domenica 3 novembre 2013


Esodo 10-11: Contro la creazione

22 settembre 2013 alle ore 19.22
Con questa lettura si conclude il ciclo delle piaghe preparatorie all'uscita degli ebrei dall'Egitto, ed alcuni tempi portanti raggiungono il culmine. Mi pare che quello che accomuna queste tre piaghe finali sia proprio il fatto di portare a termine dei motivi che ritroviamo lungo tutto il ciclo delle piaghe. Il faraone è ormai alla fine della sua resistenza e si trova contro i suoi stessi servitori; gli ebrei sperimentano sempre di più la protezione del Signore nel bel mezzo della sofferenza più cruda; le piaghe diventano sempre più totalizzanti e dolorose. Nonostante ciò il cuore del faraone non si piega.
Che cosa possono dirci queste tre catastrofi?

1. La teologia della creazione negata dal faraone.
Sin dall'inizio abbiamo messo in evidenza il rapporto forte esistente tra Genesi ed Esodo. L'esodo inizia narrando la fedeltà del Dio che ha creato e che continua a proteggere i figli di Israele che diventano popolo. Il faraone, che faraone è un dittatore spietato, commette una serie di atti che sono contrari alla creazione: ha paura del moltiplicarsi degli ebrei, quindi teme proprio le promesse realizzate della creazione, e per fare questo stermina i primogeniti, opprime i suoi servitori e si crede un dio in terra, pensando di essere lui il creatore. Porta quindi attentato alla creazione e Dio in modo "ipernaturale" più che soprannaturale, lo punisce: moltiplicando esponenzialmente l'energia della delle diverse forze del creato, con insetti, malattie ed altro. In queste ultime tre piaghe i motivi che sembra portare alla negazione della creazione, come punizione contro faraone, raggiungono un punto apicale: al v. 15 ci viene quindi detto che le cavallette coprirono la superficie del paese, divorarono tutta l'erba, tutti i frutti e che non rimase nulla di verde né sugli alberi né sulle erbe. Questa descrizione ci rimanda a quella che troviamo all'inizio della Genesi, nel terzo giorno, della creazione della vegetazione, ed è proprio specularmente opposta. In seguito, la piaga delle tenebre ci rimanda alla negazione del primo giorno, quando Dio creò la luce, con una forte tendenza verso il caos buio primordiale. Infine, la piaga che colpisce i primogeniti è simmetrica a quella che il faraone voleva infliggere ai figli di Israele, negando loro la vita.
Faraone uccide la vita e la meraviglia della creazione, ma proprio la forza presente nella creazione gli si riversa contro ed uccide la sua vita.
Mi viene da pensare che l'epoca in cui viviamo noi, il XXI secolo, per lo meno in questi suoi primi 13 anni, ha dei tratti profondamente anticreazionali che preoccupano. Penso alla crisi: una crisi che uccide soprattutto il lavoro, attività fondamentale nel mondo della creazione, e che toglie speranze soprattutto ai giovani. Penso alla crisi delle famiglie, altro istituto voluto durante la creazione e alla difficoltà anche economica di costruire una famiglia. Penso anche alla confusione di generi, che senza voler entrare in una lunga polemica disorienta molti giovani e viene gestita male, producendo o frustrazioni o compromessi. Ovviamente è difficile in tutto ciò trovare un faraone, un responsabile unico, perché si tratta di un intero sistema che ha molti capi, molti ideologi e che sembra più una rete che non una piramide. Credo che la lettura di come finisce la storia delle piaghe, senza pensare a paralleli immediati nei metodi, sia quella di una vittoria finale di Dio proprio laddove le istanze creazionali vengono negate. Non intendo dire banalmente che alla fine il male trionfa, ma che attraverso molte sofferenze l'ultima parola della storia rimane a Dio. A questa certezza, come credenti, ci aggrappiamo con forza e la gridiamo ad alta voce.

2. Il grido di dolore e gli innocenti.
Il male dunque avanza e raggiunge punte estreme in queste ultime piaghe. C'è però un fatto che mi pare particolarmente significativo, ma anche problematico. Ed è il grido di dolore che si solleva dall'Egitto per la morte dei primogeniti. E' una punizione violenta, efferata, che colpisce anche il bestiame, ma soprattutto che colpisce degli innocenti... I primogeniti sono bambini, o comunque anche bambini. Come è possibile coinvolgere loro che apparentemente non c'entrano niente? Proprio il fatto che gli innocenti vengano toccati ci aiuta a capire la natura perversa del male. Il male è tale proprio perché implica dei terzi innocenti. Immaginiamo un mondo in cui ognuno quando fa il male, lo fa solo a sé, o al suo Dio, ma mai agli altri. Sicuramente sarebbe un male minore. Ma il male ha proprio questo paradosso: il fatto che siamo liberi di fare il male significa proprio che degli innocenti vengono coinvolti nel nostro male. Ed il responsabile ultimo di questo sterminio non è Dio, ma faraone che continua ad indurirsi e ad infierire sugli ebrei, provocando un male sempre più ampio.
Ne traggo una semplice lezione che mi fa stare molto attento ai miei passi. Quando faccio qualcosa di sbagliato di male, a partire dalla violazione del codice della strada, al non pagare le tasse sino alla liberazione degli istinti peggiori di rivalsa, orgoglio o invidia, coinvolgo sempre degli innocenti in un processo che potrebbe essere per loro fatale. Fuggiamo dunque il male, non solo per noi, ma per le inevitabili ripercussioni che ha attorno a sé.

