giustificati mediante la fede di Cristo e non mediante le opere della legge, poiché nessuna 17Or se, cercando di essere giustificati in Cristo, siamo trovati anche noi peccatori, è forse Cristo ministro del peccato? Così non sia.18 Se infatti edifico di nuovo le cose che ho distrutto, io mi costituisco trasgressore,19 perché per mezzo della legge io sono morto alla legge, affinché io viva a Dio.20 Io sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me; e quella vita che ora vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me.21Io non annullo la grazia di Dio perché, se la giustizia si ha per mezzo della legge, allora Cristo è morto invano.

Unità apostolica ed accordo. Ma senza compromessi. In questo passo celebre della lettera ai Galati Paolo ci offre uno spaccato della chiesa primitiva alquanto interessante. Innanzi tutto è uno spaccato che demistifica l'alone di perfezione che spesso si costruisce intorno alla chiesa dei primi anni: era una chiesa di uomini semplici e litigiosi che in questo caso, benché apostoli e portavoce del vangelo si scontrano.
In secondo luogo introduce uno dei concetti chiave della fede cristiana, quello di giustificazione. L'episodio di Pietro serve come anti-esempio per parlare poi della vera giustificazione ed il termine compare tre volte, ed il v. 21 culmina con la parola "giustizia".
  1. Pietro, una testa dura.
Immaginiamo qualcuno che non sia mai venuto in Italia e che non sappia sa cosa sia il cristianesimo. Vedendo il posto che gli viene dato in alcune chiese come la cattolica, la megabasilica a lui dedicata, le pubblicità della Lavazza che ce lo fanno vedere con le chiavi in mano accanto a Dio, immaginerà che sia una specie di supercredente, di uomo dalla fede perfetta. C'è del resto una teologia che tende ad idealizzare questo primo confessore della fede cristiana dimenticando quanto le scritture mostrino il suo lato più umano. E vero che Pietro ha confessato Gesù, per primo tra i discepoli. Ma Pietro ha anche rinnegato Gesù per tre volte, è stato più volte impetuoso e violento, e nonostante Gesù lo abbia riabilitato vediamo da questo breve passo che, anche se credente da diversi anni, anche se investito di responsabilità importanti, continuava a sbagliare. In questo caso lo vediamo macchiarsi di un peccato piuttosto vistoso: l'ipocrisia. Sa che la legge non è più importante, ma per accontentare il cosiddetto "partito della circoncisione", un gruppo di persone che raccontavano tra le chiese della Galazia che questa usanza comandata dalla legge di Mosè come altre erano indispensabili alla salvezza, comincia a fingere ed a comportarsi in modo ipocrita. D'altra parte Paolo, benché abbia ragione non sembra comportarsi in modo proprio amorevole: lo riprende "in presenza di tutti". Ha fatto bene a riprendere Pietro e Barnaba in pubblico? Non sarebbe stato meglio farlo in privato? Non lo so, e la lettera non lo dice, ma tanto basti per dire che l'umanità di quella chiesa, come di tutte le chiese nel corso della storia era evidente. Fatte di persone che sbagliano, peccano, si scontrano e poi discutono. Non lamentiamoci se vediamo che anche oggi ci si scontra, perché è persino sano che questo accada: significa che all'interno della chiesa ci sono anticorpi che garantiscono che la chiesa non si lasci ingannare dal desiderio di essere sempre di un unico e solo accordo - cosa che la porterebbe alla piattezza ed al conformismo - ma conosce tensioni che le permettono di correggersi o, come dicevano i riformatori, di essere semper reformanda. Non idealizziamo un passato che in realtà è molto simile al nostro presente e che ha gli stessi militi che hanno gli uomini.
A corollario di quanto detto, notiamo che il ruolo di Pietro, seppure prevedeva delle responsabilità e delle caratteristiche di guida, sicuramente non si configurava come quello di un leader indiscusso ed unico. Nella guida della chiesa primitiva c'era pluralità, e le guida tra di loro si riprendevano. L'idea che Pietro fosse un capo della chiesa, che fosse il primo papa, o cose simili è del tutto infondata, antistorica e non trova alcun riscontro né negli Atti né nelle lettere di Paolo, né in quelle di Pietro stesso dove l'elemento dell'umiltà emerge con forza.
