mercoledì 13 febbraio 2013


Galati 5,26-6,1-10. Ecclesioterapia

26 Cerchiamo di non essere vanagloriosi, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri. 1 Fratelli, qualora uno venga sorpreso in qualche colpa, voi che siete spirituali correggetelo con dolcezza. E vigila su te stesso, per non cadere anche tu in tentazione. 2 Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo. 3 Se infatti uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso. 4 Ciascuno esamini invece la propria condotta e allora solo in se stesso e non negli altri troverà motivo di vanto: 5 ciascuno infatti porterà il proprio fardello.

Un messaggio per la chiesa
Come in molte altre lettere di Paolo la parte conclusiva è ricca di consigli pratici, appropriati ad una comunità di fede come la chiesa. Chiesa, da intendersi come gruppo di persone che si conoscono e si frequentano assiduamente, e che hanno uno stile di vita simile a quello di una famiglia. Mi pare che questi consigli ci mostrino che la chiesa è un ambiente in cui è possibile innescare delle dinamiche virtuose: vivendo la chiesa nel modo giusto di contribuisce a fare di essa, tra le altre cose, anche una comunità terapeutica, cioè in grado di guarire, di aiutare chi è in difficoltà. Reciprocamente chi riceve aiuto restituisce a questa comunità le forze che lo hanno aiutato e a sua volta aiuta. Vediamo come!
1. Se abbiamo una giusta immagine di noi stessi...
Prima di dare consigli su quel che fare concretamente agli altri Paolo parte dalla persona e da quello che può e deve fare rispetto a se stessa: la Parola di Dio ci invita a "non essere vanagloriosi", cioè ad avere un sano concetto di noi stessi. In greco il termine indica una gloria "vuota", cioè priva di motivazioni reali. E' vanaglorioso chi ha di sé un'opinione più alta di quella che ha degli altri, chi pensa di sapere, capire, e sentire tutto, e quindi di poter consigliare, discutere, indirizzare su tutto. Non stiamo ovviamente parlando di ambiti tecnici o professionali: è ovvio che un medico pensi di saper di più del corpo umano di un fruttivendolo, e che un fotografo ne sa di più di come si scattano le fotografie di un dentista... Qui si parla della stima, considerazione e opinione che ognuno di noi ha nell'ambito di una chiesa, rispetto a quei frutti di cui Paolo ha appena finito di parlare nel capitolo 5: chi pensa di possedere tutti i frutti dello spirito e vede negli altri solo frutti della carne è vanaglorioso! E se detto così può sembrare un po' estremo nella pratica della vita di una chiesa la sensazione di essere un po' meno peggio degli altri, un po' più bravi e coerenti, un po' più impegnati è molto diffusa. La Parola di Dio attraverso le parole di Paolo ci invita invece ad un'immagine realistica, sobria, consapevole di un dato di fatto: siamo esseri umani peccatori e limitati, e riceviamo per grazia dei frutti in dono dallo Spirito. Non possiamo quindi vantarcene, perché non sono merito nostro. Una sana immagine di noi stessi non l'abbiamo guardandoci allo specchio. Pensiamo che lo specchio ci restituisca la nostra immagine fedele, mentre anche uno specchio inganna perché, a parte il fatto che ci rimanda solo l'esteriore, ribalta le immagini, quindi in qualche modo le falsa, ed è per questo che quando ci vediamo in una videocamera ci sentiamo diversi da come ci vediamo allo specchio. Una sana immagine di noi stessi la otteniamo solo cercando di inforcare gli occhiali della fede, osservando noi stessi con gli occhi di Dio. Come persone piene di qualità potenziali e di difetti evidenti che grazie a quella "crocifissione" di cui tanto si è parlato in questa epistola possono sentirsi esseri umani peccatori, ma rinnovati e perdonati da Dio. Questa è l'immagine che la fede propone per ogni uomo.
C'è un detto che dice che tutto parte dal cervello: grandi progetti, grandi crimini, azioni buone, tentazioni... Niente di più vero a questo riguardo per la nostra azione in chiesa: questa non dipende solo dalla qualità progetti che elaboriamo, dai comportamenti che ci sforziamo di adottare o dal carattere che abbiamo: dipendono da quello che pensiamo di noi stessi, che condiziona il modo in cui ci rapportiamo agli altri, nel bene e nel male.

2. Conseguenza dell'immagine che abbiamo di noi: competere e provocarsi oppure sostenersi?
Competere e provocarsi. Le chiese cono gruppi in cui si è chiamati ad esercitare i propri doni, collaborando così alla comune edificazione. Non sono cinema o teatri dove si va a fare gli spettatori, ma comunità viventi in cui ognuno ha un ruolo ed uno scopo. Tuttavia proprio questa partecipazione può scatenare la vanagloria di cui si diceva sopra, perché c'è sempre chi crede di fare più degli altri, meglio degli altri, o anche chi si sottovaluta e pensa di non poter fare niente. Da questi diversi tipi di vanagloria, che ormai chiamiamo immagine distorta di se stessi, derivano due atteggiamenti paralleli: se ci si sente superiori agli altri, ci si provoca, mettendosi in competizione, quasi che si dovessero fare gare di doni spirituali: chi predica meglio? Chi evangelizza di più? Chi è più capace di incoraggiare, di formare e di far crescere? Oppure, viceversa, se ci si sente inferiori, si comincia ad invidiare, ad essere gelosi di quello che gli altri fanno: di chi sa predicare, di chi ha un gran successo nell'annunciare il vangelo, e via dicendo.
Portare i pesi. A questo atteggiamento distruttivo Paolo oppone un principio cardine della vita di una chiesa: portare i pesi gli uni degli altri. Portare un peso è una pratica che non piace a nessuno, a parte gli sportivi che sono disposti a soffrire per allenarsi. E' stancante e faticoso, sia fisicamente che moralmente. E ci sono diverse strategie per evitare i pesi in cui siamo abili. Possiamo pensare che gli sbagli degli altri siano tali per cui è impossibile aiutarli. Peccano, in modo esagerato, quindi inutile aiutare. Oppure possiamo pensare di "valere qualcosa", qualcosa di più degli altri, per cui sia per noi una perdita di tempo cercare di correggere qualcuno che sbaglia, o che soffre.
Torna allora l'immagine sobria di cui dicevano sopra. L'immagine pulita di noi stessi ci ricorda che non siamo niente, e che siamo qualcosa se Dio ci fa essere qualcosa. Se un membro della comunità sbaglia, pecca, quindi ruba, insulta qualcuno, o fa qualsiasi altra cosa che la Parola di Dio etichetta come peccato debbono scattarci in mente tre pensieri:
  • il primo è che quanto è successo al fratello potrebbe essere successo anche a me, perché siamo uguali nella condizione di peccatori. E allora anziché condannare aiutiamo a portare il peso incoraggiando quella persona.
  • Ed il secondo pensiero è che proprio perché può capitare anche a me, a maggior ragione starò attento alla mia condotta. In questo senso la chiesa diventa veramente una comunità terapeutica di guarigione e di prevenzione, in cui non ci si giudica, non ci si dà addosso, ma ci si aiuta e si condividono i pesi. Ed oltre ai pesi della colpa di un errore commesso ci sono tanti altri pesi che dobbiamo portare insieme. E' imperativo che in una chiesa si sappia chi e perché sta soffrendo e chi gli si vada incontro; la persona ha la responsabilità di farlo sapere, ed il resto del corpo di prenderne atto.
  • Il terzo passo è di dirsi: sarò giudicato in base a se e come ho portato il peso dei miei fratelli. "Perché ciascuno poterà il proprio fardello"! E' una contraddizione rispetto a quanto detto sopra? No, i termini sono diversi: il primo riguarda l'enormità di pesi che un singolo non può portare. Il secondo invece riguarda quella responsabilità individuale dalla quale non possiamo esimerci, che ci riporta alla nostra posizione davanti a Dio.
La chiesa vive dunque delle immagini che ognuno di noi ha di se stesso: ci percepiamo come superiori agli altri, o come potenziale aiuto umile che favorisce la crescita di tutti e la prevenzione di sé?
Una breve aggiunta applicativa che riguarda più da vicino la nostra chiesa di Lucca.
La nostra immagine. Non siamo molti ed abbiamo spesso la sensazione che essendo in pochi abbiamo meno forze. Credo però che portare i pesi gli uni degli altri in un piccolo gruppo che si conosce sia più facile che non farlo in una mega chiesa di 1000 membri in cui ci sono tante energie, ma spesso non ci si conosce. Le grandi chiese probabilmente hanno un migliore impatto esterno, riusciranno a favorire il contesto sociale in cui vivono ed aiutare di più al di fuori; le piccole chiese hanno un vantaggio interno perché c'è maggiore confidenza. E' importante che impariamo a curare anche l'immagine che noi, collettivamente, abbiamo della nostra stessa chiesa. Che non pensiamo da un lato di essere migliori di altre chiese, più spirituali, più intelligenti o più sobri. Non lo siamo e siamo tutti ugualmente dipendenti dalla grazia.
Al contempo, cedo che sia importante non sottovalutarci. Non mi stancherò di ripetere che le grandi chiese sono nate dalle piccole, che il cristianesimo è nato da 12 persone e che anche in pochi si può fare molto. Il "siamo in pochi" è un ritornello che dobbiamo cancellare, sostituendolo con questo: Ciascuno porterà il proprio fardello, cioè a ciascuno verrà chiesto come ha impiegato il poco che aveva per fare tanti pochi che messi insieme fanno un tanto.
Infine, credo che sia importante per noi fare uno sforzo: crescere nella fiducia reciproca approfittando dei momenti di riunione. Durante la settimana ci incontriamo per delle riunioni di preghiera. Per quanto talvolta disattese, sono uno degli strumenti, non l'unico ma importante, in cui si possono portare i pesi insieme. E' lo spazio in cui chi ha pesi si può aprire e parlare. Ma è lo spazio in cui si può parlare anche di problemi e pesi di altri fratelli in altre chiese, e condividere il peso che questi hanno, come si è fatto ad esempio nel pregare per la chiesa perseguitata.
Stiamo dunque molto attenti a quello che pensiamo di noi stessi. Né troppo ritenendoci qualcosa, mentre abbiamo imparato che siamo niente. Ma questo niente è stato riempito dallo Spirito di Dio, quindi sottovalutare le potenzialità di una chiesa, significa svuotarla della sua vita. Con Dio possiamo!
 Stefano