3. Il cambiamento di opinione.
C'è un dato curioso in questi due capitoli: un primo fatto è che i servitori egiziani del faraone, dopo le numerose piaghe, forse anche solo per opportunismo, consigliano il loro re di lasciare partire in pace questi ebrei per fare i loro sacrifici. Faraone accetta, poi ritratta, poi li vorrebbe lasciare solo in parte, senza bambini, senza bestiame ecc. Più avanti (11,3) ci viene detto che gli ebrei ottengono il favore degli egiziani, dei servitori di faraone e che Mosè era tenuto in alta considerazione dal popolo. Certo che il popolo rimane colpevole di non essersi ribellato al suo re, ma è interessante vedere che cambiare idea era possibile, nonostante il regime assolutista in cui questo popolo viveva e nonostante vedesse nel faraone un Dio in terra.
Questo elemento ci fa capire che le piaghe a qualcosa sono servite. A forza di cascare la goccia scava, e se il cuore del capo rimane indurito, ed anzi si indurisce progressivamente, i suoi servitori cambiano idea. Il male, nel mondo segnato dal peccato, cioè dalla scelta umana di vivere in modo autonomo - ancora una volta opzione contraria all'armonia originaria della creazione - è inevitabilmente presente, ma Dio può servirsene per rivelare la sua grandezza. All'inizio del capitolo 10 c'è un passo significativo (10,2) che dice che i segni fatti da Dio verranno raccontati ai figli di Israele, che conosceranno la sua grandezza. Pare brutto a dirsi, ma anche la punizione del male è un segno della potenza di Dio, e forse in molti casi vorremmo vederla dispiegata oggi per punire altri dittatori, ed oppressori di popoli. Forse oggi ci poniamo un problema diverso ed opposto, cioè perché non ci sono sempre piaghe nei confronti di dittatori malvagi che rovinano i loro popoli. Non abbiamo risposta a questo quesito, ma anche qui abbiamo una speranza: le mentalità possono cambiare, il cuore delle persone può cambiare, i più ferventi sostenitori di una dittatura possono cambiare idea. Ancora una volta osserviamo che con mezzi diversi Dio è Signore della storia e che anche il male che accade può portare, nei casi in cui porta a vedere le conseguenze di un'azione, gloria a lui.

Esodo 9

15 settembre 2013 alle ore 17.45 
Il libro dell'Esodo ha numerosi elementi di grande attualità, primo tra tutti quello della libertà. Ma non si ferma a questo: i racconti delle piaghe, di cui abbiamo già visto molto, ci fanno riflettere sul rapporto uomo/ambiente che è forse uno dei maggiori motivi di discussione del nostro tempo. Certamente non è l'ambiente che è in vista per l'autore biblico, ma le implicazioni di questi racconti arrivano fino a noi per farci pensare.
La prima di queste tre piaghe riguarda ancora degli animali, ma diversamente dagli animali precedenti (rane, mosche e zanzare che non sono direttamente utili, né piacevoli) si tratta di bestiame, cioè di fonte di nutrimento ed energia per la società di quel tempo e colpirlo significa paralizzare un paese. Si accentua la protezione che l'Eterno provvede per gli ebrei il cui bestiame non muore; cosa che significa che gli egiziani saranno costretti a mendicare aiuto dai loro sudditi.
La seconda piaga riguarda un elemento vitale come l'aria, interamente inquinata da questa polvere che provoca ulceri, che aggravano la malattia del bestiame oltre che delle persone. Fa pensare alle nostre polveri sottili che neppure vediamo - Lucca sembra essere la seconda città in Italia per inquinamento da polveri sottili - e che sembrano essere potenziale fonte di tumori. Neppure i maghi di faraone riescono a bloccarla, cosa che dovrà spingere ulteriormente faraone a chiedere il soccorso di Mosè.
Infine una grandine spaventosa, quasi soprannaturale perché è mista a fuoco e mirata in modo ancora più deciso su faraone: "manderò tutte le mie piaghe sul tuo cuore!" (9:14). Il senso di questa piaga viene esplicitamente spiegato: serve a convincere faraone che non c'è nessuno pari al Signore, che lui potrebbe tranquillamente essere spazzato via ma che ha ancora possibilità di ravvedersi. Il faraone sembra aver capito e pentirsi. E invece no, alla fine fa di nuovo marcia indietro.