  1. Giustificati
In cosa sta l'errore di Pietro? Nell'aver prima creduto ed affermato che il principio di giustificazione è Cristo e la fede in Cristo, e poi nel comportarsi poi come se ciò non fosse vero. E su questo problema Paolo spende parecchie pagine. L'argomento centrale lettera, che finora è rimasto nascosto dalla biografia di Paolo e dalla rivendicazione della sua autorità apostolica, comincia a delinearsi chiaramente. Al centro dell'epistola ai Galati abbiamo un concetto straordinario e fondamentale: la giustificazione. E che cos'è? La giustificazione è quel meccanismo per cui ogni essere umano può essere ritenuto giusto davanti a Dio. E ci si chiede quindi: come si fa ad essere giusti davanti a Dio? Bisogna comportarsi bene? Bisogna seguire un codice? Il pio ebreo del tempo di Gesù e di Paolo avrebbe risposto: per poter essere giustificati davanti a Dio bisogna seguire la legge. Quindi applicare i dieci comandamenti e le ulteriori norme raccomandate dalla legge divina. La risposta dell'uomo comune nel 2000 sarebbe solo in parte diversa. Molti risponderebbero: "ammesso che ci sia un Dio, per essere giustificati davanti a Lui, bisogna comportarsi bene: non uccidere, non rubare ecc. " Ora il vangelo di Gesù ci dice che questo non basta. Perché in realtà per quanto ci sforziamo non riusciamo a comportarci sempre bene; e perché anzi spesso, ci comportiamo proprio male, o eccedendo in moralismo, o in permissivismo. Gesù ci dice allora che il principio in base a cui saremo giustificati non è il numero di comandamenti della legge che abbiamo rispettato, che è sempre insufficiente; ma che il principio della giustificazione è la sua morte sulla croce. Siccome non riusciamo a comportarci rispettando tutte queste regole e rimaniamo "debitori" verso Dio, ci pensa Lui a pagare il prezzo della nostra giustificazione, dando la sua vita al posto della nostra. In questo il testamento è Nuovo! Perché cambia il principio di giustificazione. In questo quadro si muovono gli argomenti di Paolo nei versi 15-20. Questo gruppo di "disturbatori" che avevano seminato zizzania e critiche contro Paolo tra le chiese della Galazia cosa diceva? Non lo sappiamo di preciso e lo possiamo al massimo dedurre dalle risposte di Paolo, ma presumibilmente all'idea centrale che bisogna rispettare la legge aggiungevano che, chi si convertiva al cristianesimo doveva comunque continuare a seguire una serie di regole previste dalla legge mosaica, chiamate opere della legge, tra le quali la circoncisione. Potremmo parafrasare quanto Paolo dice al 15 nel modo seguente: "noi che siamo ebrei di nascita potremmo pensare che la legge basti a giustificare. In realtà abbiamo imparato sia dallo stesso antico testamento in Salmi come il 142,2 che nessuno è giusto davanti a Dio, e sia dalla nostra conversione a Cristo che il nuovo principio di giustificazione è la fede in Cristo: il fatto di credere che non è la forza del mio rispetto delle regole che mi salva, ma la forza di Cristo che mi attrae a Lui e che mi cerca. Questo significa che ebrei e non ebrei - che consideriamo peccatori - alla fine davanti a Cristo sono tutti uguali. Sono tutti dei semplici peccatori, ed hanno bisogno, per essere giustificati, di fede, non di regole da rispettare.