Galati 5, 16-25: La carne e lo spirito
16 Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; 17
 la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste.
18 Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge. 19 Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, 20 idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, 21 invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio. 22 Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; 23
 contro queste cose non c'è legge.
24 Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri.25 Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito.
Qualche settimana fa mi è stato chiesto di dare un'opinione in merito ad un opuscolo inventato dai grafici pubblicitari della mia scuola che aveva come titolo: "Peccati della carne" e che di fatto rappresentava una faccia con occhi, naso e bocca fatta di salsicce, hamburger, braciole ed altro. Era un volantino per pubblicizzare l'unione macellai di Lucca, e lo slogan era giocato proprio sul doppio senso di carne. Questo doppio senso non esisteva nel greco usato da Paolo, e con carne si intendeva semplicemente: condizione umana, fatto di essere un corpo costituito da razionalità e corpo terreni e sensibili. Prima di cominciare a commentare questo passo è opportuno fare questa precisazione, perché lo slogan che ho citato ed un certo uso del termine "carne", come dell'aggettivo "carnale" identificano genericamente questo termine con la sfera della sessualità. Questa non è esclusa certo dalla corporeità, ma sarebbe molto limitante identificarle. Paolo, parlando di carne ha quindi in mente qualcosa di più ampio: tutto l'uomo con la sua mente umana, limitata dalla sua cecità spirituale, e dalla sua razionalità potente ma anche limitante. L'uomo limitato dai suoi confini fisici e dalle sue pulsioni, che agiscono in lui in maniera fortissima. L'uomo quindi in quanto tale, fatto di una parte sensibile ed una immateriale, ma pur sempre limitate. La carne non è quindi una parte costitutiva dell'uomo, come potrebbe essere nel pensiero platonico, ma un orientamento umano della persona.
1. La lotta tra carne e spirito
Il passo si apre con un'esortazione: "camminate secondo lo Spirito". A cui segue la promessa che camminando per lo Spirito, cioè sotto la guida dello Spirito di Dio, non saremo portati a soddisfare quei desideri che hanno tutti gli umani e che caratterizzano la condizione umana, che verranno a breve elencati. Ora, un'esortazione, "camminate", implica che c'è una volontà da esercitare, una lotta da fare contro qualcosa che la volontà deve vincere. Il motivo per cui Paolo inizia con un'esortazione è spiegato di seguito: chi ha ascoltato l'evangelo ed ha creduto è entrato in una nuova vita, caratterizzata appunto dalla presenza dello Spirito. Convertirsi significa ricevere lo Spirito Santo nella propria vita e sperimentare un rinnovamento interiore che smorza i desideri della condizione umana. Questa tuttavia non è cancellata e l'uomo rimane continuamente conteso tra questi due poli: lo Spirito che lo porta verso la libertà e verso Dio, la carne che lo vorrebbe riportare in schiavitù, limitandolo ai confini ridotti della sensibilità. Il punto da capire è il seguente: che ruolo ha l'uomo in questa lotta tra carne e spirito? Ha delle responsabilità o è semplicemente in preda a due cavalli che lo tirano in direzioni opposte? Frasi come il v. 17 "la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda: sicché voi non fate quello che vorreste", farebbe quasi pensare ad una deresponsabilizzazione dell'uomo, preso quasi in una morsa. In Romani 7 lo stesso concetto è espresso, ed è quello della condizione di un uomo che fa quello che non vuole e quello che vuole non lo fa. Prima di dare una risposta guardiamoci intorno. Mi pare che la contraddittorietà dell'essere umano sia un dato di fatto. Anche nel nostro tempo in cui ci pare di essere molto liberi e di esserci affrancati da mille barriere ci rendiamo conto che in realtà pochissimi agiscono in modo veramente libero e che una serie di motivazioni "carnali" guidano le scelte delle masse: la paura, l'interesse, il desiderio di successo immediato, la soddisfazione, l'illusione di un po' di calma, l'obbedienza a certi riti... Ad esempio in questi giorni di festività natalizie vediamo milioni di persone riversarsi nelle strade a comprare compulsivamente regali per più gente possibile, salvo poi affermare che sono stressati e che avrebbero preferito non fare niente. Oppure, per fare un esempio ancora più banale, si può pensare a quante persone vorrebbero smettere di fumare e non ci riescono; o, sempre per fare un riferimento alle feste, a mangiare di meno, ma anche qui non riescono, perché la gola vince...
Il pensiero di Paolo quindi è molto attuale e incontra pienamente quella grossa massa di persone che si sentono e sono deboli, che vorrebbero cambiare, ma non ci riescono, che si sentono schiacciati dal peso della loro stessa umanità. Paolo ci invita oggi a non sentirci dei mostri se non riusciamo ad avere una vita perfetta e santa come vorremmo! Ma non sta affermando che l'uomo non abbia responsabilità nella lotta carne/spirito, al contrario! Comincia con l'esortazione di camminare per lo Spirito, ma poi sottolinea che la potenza della carne è enorme! La psicanalisi freudiana ha parlato di pulsioni inconsce, e forse in questo ha dato un utile contributo alla comprensione del fatto umano: l'uomo è abitato da forse che lo sorpassano e lo sovrastano, e spesso soccombe... Ma questa illustrazione della potenza della condizione umana, della corporeità e dei suoi limiti è incorniciata da queste due esortazioni: camminate secondo lo Spirito e: 18 Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge". C'è quindi molto spazio per la responsabilità che ha ogni credente nello sfuggire alle pulsioni, alla potenza della carne che tende a schiacciarlo e ad imprigionarlo, ed è costituita da questi due atti:
  • camminare secondo lo Spirito per vincere il desiderio
  • Lasciarsi guidare dallo Spirito per vincere la condanna della Legge.
Paolo non invita a fare sforzi, ma a cambiare prospettiva. Gesù disse che i mali di questo mondo non vengono da quello che entra nel corpo, ma da quello che esce dal cuore. E quello che esce dal cuore, non esce dal corpo. Tutto parte dai pensieri che facciamo, o da come assecondiamo e lasciamo crescere pulsioni di vario tipo: di vendetta, di collera, di sessualità, di invidia... Prima ancora di fare un lungo elenco Paolo ci rassicura: vincere tutto quello che descriverà è possibile: camminando secondo lo Spirito e lasciandosi guidare dallo Spirito. Facendo quindi prevenzione spirituale sulle nostre vite, e ricercando l'incontro con lo Spirito di Dio in ogni istante della vita.
2. Un po' di concretezza.
Per evitare di essere fraintesi la cosa migliore è dare degli esempi. E Paolo ne fornisce una lista che lui stesso definisce non completa, ma che è comunque chiara. Più che descrivere ogni singola opera della carne, credo sia interessante raggrupparle per vedere quali ambiti riguardano:
  1. Fornicazione, impurità, libertinaggio. Queste opere riguardano il sesso, ed il suo uso scollegato dall'amore: relazioni che non rientrano nel matrimonio, plurime o individuali, e comunque sia un uso del sesso che prende in considerazione solo il mero dato corporeo senza inserirlo in un percorso relazionale tra chi lo pratica. E' una perversione dell'amore e rende schiavi, non liberi di amare veramente.
  2. Idolatria, stregoneria (o magia). E' il regno dell'occulto e della falsa divinità, e perverte il corretto rapporto con Dio. Cerca la potenza e la forza del cambiamento della realtà, sia come invocazione, che come pratica, non nel Dio onnipotente e creatore ma in altre entità, che ugualmente rendono schiavi e chiedono qualcosa in cambio.
  3. inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie. Riguarda la vita in società, e pervertono i rapporti tra uomini. Queste opere della carne sono quelle che rendono la nostra società quello che è, povera di valori, poco solidale e guidata dall'interesse.
  4. Ubriachezze e orge. Queste riguardano infine il cibo, ed un rapporto degradato con un qualcosa che serve come sostentamento, volendo anche come contributo alla convivialità e alla gioia comune, ma che rischia di pervertirsi per degradare l'uomo, riducendolo alla sua pancia o a fargli perdere il controllo.
Colpisce che ognuna di queste opere della carne ha la caratteristica di degradare e pervertire un rapporto che potrebbe invece essere ricco, umanizzante ed edificante. E colpisce anche il monito duro di Paolo: persistere in queste opere, praticarle nella continuità (rileviamo che in greco il "fanno" è un participio presente, che ha un valore di duratività) significa non ereditare il regno di Dio! I credenti che si dicono tali ma non vogliono deliberatamente abbandonare queste opere non si illudano! Non parliamo di quei credenti che sbagliano, cadono, vorrebbero ma non riescono, ma comunque lottano e si sforzano di liberarsi dalla schiavitù in cui queste opere li relegano. Parliamo di chi, dicendosi credente, vive piacevolmente secondo questo stile carnale.
A queste si oppongono i frutti dello Spirito che potrebbero essere riassunti nell'unico frutto: l'amore, di cui ugualmente vediamo una serie di sotto-frutti: è forse possibile anche qui vedere l'amore come una serie di caratteristiche che vanno verso l'altro: gioia, benevolenza, bontà, fedeltà, sommate ad un'altra serie che invece accoglie l'altro: pace, pazienza, mitezza, dominio di sé, anche in risposta ad eventuali attacchi, provocazioni o torti. Ed in fondo l'amore si potrebbe proprio riassumere in questo: fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te, per quel che riguarda il primo gruppo; e porgi l'altra guancia per il secondo. Non c'è legge che regga contro queste cose, nel senso che tornando al problema della giustificazione, chi agisce in nome dell'amore, con quella fede operante per mezzo dell'amore di cui abbiamo detto, sta mostrando di avere dentro di sé la vera fede, e di essersi sottratto dal giudizio della legge.
3. Crocifissione e cammino.
La frase finale è un efficace riassunto con due immagini molto belle di quanto detto. La vita cristiana si riassume in due azioni molto semplici, ma estremamente profonde e dense: capire fino in fondo la portata della crocifissione. Dire che Cristo è morto per noi significa dire che quella serie di opere che abbiamo descritto, che spesso avvinghiano anche i credenti, non hanno l'ultima parola, perché sulla croce hanno perso. Sulla croce sono inchiodate, nel senso che la gioia del perdono che chi le ha commesse riceve, è più grande della voglia di continuare a praticarle.
Parallelamente la vita è cammino: non è solo sosta di riflessione per lavare le proprie sporcizie, ma cammino, slancio verso la vita grazie allo Spirito per prodigare quei frutti dello Spirito che abbiamo visto. Alziamoci la mattina rileggendoci la lista in cui si declina l'amore: prendiamoci il proposito di camminare ogni giorno secondo uno di quei frutti specifici. Stiamo attenti perché non si tratta di virtù naturali che fanno o non fanno parte del carattere. Si tratta di frutti dello Spirito che sono pronti e a disposizione di chi accetta di viverli e di riceverli dalla guida dello Spirito. La gioia è un frutto e va coltivato, non è l'euforia; la pace non è la passività, o l'assenza di guerra, ma è l'impegno per la pace e il diffondere pace; la pazienza non è la sopportazione, ma il sapere vedere Cristo in chi non si sopporta; la benevolenza non è il soldo dato per pulirsi la coscienza, ma il mettere l'altro prima di noi; la fedeltà non è l'attaccamento motivato da paura o da abitudine, ma una scelta che prescinde dalle circostanze; la mitezza, non è la dabbenaggine, ma la calma che viene dalla fiducia nell'assoluta sovranità di Dio sulla realtà; l'autocontrollo non è il frutto di pratiche zen, o di ginnastiche autoconvincenti, ma il frutto del lavoro dello spirito nei caratteri collerici.
Camminiamo e viviamo nello Spirito.

Galati 5, 12-15. Libertà condizionata o libertà nell'amore?
13 Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Questa libertà non diventi un pretesto per la carne, ma mediante l'amore siate a servizio gli uni degli altri. 14 Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in una sola parola: amerai il prossimo tuo come te stesso. 15 Ma se vi mordete e divorate gli uni gli altri, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!
Libertà ed egoismo, servizio e autodistruzione, legge ed amore... e reciprocità nel bene e nel male. Con questi concetti evidentemente opposti potremmo riassumere il succo di questi brevi ma densi versi, ai quali vorrei limitare la riflessione di oggi. Cinque capitoli dedicati interamente alla libertà prodotta dalla fede, all'affrancamento di di crede da una legge che rende schiavi: Paolo non poteva essere più chiaro nello spiegare che la fede non è il risultato di uno sforzo umano, ma un libero dono di Dio, che strappa dalla schiavitù e porta libertà. Eppure la parola libertà è ambigua: è alla base di liberazione, ma anche di libertinismo; fa pensare a liberare, ma anche a liberalizzare; e senza prendere posizione in materia la differenza tra liberare dalla droga e liberalizzare la droga salta agli occhi! Liberale può significare generoso; ma in economia può anche indicare una corrente che lascia al mercato l'onnipotenza delle decisioni e trascura gli individui... Anche in ambito di fede il termine libertà si presta ad ambiguità, e quindi Paolo sente il bisogno di precisare il significato e la portata di questo concetto.
1. La libertà come base e chiamata.
In primo luogo Paolo parte dalla costatazione che la fede è una chiamata alla libertà, o una chiamata basata sulla libertà. Curioso. Non sempre la fede viene associata alla libertà, anzi. Spesso l'immaginario moderno, in seguito alla numerose distorsioni della fede, la lega ad immagini di costrizione: conventi, cilici, rispetto di regole. Anche alcune immagini bibliche, mal interpretate, possono aver fatto pensare alla fede come un cammino non di libertà ma di sofferenza e costrizione, come l'esortazione di Gesù al prendere la propria croce.
Paolo invece sottolinea con forza come la fede si basi SULLA libertà e chiami ALLA libertà. Perché FEDE significa rapporto con un Dio che ci sottrae all'incertezza del presente, alla precarietà del quotidiano e del finito, facendoci entrare in una dimensione eterna, infinita che non teme il logorio del tempo ed i rischi delle circostanze. E non mancano nella storia di fedi ben vissute che hanno significato libertà: la fede di Abramo, ma anche quella di Mosè hanno portato alla libertà anche politica e fisica un popolo di schiavi; gli schiavi dell'epoca di Paolo trovavano libertà interiore malgrado il loro stato civile, perché sapevano di appartenere ad un Dio più grande dei loro padroni; e molti secoli dopo l'abolizione della schiavitù è stata promossa e portata avanti da attivisti cristiani. Anche oggi in un mondo in cui la fede è considerata soprattutto come una delle possibili alternative per dare un senso alla vita, come un modo per essere felici, è importante ricordare che credere in Cristo, nella sua opera di libertà fatta nei nostri confronti, significa prima di tutto essere liberati da noi stessi, dal nostro egoismo, dal nostro egocentrismo, conseguenze del nostro essere peccatori, per entrare liberamente in un dialogo di amore con Dio, fonte di ogni libertà. Perché che piaccia o no, l'uomo non è libero: è schiavo di se stesso ed ha bisogno di libertà per vivere pienamente.
2. I rischi della libertà.
La libertà però, lo abbiamo detto, comporta dei rischi. Non facilmente eludibili nella formula che la mia libertà finisce dove comincia quella degli altri. In questi giorni siamo rimasti sconvolti per la strage in Connecticut che ha visto la morte di 20 bambini per mano di uno squilibrato che ha ucciso anche sua madre. Purtroppo questo aveva in casa armi, perché per molti americani il diritto di detenere delle armi è un elemento di libertà; i leader delle lobbies di costruttori di armi hanno già risposto che la colpa sta nelle leggi che vietano ai maestri di possedere delle armi... Ci sembra pura follia, eppure proprio in base ad un concetto come quello della libertà in America si riesce a sostenere che è possibile detenere armi, concessione che se eliminata ridurrebbe immediatamente le stragi di cui troppo spesso veniamo a conoscenza. In simili casi la libertà non è solo rischiosa, è proprio devastante.
Paolo in proporzioni dagli effetti più contenuti mette quindi i credenti in guardia; cerchiamo bene di capire, da queste poche parole, contro quale concezione della libertà Paolo si schieri: la libertà qui può diventare un "pretesto per la carne". E con carne intende un qualcosa che si oppone al servizio degli altri tramite l'amore, che porta a mordersi, e a divorarsi con il rischio di distruggersi. La libertà quindi è un'arma che può essere usata a servizio dell'amore, ma anche a servizio della carne. E con carne, prima ancora di leggere la lunga lista di "frutti" che Paolo enumera nei versi successivi, capiamo bene che Paolo intende qui l'egoismo, la centralità dell'io.
Credo che nelle chiese la gestione della libertà sia una delle cose più difficili che ci siano. E' facile scadere nel legalismo, cercando di costringere tutti a comportarsi in un certo modo e a seguire certi standard morali, di impegno e di partecipazione, con il rischio di diventare impositivi e legalisti; ma è altrettanto facile cadere nell'eccesso opposto per cui l'assolutizzazione della libertà porta ognuno a seguire il proprio comodo, i propri interessi, la propria vocazione trascurando l'esigenza della reciprocità, base di una vita comunitaria. Mi colpisce che in queste poche righe Paolo usi tre volte il termine: "gli uni gli altri" (Le traduzioni lo variano con "a vicenda", ma in greco è sempre lo steso termine). Io tempo che nella nostra comunità stiamo incamminandoci verso una direzione prossima a questo per cui, forti della nostra libertà, abbiamo difficoltà a sacrificarla per esigenze di interesse comune, e questo in una chiesa piccola che ha bisogno di impegno moltiplicato al cubo per poter crescere è problematico. Dire che non salvano e non fondano la fede la frequenza alle riunioni o la disponibilità a prendersi degli impegni, o ad invitare per incrementare la comunione non significa dire che allora queste sane pratiche sono necessarie ed indispensabili. Dobbiamo quindi molto riflettere sulla gestione della nostra libertà, perché se questa ci porta non tanto a sbranarci (non mi pare ci sia odio o rabbia tra di noi), ma anche solo a stare distanti, ad esserci leggermente indifferenti rischiamo l'autodistruzione di cui parla Paolo.
3. L'antidoto dell'amore.
C'è però un antidoto infallibile all'uso carnale della libertà. Ed è il comandamento antico, che ritroviamo nell'Antico testamento nel libro del Levitico 19,18, ripreso e rinvigorito da Gesù: il comandamento dell'amore. Paolo si rivolge a persone che come abbiamo visto sbandierano la legge di Mosè per reclamare una loro superiorità spirituale e morale; ricorda allora che quella legge trova la sua espressione più piena nell'unica parola amore. L'amore è il riassunto ed il fine di tutti i comandamenti che vengono dati per consentire una vita comune di vera reciprocità e servizio. L'amore è il rovesciamento dell'egoismo e porta realmente ad una dinamica di lavorare "gli uni per gli altri". L'egoismo è il lavoro dell'uno per uno; Paolo invece ricorda che prima in chiesa, e poi nella vita, siamo chiamati a vivere gli uni per gli altri.
Possiamo reagire come quei farisei che rispondendo a Gesù sul senso del comandamento: "Ama il tuo prossimo come te stesso" si chiedevano chi fosse il prossimo. Noi lo sappiamo, e non possiamo negare che il prossimo è chiunque è immediatamente vicino a noi. Ancor prima di andare a vedere che Gesù ha insegnato ad "essere prossimi" di chiunque, come il Samaritano lo fu di quel poveraccio mezzo morto, possiamo riconoscere nei fratelli della chiesa i nostri prossimi ed agire di conseguenza. Questi cristiani in Galazia si sbranavano per questioni relativa all'interpretazione della legge di Mosè, noi talvolta lo facciamo per questioni simili, magari più vicine al nostro tempo. Resta il comandamento chiaro chi l'unico antidoto che consente ad una chiesa di funzionare e crescere è l'amore, segno da cui il mondo riconosce i veri credenti.