Questo ragionamento poteva far subito scattare nel cuore degli ascoltatori due obiezioni: se si relativizza il rispetto della legge, e quindi tutti sono uguali, tutti peccatori tanto quelli che la rispettano che quelli che non la rispettano, allora questo cambiamento del principio di giustificazione rischia di diventare un qualcosa che favorisce il peccato. Sia perché tutti ne sono macchiati, anche quegli ebrei che pensavano di essere immuni dal peccato, sia perché sminuendo l'importanza della legge si rischia di far credere che si può far quel che si vuole, tanto ci pensa Cristo. Questo tipo di ragionamenti poteva aver portato alcuni a dire che allora Cristo è un servitore del peccato, nel senso di ministro del peccato (la parola greca è diacono). Cioè uno che fa un favore al peccare, all'allontanarsi da Dio anziché all'avvicinarsi. Ma no di certo! Risponde Paolo. Perché Cristo non relativizza né annulla la legge. Dà a questa tutta la sua importanza ed il suo valore nel mettere in luce la volontà di Dio per l'uomo, ma ricorda che non è la legge il principio di giustificazione. Riedificare ciò che si è demolito, significa riedificare il principio di giustificazione in base alle opere della legge. Sembrerebbe una critica verso Pietro, che dopo la sua visione (atti 10) che lo ha portato a mangiare di tutto con tutti, ricomincia a mangiare solo con giudei, quindi riedifica un vecchio sistema che Dio stesso lo aveva portato a demolire.
Non dobbiamo stancarci anche oggi di ripetere che annunciare che la salvezza è per sola fede non significa che l'etica sia relativa, che il comportamento non conti o che operare bene sia superfluo. Paolo qui si scaglia contro il rispetto ossessivo di piccole regole formali che danno soddisfazione apparente e idea di aver fatto qualcosa per Dio, come i segni nella carne lasciati dalla circoncisione, ma che in fondo sono vuote. La fede è molto di più. La fede va al di là del rispetto di una regola e di una lista di comandamenti. Perché la fede è la vita, di cui Paolo ora, riprendendo il suo esempio dice di essersi appropriato.
  1. Quanto a me...
Paolo ci invita a non confondere due concetti che si nascondo dietro il termine legge: uno è quello che la considera una raccolta di articoli e libri che esprimono la volontà di Dio; l'altro è il considerarla il mezzo per poter apparire giusti davanti a Dio. Questo secondo è sbagliato, mentre il primo vale. Per questo Paolo può dire che "Per mezzo della legge è morto alla legge" La legge stessa contiene numerosi passi che ricordano che non è rispetto formale di norme che conta, ma il cuore rinnovato, l'amore per Dio e per il prossimo, la fiducia nel Signore. Possiamo pensare ad Isaia, a Geremia, a Ezechiele ed agli altri profeti: se si affliggono per il mancato rispetto della legge di Dio e per l'idolatria, è perché vedono falsità dietro culti che apparentemente inneggiano a Dio. La legge stessa, se letta bene, ci fa morire al falso uso della legge.
Paolo è stato crocifisso in Cristo. Ed in questa immagine meravigliosa troviamo il riassunto della vita di chi ha deciso di diventare Cristiano: non sono più io che vivo, ma il Cristo vive in me! Paolo, un ebreo iperosservante, scrupoloso ed ossessivo nel rispettare la legge, era in realtà un morto spiritualeche andava ad uccidere cristiani pensando di fare del bene. Ha scoperto che la sua interpretazione della legge era sbagliata, falsa! E ha capito che doveva morire a quel modo di interpretare, crocifiggerlo sulla croce, per lasciare che Cristo lo facesse rivivere in una vita vera e pienamente giustificata. Non per i suoi meriti, ma per quelli di Cristo morto per lui. Se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge, la morte di Cristo sarebbe inutile. Ma la giustizia per mezzo della legge non si ottiene, e quindi la morte di Cristo è necessaria per la salvezza dell'umanità.