Galati 5, 1-12 1 Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. 2 Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla. 3 E dichiaro ancora una volta a chiunque si fa circoncidere che egli è obbligato ad osservare tutta quanta la legge. 4 Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge; siete decaduti dalla grazia. 5 Noi infatti per virtù dello Spirito, attendiamo dalla fede la giustificazione che speriamo. 6 Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità.
7 Correvate così bene; chi vi ha tagliato la strada che non obbedite più alla verità? 8 Questa persuasione non viene sicuramente da colui che vi chiama! 9 Un po' di lievito fa fermentare tutta la pasta. 10 Io sono fiducioso per voi nel Signore che non penserete diversamente; ma chi vi turba, subirà la sua condanna, chiunque egli sia. 11 Quanto a me, fratelli, se io predico ancora la circoncisione, perché sono tuttora perseguitato? È dunque annullato lo scandalo della croce? 12 Dovrebbero farsi mutilare coloro che vi turbano.



A conclusione della sua lunga argomentazione sul rapporto tra fede ed opere Paolo conclude con una sintesi: troviamo in questo capitolo una espressione capace di condensare la totalità del vangelo su cui ci attarderemo. Ed è una frase molto bella che non dico subito che ha il merito di dire qualcosa di importante su un tema che ha occupato il pensiero di molti secoli di storia della teologia: in questa sintesi capiamo meglio cosa intenda Paolo per fede e cosa intenda per opere, e ci sarà facile rapportare questi concetti al nostro tempo e alla nostra concezione della fede.
1. Di quali opere stiamo parlando?
Gli esempi di "opere" a cui i Galati stavano cominciando a dare importanza vengono via via menzionati della lettera e seppure non siano numerosi ci danno un'idea del tipo di opera della legge in questione: rispetto di date, giorni speciali feste e soprattutto circoncisione. Questo pare il punto più discusso. Ed è discusso perché è un segno eminentemente esteriore. Per Mosè era il simbolo di un patto, ma ora che il patto ha trovato il suo rinnovamento in Cristo quel segno nella carne non ha più significato, e sforzarsi di identificarsi davanti a Dio grazie a quel segno è inutile. Nell'epistola ai Romani Paolo, proprio per opporre l'esteriorità della circoncisione all'interiorità di un percorso di fede e conversione parla di "circoncisione del cuore". Capiamo quindi meglio cosa intenda Paolo quando parla di "opere della legge". Atti esteriori, pratiche, regole da rispettare che hanno un valore puramente esteriore e che accreditano l'appartenenza ad un verto gruppo, ma che non dicono niente sul piano spirituale.
E' arrivato il momento di precisare una distinzione ben chiara: in altre epistole, come in quella ai Filippesi, o nelle pastorali indirizzate a Tito e a Timoteo Paolo parla di buone opere, e le raccomanda. Sono le azioni che Dio ha già preparate perché le pratichiamo e che traducono nella pratica l'amore che Dio infonde nel cuore di chi crede. Capiamo bene che Paolo in questa epistola non sta parlando contro queste opere, che come vedremo hanno la loro necessità, ma contro un principio per cui si possa acquistare la salvezza con i propri sforzi. Estremizzando potremmo dire che ogni "buona opera", come l'aiutare dei bisognosi, l'impegnarsi per l'eguaglianza, il lottare per la giustizia, potrebbe diventare un'opera della legge, laddove venisse concepita come uno strumento utile a salvare. Ma le opere che Paolo ha qui di mira sono altre, e sono queste pratiche giudaiche che costruivano l'identità del buon ebreo, che non hanno più luogo di essere. E non solo: che laddove vengano ripristinate hanno una serie di conseguenze nefaste:
  • legano, costringono al rispetto - impossibile - di tutta la legge.
  • Separano da Cristo, perché concorrono - perdendo - con la sua opera di salvezza, che consiste nel pagare il prezzo che le opere mai potranno pagare;
  • fanno scadere dalla grazia, perché rimettono in piedi il principio dell'Antico Patto, dato come sfida per dimostrare la superiorità del nuovo patto, per cui si è giustificati per il rispetto di regole e non per l'amore di Dio.

2. La fede operante per mezzo dell'amore.
A mio modo di vedere, questa frase è il fulcro dell'epistola, il suo punto centrale e più bello, che dovremmo memorizzare e ripetere ogni mattina appena alzati: in questa breve frase abbiamo un condensato di tutte le teorie possibili sulla salvezza e la loro soluzione. Troviamo qui l'incontro tra gli accenti posti da Paolo e da Giacomo sul problema della salvezza, che sono qui perfettamente compatibili. Forse potremmo sforzarci di smettere di dire che siamo salvati per fede, ma dovremmo aggiungere che siamo salvati per "fede operante per mezzo dell'amore"! E' considerata la sola cosa che vale in Cristo, ed opposta alla circoncisione come all'incirconcisione. Una singola espressione che condensa insieme tre concetti che andrebbero uniti come la trinità: fede, opere ed amore! Ho fede in un Dio che mi salva indipendentemente da quello che sono e che faccio, senza che io ne abbia alcun merito, ma semplicemente perché mi ama. Questa fede non si esaurisce in un moto di estasi mistica, ma si traduce in opere concrete che esprimono amore verso il prossimo. Non troviamo mai scritto nella Bibbia che l'amore salvi, o che siamo salvati per amore; ma troviamo tuttavia che la fede che non ha questo amore è morta! (Giacomo).
Il dibattito opere/fede è il tema di tutta l'epistola dei Galati. Credo che molti si siano posti la domanda sul rapporto tra amore, opere e fede; in altri termini, l'amore da che parte sta? L'amore è un'opera? Oppure è un frutto della fede? O ancora meglio un qualcosa di costitutivo della fede, di connaturato, che non c'è se non c'è fede e viceversa? Rispondere a questa domanda ci porta a capire il senso della parola opere come anche di quella di fede: credo che qui Paolo sia molto chiaro e che dia degli esempi molto precisi: le opere su cui si basavano gli infiltrati tra i Galati sono quelle descritte sopra e contro cui lui si oppone. Non si opporrebbe certo all'idea di fare del bene, di aiutare, di esprimere amore verso il prossimo. Parla di osservare delle regole con uno preciso scopo. O ancora, potrebbe parlare di compiere una serie di azioni presunte "buone", ma compiute con l'intento di averne un vantaggio, un merito. I riformatori nel '500 ripresero con forza questa idea della SOLA FEDE scagliandosi contro una serie di pratiche, in particolare le indulgenze, che avevano lo scopo se non di salvare, per lo meno di migliorare la condizione spirituale dell'individuo - con conseguenti guadagni da parte della chiesa cattolica. Ma dire salvezza per fede non significa trascurare l'amore, quel moto interiore che ci porta ad avvicinarci agli altri, a volergli bene, a cercare il loro e non il nostro interesse.
3. Parole dure.
Questo appello all'amore non impedisce tuttavia a Paolo di avere parole piuttosto dure contro chi sta cercando di sviare i suoi amici galati. Dal v. 7 al 15, Paolo fa un bilancio della situazione:
I galati sono partiti bene, ma questi sovvertitori hanno fatto diverse cose: li hanno fermati; li hanno manipolati; hanno fatto con poche azioni o parole molti danni (lievito); verranno puniti; hanno messo la circoncisione in opposizione con la croce. La frase finale, oltre che comica è significativa. Si facciano evirare. Visto che hanno in mente ossessivamente quel che si deve fare all'organo genitale maschile, circonciderlo secondo la legge di Mosè, allora tanto vale che se lo facciano tagliare... Sono proprio queste le parole di Paolo e sono rivelatrici. Il profilo di chi è falsamente religioso è proprio l'ossessione per un solo aspetto della fede. Se la fede è libertà, e la libertà è priva di confini e vasta, la falsa fede è proprio fatta di fissazioni, di ossessioni compulsive, di importanze smodate a questioni secondarie.
Mi pare che il panorama contemporaneo delle chiese non sia poi molto diverso. Pullulano una serie di teologie, spesso inconsapevoli, che concentrano la fede su un unico punto. Proprio relativamente al problema del giudaizzare è nata nel nostro tempo una corrente che mi sembra molto vicina alle tendenze giudaizzanti degli oppositori dei galati seppure con argomenti diversi. Esiste un movimento di Italiani per Israele per cui pare che la fede possa ridursi allo schierarsi per l'attuale Israele politico - stato che come abbiamo visto, seppure legittimo politicamente, non ha alcun fondamento nelle profezie, che sono concluse in Cristo. Movimenti come questo hanno il grosso difetto di ridurre la fede ad un unico punto, e non sono i soli: c'è chi riduce tutto al fare, all'attivarsi per gli altri e per la società, chi fa della fede un atto puramente speculativo e meditativo, chi la riduce agli incontri di una comunità... La fede è un fenomeno complesso che coinvolge molte dimensioni, che coordina la mistica con l'azione, la riflessione con la prassi, la comunità con l'individuo. Fuggiamo dunque il settarismo che vorrebbe ricondurre la fede ad un unico punto e vigiliamo: le parole di Paolo contro i queste persone sono dure, e lo sono perché hanno rovinato un cammino di fede. Vigiliamo sulle diverse dottrine che circolano nella nostra testa, sui libri che leggiamo; se siamo partiti bene, vagliamo criticamente, per una comprensione della fede totale che non separi fede, speranza e amore.

mercoledì 12 dicembre 2012


Potenza attraverso la debolezza, di Johan Soderkvist

1 Cor 1:17-2:5
Introduzione
Nel 2007 c'è stato un interessante dibattito fra Richard Dawkins, un noto biologo molecolare di Oxford e John Lennox, matematico e professore a Oxford.
Il primo è un ateo attivo, noto principalmente per i suoi libri in cui attacca il pensiero cristiano e cerca di dimostrare che Dio non serve e non esiste (all'epoca The God Delusion a cui poi sono seguiti anche altri libri).
Il secondo è un cristiano evangelico che è stato anche in Italia più volte predicando in varie chiese e che il prossimo anno avremo al Convegno Nazionale GBU.
Nel dibattito Lennox difende la fede cristiana su alcuni punti dove Dawkins aveva mosso delle critiche.
Ho visto il video di questo dibattito e l'ho trovato molto interessante.

Devo però ammettere che prima di vederlo avevo un po' di paura che Lennox non potessecontrastare Dawkins in maniera convincente,
e mi sono reso conto che a volte evito discussioni/testimonianze con certe persone perché penso di non poter competere con il loro livello culturale/intellettuale, penso di non poter presentare Gesù in modo rilevante a loro.
Questo mi ha portato a riflettere su 1 Cor 1:17-2:5 dove si parla della potenza di Dio manifestata attraverso la debolezza e l'intelligenza di Dio manifestata attraverso la follia.
Leggiamo insieme.
1 Potenza manifestata attraverso la debolezza del Vangelo annunciato (1:17-25)
v22-23a “Poiché i Giudei chiedono un segno e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso.”
Per i giudei è scandalo
Possiamo capire la difficoltà che un ebreo poteva avere davanti a Gesù, figlio di Dio, crocifisso, se andiamo a vedere l'Antico Testamento. In Deut 21:22-23 è scritto “Quando uno avrà commesso un delitto passibile di morte, e viene messo a morte, lo appenderai a un albero. Il suo cadavere non rimarrà tutta la notte sull'albero, ma lo seppellirai senza indugio lo stesso giorno, perché il cadavere appeso è maledetto da Dio, e tu non contaminerai la terra che il SIGNORE, il tuo Dio, ti dà come eredità.”
L'uomo appeso ad un albero viene dichiarato “maledetto da Dio” e che la terra che Dio ha dato viene contaminata dal suo corpo. Ecco perché vogliono anche togliere di mezzo il corpo di Gesù il più velocemente possibile dopo la sua morte (Giov 19:31).
Predichi il Figlio di Dio crocifisso: SCANDALO!
Per i greci è follia
La crocifissione era una esecuzione destinata agli schiavi e abitanti di basso rango di solito delle provincie romane, quasi mai per un cittadino romano. Era quindi una morte estremamenteumiliante. Non certo la morte di un maestro tanto meno di un re.
Per quanto riguarda la risurrezione, anche se i Greci credevano che alcune divinità erano morte per poi ritornare in vita, erano credenze che relegavano ai miti.
Predichi il Figlio di Dio crocifisso: Sei SCEMO!
Per quelli che sono chiamati è potenza di Dio e sapienza di Dio
Per chi crede, la crocifissione di Gesù è la vittoria, è il momento in cui il peccato viene sconfitto e possiamo nuovamente riprendere una vita in comunione con Dio.
E' un evento che ci mostra la grande potenza di Dio, la grande sapienza di Dio ma anche il grandeamore di Dio per ognuno di noi.
Giov 3:14-18 “E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell'uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.”
E oggi?
Sono passati 2000 anni ma ancora oggi l'uomo trova gli stessi ostacoli davanti al messaggio del Vangelo.
Per alcuni è uno scandalo, forse non tanto per la crocifissione che ormai ci sembra una pratica talmente lontana che non ci rendiamo nemmeno conto di cosa implica, ma è uno scandalo per via di ciò che il Vangelo insegna, per molti oggi è:
  • uno scandalo credere nella sacralità della vita dal concepimento,
  • uno scandalo doversi misurare con la visione biblica sul matrimonio,
  • uno scandalo credere che esiste una verità assoluta, ecc
Per altri è una follia, forse non tanto per la crocifissione, ma è una follia per via di ciò che il Vangelo insegna, per molti oggi è:
  • una follia credere che Dio abbia creato l'universo e l'uomo,
  • una follia credere in un Dio buono, onnipotente e onnisciente,
  • una follia credere nella risurrezione, ecc
Invece per chi ha creduto in Gesù il Vangelo è sapienza e potenza e la morte di Gesù è ladimostrazione di questo: v25 “poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.”
2 Potenza manifestata attraverso la debolezza dei convertiti (1:26-31)
Situazione a Corinto: “non molti..” (1:26-28)
Le persone che componevano la chiesa di Corinto non appartenevano a nessuna élite. Visti con gli occhi dell'uomo non vi erano molti intellettuali o saggi, non vi erano molti potenti e non vi erano molti nobili. La maggioranza veniva dagli strati sociali bassi e senza particolare educazione.
A Dio questo va bene, lui con i folli vuole svergognare gli intellettuali, con i deboli vuole svergognare i forti, con quelle che non sono niente vuole ridurre al niente quelle che sono.
Perché? (1:29-31)
Il motivo è semplice: Tutta la gloria di quello che Lui ha fatto e di quello che i credenti di Corinto fanno deve andare SOLO a Lui.
Oggi?
Ci sono sicuramente momenti in cui ci sentiamo bravi, forti e intelligenti.
Però la verità è che ci sono pochi potenti fra di noi, ci sono pochi intellettuali. Sono molte le volte in cui ci sentiamo inadeguati non solo davanti a Dio e alla sua verità, ma anche davanti alle molte pretese e le situazioni in cui ci troviamo nella vita di tutti i giorni.
Una delle paure della nostra società è “non so se ce la faccio”. Ci sentiamo spesso inadeguati.
→ TU sei stato scelto!
Non perché fai parte di una elite, ma perché Dio vuole ridurre al niente le cose che sono con te che non sei.
→ TU sei stato scelto perché tu e tutti quelli che sono intorno e ate diano tutta la gloria a Dio e non a te.
Questo ci porta alla umiltà e alla lode!