Tanti di noi oggi possono dire di sperimentare in profondità il senso delle parole di Paolo. Possono di dire di aver vissuto questa morte a se stessi e questa resurrezione ad una vita nuova in Cristo. Eppure dopo l'entusiasmo è importante valutare giorno per giorno la portata di queste parole. Paradossalmente, anche se non si deve fare niente, essere crocifissi e lasciar vivere Cristo in noi è più difficile che cercare di essere giustificati dalla legge... Sì, in fondo rispettare qualche regola è facile. Potremmo decidere di fare come questi disturbatori dei Galati e raccomandare un taglietto nel prepuzio, la separazione dai pagani, qualche norma igienica, e ci sentiremmo poi a posto davanti a Dio. La vera vede ci chiede molto di più del rispetto di qualche regola. La vera vede nel Cristo che vive in chi decide di morire alla legge e quindi a se stesso, e di avere una nuova vita nella fede del Figlio, è difficile: possiamo veramente dire che le persone intorno a noi vedano sempre in noi questo Cristo che vive? Possiamo veramente dire ogni giorno che amiamo come il Cristo ci ha amati e che ci comportiamo come Lui? Possiamo dire che non c'è un minuto in cui la nostra fede e fiducia in Dio crolla e che siamo sempre costantemente fedeli? Temo proprio di no. Ma questa stessa difficoltà ci riporta a dire che Cristo non è morto inutilmente. E' morto perché le stesse persone che vorrebbero portarlo non ne sono degne e non sanno farlo. E quindi ha senso che muoia per loro, per perdonare il modo in cui erano ed il modo in cui continuano ad essere. Come Pietro che continua a sbagliare...


mercoledì 24 ottobre 2012


Galati2, 1-10

Paolo, dopo aver spiegato per il tutto il primo capitolo che il vangelo che predica lo ha ricevuto da Dio, e dopo aver sottolineato che la sua scarsa frequentazione di Gerusalemme comprova che non è lì che ha imparato il vangelo, ci mostra ora l'altra faccia della medaglia: quella del perfetto accordo del suo vangelo con quello degli apostoli di Gerusalemme. E lo fa raccontandoci il suo viaggio a Gerusalemme, accompagnato da Barnaba e da Tito. Possiamo trovare in Atti 11 la descrizione di questo episodio e rilevare l'importanza di questo incontro privato a Gerusalemme tra Paolo ed alcuni apostoli. Alcuni ritengono che il viaggio che Paolo descrive in Galati sia quello che troviamo in Atti 15, ma a mia opinione le due riunioni sono piuttosto diverse: questa è privata, e ben si accorda con Atti11, mentre quella di Atti 15 è una specie di sinodo, di grande incontro tra più persone, che torna a discutere su una questione già aperta in Atti 11.
1 Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito: 2 vi andai però in seguito ad una rivelazione. Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano. 3 Ora neppure Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere. 4 E questo proprio a causa dei falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi. 5 Ad essi però non cedemmo, per riguardo, neppure un istante, perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda tra di voi.
6 Da parte dunque delle persone più ragguardevoli - quali fossero allora non m'interessa, perché Dio non bada a persona alcuna - a me, da quelle persone ragguardevoli, non fu imposto nulla di più. 7 Anzi, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi - 8 poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per i pagani - 9 e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi. 10 Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare.
Di questo incontro a Gerusalemme, che è un'intensa discussione tra Paolo e gli apostoli vorrei rilevare tre aspetti significativi.
1. Paolo si confronta
In primo luogo Paolo ci precisa (v.2) che sale a Gerusalemme non tanto per parlare della questione di cui parlerà nel resto dell'epistola, cioè del problema dell'infiltrazione di "giudaizzanti" che vorrebbero imporre il rispetto di leggi giudaiche (in particolare la circoncisione) ai nuovi convertiti cristiani, ma per un altro motivo, legato ad una rivelazione. Se non ci sbagliamo a dire che l'episodio corrisponde a quello di Atti 11, potrebbe darsi che la rivelazione sia quella fatta dal profeta Agabo che annunciava una carestia su tutta la Giudea, in seguito alla quale Paolo e Barnaba, per l'appunto, sono inviati dalla chiesa di Antiochia a Gerusalemme per portare soccorsi. A Gerusalemme, tuttavia, prende occasione anche per parlare con gli apostoli. Questa sua volontà di parlare con loro è molto importante perché finora Paolo si è basato solo sul suo personale rapporto con Dio, che è fondamentale. Ora viene il momento del confronto, che è altrettanto importante, ed infatti concludono capendo che il loro vangelo è unico. Se ci fossero state grosse differenze tra il vangelo predicato da Paolo e quello predicato dagli apostoli, allora ci sarebbe stato da preoccuparsi, nel senso che sarebbe