3 Potenza manifestata attraverso la debolezza del predicatore (2:1-5)
[Per sapere di più su quello che succede a Paolo a Corinto potete leggere Atti 18!]
Quando Paolo venne a Corinto ad annunciare il Vangelo rinunciò sia alla sapienza umana (filosofia) che alle belle parole (retorica). Riuscì a predicare lo stesso con potenza perché:
Al posto della sapienza umana aveva il vangelo di Cristo crocifisso (2:2)
E ne abbiamo già parlato al punto precedente...
Al posto della retorica aveva la potenza dello Spirito Santo (2:4)
  • E' lo Spirito che da' le parole giuste per testimoniare il Vangelo.
  • E' lo Spirito che opera i segni utili a confermare il Vangelo.
  • E' lo Spirito che convince di peccato.
Perché Dio usa un predicatore debole? (v2:5)
La loro fede NON doveva essere fondata sulla sapienza umana, NON doveva essere fondata sulla persuasione fatta solo con ragionamenti umani, logica e con la buona retorica.
Doveva essere fondata sulla potenza di Dio e sulla convinzione di peccato che solo Dio può dare.
E per me e te?
Oggi mi trovo io qui davanti, domenica prossima ci potresti stare tu. Uscendo da qui ci troveremo tutti in situazioni in cui dobbiamo presentare il vangelo ad altri.

→ Ti senti inadeguato?
Pensi che serva una certa proprietà di linguaggio per poter parlare di Dio?
Pensi che non hai ancora abbastanza conoscenza?
Hai paura e tremore come aveva Paolo? (v2:3)
Non pensi di poter essere convincente?
Allora rileggi insieme a me 2:1-5 “E io, fratelli, quando venni da voi, non venni ad annunziarvi la testimonianza di Dio con eccellenza di parola o di sapienza; poiché mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso. Io sono stato presso di voi con debolezza, con timore e con gran tremore; la mia parola e la mia predicazione non consistettero in discorsi persuasivi di sapienza umana, ma in dimostrazione di Spirito e di potenza, affinché la vostra fede fosse fondata non sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.”
Riassunto
Abbiamo visto come la potenza di Dio si manifesta attraverso un terzetto di debolezze:
debolezza del messaggio, debolezza del messaggere, debolezza degli ascoltatori.
Conclusione
Per concludere dove ho cominciato posso dirvi che il dibattito è stato molto interessante.
Lennox è stato capace di difendere la fede in maniera molto convincente, smontando uno a uno i punti di Dawkins mostrando che Dio è una ipotesi valida e plausibile.
Quello che però mi ha colpito di più era la faccia sbalordita di Dawkins (e in video si vede molto bene) quando Lennox afferma di credere davvero che Gesù è morto e poi risuscitato.
Su questo e altri argomenti Lennox lo ha spiazzato talmente tanto che poi sono seguiti altri colloqui più informali fra i due.

Lennox non ha avuto paura di mostrare chiaramente la follia del Vangelo, mostrando così anche la sua follia nel crederci...
Questo è quello che ha colpito maggiormente Dawkins: un uomo intellettualmente solido che afferma di credere nel Vangelo!
Il vangelo sembra debole ma è FORTE e noi siamo deboli, ma grazie al Vangelo e allo Spirito Santosiamo FORTI!
Lasciamoci usare da Lui!



Galati 4,21-31. Fecondazione spiritualmente assistita

Galati 4, 21-31
Attorno alla figura della mamma esiste in ogni cultura un ricco campionario di espressioni, credenze, ricorrenze, pregiudizi, o tradizioni: si afferma che di mamma ce n'è una sola, per dire che indipendentemente da come si comporta la mamma è sempre la mamma; si celebra la festa della mamma per ricordarla a scuola; gli italiani sono famosi per certo "mammismo" che oltralpe ha dato vita al luogo comune dell'italiano sempre attaccato alla mamma o della famiglia italiana con la mamma che ha sempre tanti figli - stereotipo ancora vivo in Francia, benché siamo attualmente uno degli stati con meno nascite per famiglia; e ancora proverbi, come quello che ci dice che: "Ogni scarrafone è bello a mamma sua!", per dire che il cuore di mamma vede bello anche un figlio orribile e via dicendo.
Anche Paolo nel discorso conclusivo della sua lunga argomentazione che oppone la FEDE alle OPERE DELLA LEGGE fa leva su questa figura cruciale di ogni cultura, la madre, la genitrice, colei che ci ha dato la vita. E quanto dice è molto forte perché, senza minimamente screditare la figura materna, rimette in discussione in modo critico un dato antropologicamente indiscutibile della maternità. La maternità è un dato biologico, ma da un punto di vista spirituale c'è più della biologia.
Il lungo discorso di Paolo non è sempre semplice da seguire perché i termini usati affondano nell'immaginario ebraico e nelle convenzioni usate dai rabbini del tempo di Paolo, ma tenteremo di addentrarci in questo testo, per altro molto ricco.
Appello. Prima ancora di cominciare il suo ragionamento Paolo apostrofa i suoi interlocutori: "voi che volete essere sotto la legge". Vale la pena ricordare che non si tratta qui soltanto di quei personaggi infiltratisi tra le chiese dei galati nell'intento di rimettere in piedi la legge di Mosè nelle chiese cristiane, tentando quindi un sincretismo curioso tra circoncisione e croce; si tratta di un appello a tutti coloro che tentano di aggiungere qualcosa alla sola fede, inventando un qualche meccanismo di giustificazione davanti a Dio, diverso dal credere che Gesù ha pagato per ognuno di noi sulla croce.
L'episodio di Sarah ed Agar. Trattandosi di un discorso in primis rivolto a degli ebrei convertiti al cristianesimo che tentano di ripristinare alcuni elementi della religione giudaica che secondo Paolo non hanno più ragion d'essere, le immagini ed il linguaggio usati affondano nell'Antico Testamento. Paolo ricorda dunque l'episodio dei due figli di Abramo: uno, Ismaele, figlio di Agar, serva di Sarah e mandata esplicitamente da Abramo da Sara stessa, sterile, per concepire. L'altro Isacco, figlio di Sara, concepito da Sara che era sterile ed in vecchiaia. Agar ed Ismaele vengono allontanati dalla famiglia di Abramo perché Agar si era insuperbita una volta incinta del figlio, e perché anni dopo il figlio sembra aver schernito Isacco. E' importante sapere che per gli ebrei essere i veri discendenti di Abramo, e di Isacco era un motivo di forte orgoglio. Ricordiamo bene di quei giudei che nel vangelo di Giovanni (8) rispondevano a Gesù che li accusava di essere schiavi del peccato : "Noi non siamo mai stati schiavi di nessuno, Noi abbiamo Abramo come padre!", e che pensavano che questo li rendesse di per sé liberi. Paolo vuole distruggere questo loro vanto di tipo biologico, genealogico con un argomento molto forte: la genealogia non conta niente, perché non tutti i figli sono i figli della promessa! Seguiamo il suo ragionamento:
1. Due madri diverse. 23-24
Il primo elemento che differenzia Sara ed Agar è il loro statuto: la prima è libera, è la moglie del patriarca, la seconda è la servitrice di Sara. Questa differenza di statuto fa sì che anche i loro figli saranno o servi o liberi a seconda da chi nascono. Sono anche diverse per il modo in cui partoriscono: Agar partorisce in modo assolutamente naturale: viene messa incinta da Abramo e poi partorisce. Sara anche partorisce naturalmente, tuttavia la sua fecondazione ha qualcosa di miracoloso, qualcosa che in qualche modo anticipa già la nascita di Gesù: partorisce in modo quasi soprannaturale, in virtù di una promessa fatta ad Abramo: potremmo ironicamente chiamare questa fecondazione "spiritualmente assistita", nel senso che al processo perfettamente naturale della fecondazione si affianca l'assistenza dello spirito ad una donna anziana e sterile che non aveva mai concepito.
Ecco dunque il primo colpo sferrato da Paolo contro l'orgoglio giudaizzante: credete di essere figli di Abramo e di Isacco, ma non è così, perché invece di credere per fede che Dio genera figli spiritualmente, promettendo, vi attaccate alla biologia, alla genealogia. Ed essere figli di qualcuno non vi serve a niente. Essere figli di qualcuno serve molto nei paesi corrotti per trovare lavoro, per farsi aprire le porte del potere e sistemarsi. Ma nel mondo dello spirito non conta di chi si è figli, non conta la discendenza, conta solo il rapporto che abbiamo con Dio in virtù delle sue promesse.
Come evangelici abbiamo anche noi dei padri spirituali di cui possiamo essere più o meno fieri. Ammiriamo la Riforma protestante, i personaggi che l'hanno animata e nel corso degli anni tutti quegli uomini e quelle donne di Dio che hanno lavorato per il suo regno in modo tenace ed esemplare. La domenica vicina al 31 ottobre a me piace ricordare l'episodio dell'affissione (leggendaria o reale che sia) dell'affissione delle 95 tesi sulla cattedrale di Wittemberg. Ma guardiamoci dal farne un vanto, un motivo di fierezza per cui basterebbe rivendicare la paternità riformata per sentirsi a posto davanti a Dio, perché cadremmo nello stesso errore dei sovvertitori dei Galati. A loro Paolo dice che sono figli di Agar, che sono schiavi delle loro tradizioni e che quindi non sono più figli di Abramo secondo Isacco, ma lo sono solo secondo Ismaele... Non sono rigenerati, sono semplicemente generati geneticamente. A noi potrebbe dire la stessa cosa se l'attaccamento alle figure storiche di riferimento dovesse diventare un vanto.