stato evidente che uno dei due non parlava da parte dello Spirito. Invece c'è accordo, e questo è un principio che dobbiamo considerare come valido anche nella chiesa di oggi. E' bene che le convinzioni importanti, come quelle che riguardano intere categorie di persone, vengano da Dio che ognuno le maturi nella preghiera e nella meditazione. In questo caso, il fatto di considerare ancora valide o meno alcune prescrizioni mosaiche, era molto importante per quelle persone. Quindi è bene prima di pronunciarsi maturare in preghiera come risolvere. Ma una volta concluso un dialogo "verticale" è importante confrontarsi con gli altri fratelli per confermare o rivedere quello che si è ricevuto. Questo non significa che ci voglia la "maggioranza" per decidere cosa vuole Dio da noi, altrimenti l'idea di rivelazione scompare. Proprio in merito alla questione del vangelo rivolto ai Pagani, possiamo ricordare che Pietro, che per primo ebbe una rivelazione sulla necessità di annunciare il vangelo ai non ebrei, inizialmente fu criticato. Ma condivise la sua rivelazione con i fratelli, che furono convinti e la sua minoranza diventò maggioranza. Possiamo anche notare come in questo caso sia presente Tito, un testimone vivente della conversione di un pagano, che non è circonciso e tuttavia è un servitore fedele al quale infatti non viene imposto di circoncidersi. Vedremo che non è sempre facile arrivare ad un accordo e che non mancano le tensioni. Questo incontro privato però ci potrebbe fare pensare che trovare un punto d'incontro è possibile e che maturare le proprie convinzioni rimanendo aperti a quello che dicono gli altri, prima di irrigidirsi, è una via per costruire un'intesa tra fratelli.
La chiesa di oggi non è divisa sulla circoncisione, ma non mancano elementi di divisione. Ci sono divergenze sul modo di vedere la fine del mondo, le sue origini, sul modo in cui lo Spirito Santo comunica con i singoli, sul ruolo di Israele; sul ruolo dei credenti in politica, su diverse questioni etiche, sull'omosessualità, sull'ispirazione della Scrittura.. ecc. Purtroppo mancano spesso gli spazi di confronto sereni, come quello rappresentato da questo piccolo incontro tra Paolo ed apostoli. Non è la soluzione al problema della ovvie divergenze che ci sono nella chiesa, ma deve farci pensare.
2. Le colonne
Nel corso del suo discorso Paolo sottolinea più volte di aver parlato con delle persone un po' speciali. Le chiama: "le persone più ragguardevoli" o "stimate", e poi le chiama "colonne". Si tratta in effetti di tre figure carismatiche e fondamentali per il cristianesimo delle origini, cioè Pietro, Giovanni e Giacomo. Parla con loro perché non vuole "rischiare di aver corso invano", cioè non vuole che tutto il suo lavoro fatto tra i pagani vada perso, qualora si trovasse in contrasto con il resto della chiesa. Quindi parla con persone da cui è sicuro di essere capito e nelle quali sicuramente troverà interlocutori validi. E' possibile che "i giudaizzanti" abbiano screditato il vangelo di Paolo, esaltando gli apostoli - a torto - e quindi Paolo sottolinea il suo accordo proprio con loro per mostrare che il suo vangelo non è una sua invenzione, ma è in pieno accordo con quanto detto da questi stessi apostoli. L'immagine della "colonna" per indicare queste persone è particolarmente significativa e forte. Significa che grazie a loro la chiesa ha un sostegno, nonché un ornamento. E questo mi fa pensare che ci sia un principio molto bello di cui tenere conto. E' importante che nella chiesa ci siano delle colonne. Delle persone capaci di dare esempi, di essere di riferimento per chi si converte, di essere punti fermi su cui si sa di poter contare. Per quanto i credenti siano tutti uguali davanti a Dio, ci sono innegabilmente delle differenze ed alcuni sono chiamati ad un ruolo di colonna portate. Ognuno di noi si deve interrogare chiedendosi se Dio non lo chiami ad essere in qualche modo colonna per una realtà più piccola, come quella della sua chiesa, essendo riferimento per gli altri, per i bambini, per i giovani; e comunque si deve interrogare sul rispetto dovuto a delle figure che nella loro imperfezione umana hanno comunque mandato avanti un messaggio. Paolo avrebbe potuto dire: "Mi importa poco di quel che dicono gli apostoli, perché tanto il mio vangelo l'ho ricevuto da Dio". Ma non lo dice, e anzi fa notare il consenso trovato insieme. La ricerca della vocazione di "colonna" per una certa sfera, ed il rispetto per le colonne che troviamo dovrebbero emergere dalla riflessione su questi passi, senza per questo portarci a nascondere errori conclamati di persone in vista, e credo di poter dire che purtroppo nelle chiese evangeliche attuali non è sempre così. Facilmente attacchiamo e facilmente litighiamo. Questo esempio ci fa ancora una volta riflettere, benché vedremo che anche Paolo litigherà con Pietro...