Lo stesso si potrebbe dire nelle famiglie che sono credenti da più generazioni: ringrazino per la benedizione della continuità della fede, ma non diano mai niente per scontato! Perché non è per educazione e discendenza diretta che si diventa cristiani: si diventa cristiani per mezzo della promessa, rivolta ad Abramo e realizzata in Cristo! Che siamo nati naturalmente o meno, ci deve essere chiaro che nella vita dello Spirito necessitiamo tutti di quella fecondazione assistita dallo Spirito che solo Cristo, con il suo Spirito garantisce. E per questa non c'è bisogno di fare viaggi all'estero, essendo in Italia proibita, basta rivolgersi direttamente a Dio, ovunque ci si trovi!
2. Il piano allegorico: due patti. 24-28
Queste due donne non sono diverse solo sul piano dello statuto civile e nel modo in cui procreano, ma anche sul piano allegorico, poiché rappresentano due patti: Agar rappresenta l'antico Patto legato al monte Sinai in Arabia, e gli abitanti dell'Arabia erano noti al tempo come figli di Agar. Paradossalmente la Gerusalemme terrena è legata a questo monte ed a Agar, perché rifarsi alla Gerusalemme terrena come emblema dell'ebraismo della Legge, e come motivo di orgoglio dell'identità giudaica significa voler rimanere schiavi della legge. Dico paradossalmente perché si pensa che siano i musulmani ad essere figli di Ismaele, mentre qui Paolo sostiene che sul piano allegorico chiunque non riconosce Cristo, in cui tutte le promesse rivolte all'Israele terreno sono realizzate, è allegoricamente figlio di Ismaele... Di nuovo, la genealogia, la biologia non contano niente! Non è che essendo figli di qualcuno si eredità la sua salvezza!
C'è quindi un altro patto, che è quello di Sara, che allegoricamente rappresenta la Gerusalemme celeste, che unisce cristiani ed ebrei convertiti. E Paolo cita qui Isaia 54, in un passo che fa riferimento al ritorno dall'esilio babilonese, promettendo che il popolo tornerà ad essere fecondo e numeroso. Paolo rovescia dunque completamente la comprensione letterale delle promesse, ed afferma che il fatto di essere ebreo per discendenza non conta niente, mentre tutto consiste nell'essere ebreo nel cuore, cioè cittadino della Gerusalemme celeste in cui si entra con la chiamata di Cristo. Questa Gerusalemme celeste è come una partoriente che per tempo è stata sterile, ma che ora genera figli con abbondanza.
Attualità. Credo sarebbe molto interessante oggi leggere questo testo nel bel mezzo dei territori di Israele e della Palestina, con il rischio magari di essere linciati: chissà cosa penserebbero oggi palestinesi ed ebrei che si fanno la guerra, di Paolo che li mette esattamente sullo stesso piano: ebrei come musulmani sono alla pari figli di Agar e di Ismaele! Ricordiamoci delle parole di Paolo in qualche capitolo fa: "non c'è più ne giudeo né greco", ed affianchiamole a queste parole che pongono la Gerusalemme terrena sotto la stessa categoria dei figli di Agar. Le promesse realizzate in Cristo ci fanno vedere dal grandezza del nuovo patto che è veramente universale, ed universalizzabile. Annullare le distinzioni etniche dicendo che sono vane davanti a Dio, e dire che l'unica cosa che conta è incontrare questo Dio, è un'operazione di una portata straordinaria che rivoluziona il giudaismo del tempo e che gli fa fare il salto da religione a fede.
3. Persecuzione. 28-31
Chi ha letto la Genesi ricorda che i rapporti tra Ismaele ed Isacco non erano buoni, perché sembra che il primo schernì il secondo, motivo per cui furono cacciati lui e la madre. Paolo, perseguitato per il vangelo che sta annunciando, e perseguitato per mano ebrea, fa notare come questa lotta atavica continui fino al suo tempo. La lettura del libro degli Atti ci ha fatto vedere come Paolo ha incontrato persecuzioni durante i suoi viaggi da parte dei suoi fratelli ebrei. Cosa dice dunque: cita il passo della Genesi che dice: "Manda via la schiava" (Gn 21,10). Con questo non conclude che quindi si debba fare guerra ai figli della schiava, anzi, vediamo che nella pratica Paolo ha continuato ad ad andare a parlare nelle diverse sinagoghe per annunciare il messia, ma che è opportuno mandare via allegoricamente ogni istanza che tenta di ridurre in schiavitù chi ha gustato la libertà in Cristo.
Oggi forse non ci esprimeremmo con le stesse parole di Paolo, visto che la persecuzione degli ebrei nel corso della storia ha dominato, per quanto una rapida disamina del web mi ha fatto scoprire che esistono persecuzioni delle minoranze cristiane in Israele anche oggi, tali per cui esiste anche una risoluzione del Parlamento Europeo in materia. Tuttavia credo che il problema non sia più da porre in termini etnici. Paolo è stato perseguitato perché ha sconvolto un sistema religioso, che portava a gonfiare l'orgoglio umano e a confidare nelle opere. Oggi, attaccare i credi religiosi che riducono l'individuo in schiavitù può ugualmente produrre persecuzione. E' per questo che preghiamo spesso per la chiesa perseguitata. Se l'allegoria di Paolo ha un senso, questa significa proprio che i figli della schiava, di ogni nazione, di ogni etnia e di ogni credo, tendono a perseguitare quelli della libera, perché c'è un'opposizione radicale tra chi accetta Cristo come Signore della propria vita e chi non lo accetta. A volte si traduce in guerra e persecuzione, come nei molti paesi che perseguitano i cristiani (Korea del Nord, Iran, Afghanistan, Pakistan, Nigeria tra le prime, ma con molti altri). A volte è semplicemente scherno e screditamento della fede. Per noi rimane un monito: quando non siamo affatto perseguitati e quindo nel mondo in cui siamo tutto fila liscio, probabilmente abbiamo abbandonato quel messaggio radicale e critico che Paolo portava senza mezze parole. Se vogliamo veramente essere i figli di Sara dobbiamo accettare anche la persecuzione e lo scherno che Sara visse.