3. La mano ed i poveri.
Paolo e gli apostoli vengono quindi ad accordarsi. Nessuno impone niente a Tito, un non circonciso, e la stretta di mano simbolizza un accordo ed una benedizione nella comunione. Il vangelo di Paolo non è considerato monco, mutilato, ma pieno e conforme a quello predicato a Gerusalemme. Semplicemente ognuno si occuperà di un certo destinatario: a Gerusalemme i circoncisi, cioè gli ebrei, e ad Antiochia dei non circoncisi, cioè i pagani e difatti da lì partono tutte le missioni di Paolo. Ma mi colpisce molto la frase finale: ricordatevi dei poveri, richiamo alla rivelazione iniziale, quella per cui Agabo aveva predetto una carestia ed in seguito alla quale Paolo e Barnaba erano venuti a Gerusalemme. Il vangelo vive della verità, e questa verità è una ed indivisa. Non ci sono mille vangeli, ma uno solo ed è lo stesso per Paolo e per gli apostoli: questa mano stretta ci ricorda questa forte unità che molta teologia moderna cerca di contestare, parlando di un vangelo petrino, di uno giovanneo, di uno marciano ecc. Ma no, il vangelo è unico: se i destinatari sono diversi ci possono essere accentuazioni diverse, ma la sostanza non cambia ed è la stessa: Dio salva per fede degli uomini peccatori che chiama a ravvedersi. Ma questa verità non è mai separata dall'amore e dall'attenzione verso gli ultimi. Dopo aver parlato di circoncisione, di incirconcisione e altro, ricordatevi dei poveri, altrimenti il vostro vangelo è monco. Lo stesso forse dovremmo dirci oggi: dopo aver parlato delle questione che ho elencato sopra, e che spesso sfiorano la disputa sterile, come i tempi e i modi del ritorno di Cristo, le esatte dinamiche della creazione del mondo, la politica ecc. ricordiamoci dei poveri e dei bisogni di tanta umanità.


lunedì 1 ottobre 2012


Galati 1, 11-24: Il vangelo di nessun uomo.

11 Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull'uomo; 12 infatti io non l'ho ricevuto né l'ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. 13 Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, 14 superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com'ero nel sostenere le tradizioni dei padri. 15 Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque 16 di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, 17
 senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
18 In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; 19 degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. 20 In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco. 21 Quindi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia.22 Ma ero sconosciuto personalmente alle Chiese della Giudea che sono in Cristo; 23 soltanto avevano sentito dire: «Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere». 24 E glorificavano Dio a causa mia.
Quando parliamo di uomini di Dio, intendendo con questi persone che hanno una sorta di rapporto privilegiato con Dio, pensiamo a persone capaci di vivere momenti di forte vicinanza con Dio e di saperli poi trasmettere agli altri. Il passo che leggiamo oggi si inserisce in quella sezione della lettera ai Galati in cui Paolo rivendica l'origine divina del suo vangelo. Abbiamo già osservato i versetti 11 e 12 rilevando che un vero vangelo non può che essere "disumano", dotato cioè di una componente spirituale che fa sentire il soffio di Dio in ciò che proclama; ed abbiamo anche detto che Paolo non può avere prove schiaccianti e vincolanti "esterne", che diano credibilità invincibile al suo vangelo; tuttavia in vangelo che lo porta dalla violenza alla pace, dal particolarismo giudaico all'universale umano, e dal etnocentrismo all'annuncio a tutti i popoli, ha una forte credibilità: è disumano perché elimina quegli aspetti bassi dell'umanità per elevarla ad una spiritualità divina, facendola essere allora la vera umanità rigenerata dalla Parola che Dio vuole formare.
Viste queste premesse sulla divinità del vero vangelo e sulla sua unicità, nel passo di oggi vediamo quegli argomenti che Paolo stesso usa, presentano la propria biografia. Rivolgendosi alle diverse chiese presenti in Galazia sta dicendo: quello che vi ho detto su Gesù Cristo, il fatto che sia Figlio di Dio e che ci regali una salvezza attraverso la nostra semplice adesione, fatta di fede e non di opere della legge, viene da Dio. Ora ve lo provo.
1. Prima della conversione: nessun uomo avrebbe potuto cambiarmi 13-14
Paolo sottolinea i tratti fanatici che caratterizzavano la sua vita di attivista ebreo nei confronti delle chiese. Intolleranza e violenza nei confronti dei cristiani, orgoglio giudaico e competizione personale con i suoi connazionali, zelo tradizionalista e conservatore. Difficile cambiare un uomo simile che ha investito tutto in una causa, e che crede che Cristo ed i cristiani siano degli impostori, che usano abusivamente il titolo di Messia. Ne consegue che la forza che lo libera da quel fanatismo non può essere che una forza divina. Non c'è uomo che lo potrebbe cambiare, e solo Dio può intervenire.
Quanto Paolo dice è vero anche oggi, ed è per questo che preghiamo e non ci stanchiamo di pregare soprattutto per chi è estremamente convinto di essere nel giusto quando semina violenza, odio e fanatismo. I fanatici sono presenti in tutte le religioni, ci sono fondamentalismi cristiani, islamici, ebrei, e per quanta rabbia possiamo provare nei confronti della loro intolleranza, l'esempio di Paolo ci deve fare pensare che anche lui, prima di convertirsi è stato proprio così. Un violento ed un fanatico. Allora convertiamo la nostra rabbia in preghiera e speranza, convinti che Dio cura i malati e non cerca i perfetti. Del resto, tralasciando il piano del fanatismo religioso, il mondo è pieno di fanatismi di vario tipo, intendendo con essi idee ossessive e continue che guidano la vita di chi le sposa. C'è un fanatismo materialista, un fanatismo consumista, un fanatismo egoista, un fanatismo politico, un fanatismo sessuale, un fanatismo illegale e potremmo aggiungerne ancora tanti. Il Signore Gesù è morto proprio per queste persone fanatiche, immorali, ossessionate dal guadagno o dal desiderio di imporsi, e spesso va a scegliere proprio loro per far crescere il suo regno, dopo averle cambiate.
2. Durante la conversione: nessun uomo, neppure io stesso, poteva operarla. 15-16a
E' Dio che cambi i cuori, i caratteri e le vite, non gli altri uomini. E questo è tanto vero che Paolo arriva a dire che Dio lo aveva scelto fin dal seno di sua madre, cioè quando non era ancora nato. Leggendo un simile passo potremmo perderci in infinite discussioni sul libero arbitrio e sul senso di una vita che è già anticipatamente scelta da Dio, ma credo che quello Paolo voglia dirci qui è altro: vuole significare che la sua conversione è interamente opera di Dio, ha un'origine interamente divina. E' talmente estranea a una qualche azione o decisione o volontà umana che precede addirittura la formazione della persona, ed agisce già in pancia, laddove un feto, un essere non ancora completo e sicuramente incapace di scegliere e di volere è già destinato ad essere chiamato ad una salvezza, prima ancora di entrare nel mondo in cui troverà numerosi elementi da cui doversi salvare.
Questo Dio chiama per grazia, non per meriti personali, e nel chiamare rivela il Figlio. Ed ecco che arriva il paradosso: Paolo diventa l'apostolo degli stranieri, cioè di quelle persone che maggiormente in quanto non giudei gli stavano sullo stomaco... Non solo diventa cristiano, ma diventa uno specialista del contrario di quello di cui si vantava prima: proprio perché per lui c'erano solo i giudei ora invece va ad annunciare ai non giudei, ai gentili o pagani che dir si voglia. Ma non si tratta di un contrappasso, ma semplicemente della conferma del senso del vangelo che Paolo ha scoperto: prima giudicavi gli uomini in base alla loro appartenenza ad un popolo etnicamente identificabile. Adesso sei chiamato a cercare proprio quegli uomini che non fanno parte di quel popolo perché hai capito che questa appartenenza non conta niente e che l'unico criterio è conoscere Cristo.
Chissà chi abbiamo odiato prima di convertirci? Quali categorie ci sono state particolarmente antipatiche, quali abbiamo perseguitato? I ricchi? I poveri? I comunisti o i fascisti? Gli extracomunitari e gli zingari? I fumatori o i drogati? Ci sarà pure qualcuno che ci è stato sullo stomaco! Se abbiamo capito con Paolo che solo Cristo conta, perché ci ha scelti dal grembo di nostra madre dobbiamo rivedere anche quei criteri umani di giudizio che avevamo precedentemente adottato. Perché se il Signore ci ha scelti a prescindere da criteri di appartenenza umani, e se ha scelto tutti indipendentemente dalla loro appartenenze, anche noi dobbiamo "scegliere" di evangelizzare gli altri, soprattutto quelli che abbiamo in qualche modo sminuito, in base ai nostri criteri di giudizio umani.
3. La solitudine. Nessun uomo ha parlato con me. 16b-24
Infine un ultimo criterio, che non è certo il minore. Proprio perché la rivelazione è venuta dall'alto e perché non è il frutto di insegnamento ricevuto da altri Paolo insiste sul fatto che nei primi anni della sua vita da convertito, da credente in Cristo, non ha parlato con nessuno. E' piuttosto sorprendente notare che il suo vangelo non si oppone al vangelo predicato dagli apostoli, con cui vedremo la conformità. CI precisa che non parla con nessuno! Se ne va in Arabia, forse ad evangelizzare, o ancora più probabilmente a meditare, poi a Damasco, per tre anni. Oggi che di Damasco sentiamo tristemente parlare di stragi e omicidi, possiamo pensare che in quella stessa città Paolo cercava Dio nella solitudine, e si adoperava per evangelizzare, come sappiamo da Atti. E' un periodo formativo di tre anni, un po' come il ministero degli apostoli con Gesù dura tre anni. Infine fa una visita a Gerusalemme, ma è rapida, solo 15 giorni, e vede solo due degli apostoli. Ed anche in Siria e Cilicia, dove va per cominciare ad evangelizzare, come sappiamo da Atti 9, insiste su questa sua dimensione lontana dagli apostoli di Gerusalemme, con i quali invece comunicherà a fondo più tardi.
Credo che il confronto fra fratelli sia molto importante, e credo anche che quando ci si converte e si incontra il Signore Gesù Cristo, è importante stare in una comunità che ci aiuti a crescere. Ma credo anche che sia fondamentale non trascurare la dimensione solitaria, di ricerca personale di Dio e di intenso dialogo con cui su cui Paolo insiste per garantire l'origine divina del suo vangelo. Non siamo tutti uguali e quel Saulo che conosceva bene le scritture era già pieno di conoscenze su Dio prima ancora di averlo conosciuto a fondo. Non è quindi detto che tutti dobbiamo isolarci per tre anni e starcene da soli a parlare con Dio. Ma dico che è opportuno che ognuno di noi, anche se convertitosi tanti anni fa, non trascuri quella dimensione personale ed isolata della fede che in questo momento per Paolo è un vanto. Proprio perché il vangelo non è un'ideologia o una filosofia che altri di devono spiegare. E' lo Spirito Santo stesso che parla e forma chi vuole camminare con Dio, senza che manchi tuttavia il confronto con gli altri fratelli.
Oggi, leggendo le parole di Paolo a 2000 anni di distanza, vediamo come queste rimangano attuali. E speriamo di avere una settimana per cui la nostra testimonianza possa dire ciò che Paolo diceva in conclusione di questo passo: che le chiese glorificavano Dio a causa sua! AMEN