Mi colpiscono tre aspetti di queste piaghe.


1. Le piaghe oggi ce le cerchiamo.
Mi colpisce pensare che questi cataclismi che colpiscono l'ambiente in modo significativo, rendendo la vita impossibile e preannunciando catastrofi ancora più gravi, come sarà lo sterminio degli egiziani nel mare rosso, erano in fondo delle punizioni mandate da Dio agli egiziani, e sono determinati da un'irruzione di Dio nella natura: sono soprannaturali, miracolose. Noi oggi, nel male, riusciamo tristemente a fare meglio di Dio... Inquiniamo, sporchiamo e roviniamo il pianeta che Dio ci ha dato, con effetti che alla lunga possono diventare simili a quelli delle piaghe che Dio manda a faraone per punirlo. Non so se questa nostra lentezza nel capire le cose, questi effetti collaterali del progresso di cui siamo umanamente orgogliosi, venga punito da Dio con le piaghe che ne conseguono... Fatto sta che come essere umani dovremmo riflettere: riusciamo a farci del male anche laddove Dio non ci punisce esplicitamente.
Ogni credente ha una responsabilità nei confronti del creato. Se è pensabile che questo sia deturpato da Dio stesso nel momento in cui punisce un popolo, è assurdo che noi stessi lo roviniamo per pigrizia, noncuranza, o puro interesse economico.


2. Mosè resiste.
Il fatto che il cuore del faraone si indurisca, sia per conto suo sia perché il Signore stesso gli indurisce il cuore punendolo, è ripetuta tre volte in questo capitolo, e precisamente alla fine di ogni piaga. La stessa affermazione accompagnava la conclusione di altre precedenti piaghe e rispetto a questo continuo illudere e ritrattare di faraone mi colpisce la costanza di Mosè. E' vero che sa già che faraone avrebbe resistito, è vero anche che inizialmente si era scoraggiato e che poi è stato rialzato da Dio stesso (cap 6), ma il continuo far intravedere la luce della libertà per poi rioscurarla produce stress psicologico ed emotivo sia per Mosè che per tutto il popolo. Come non credere ad una persona che dice: "Questa volta io ho peccato: il Signore è giusto, mentre io e il mio popolo siamo colpevoli. Pregate il Signore perché cessino questi grandi tuoni e la grandine. Io vi lascerò andare e non sarete più trattenuti" (9, 27-28)?
Eppure Mosè, nonostante la continua frustrazione della speranza non si lascia scoraggiare. Perché? Perché Mosè ha preso sul serio la parola del Signore. Ha creduto fino in fondo e poco importa se la promessa tarda a realizzarsi. Per altro è consapevole di questo ritardo della promessa perché Dio gliel'ha detto.
Mosè che resiste è il nostro modello di resistenza. Dio non ha mai detto che il mondo in cui viviamo è fatto di bene e di felicità, ha detto piuttosto che è fatto di sofferenza e di menzogne. Ha però promesso che questo male un giorno cesserà per un suo intervento soprannaturale, ma nella storia, che metterà fine alla presenza era, instaurandone una nuova, che comincia con un giudizio e che continua in una vita in armonia con Lui. Mosè va avanti perché crede. Noi dobbiamo ugualmente andare avanti, credendo alla verità delle profezie bibliche: Dio c'è ed interviene!


3. Il tempo dell'opportunità.
Tra le cose che il Signore dice a Mosè per spiegargli come deve annunciare la piaga della grandine a faraone mi ha fulminato la seguente affermazione: "Se avessi steso la mia mano e avessi percosso di peste te e il tuo popolo, tu saresti stato sterminato dalla terra. Invece io ti ho lascito vivere per questo: per mostrarti la mia potenza e perché il mio nome sia proclamato su tutta la terra" (9,15-16).
Pur nel bel mezzo di queste piaghe faraone è oggetto della più prema grazia di Dio. Dio crea e distrugge, come vuole Lui e non abbiamo diritti davanti a Lui. Avrebbe potuto sterminare e punire un dittatore spietato che ha oppresso un popolo debole, che in passato aveva anche fatto la grandezza dell'Egitto. Invece di punirlo lo lascia in vita per fargli vedere la sua potenza.
Non solo! Durante la grandine, chi vuole può proteggersi: chi vuole può proteggersi in casa e si salverà. Ma molti snobbano la parola di Mosè e muoiono quando avrebbero potuto salvarsi.
Faraone non sa cogliere le opportunità che il Signore gli offre. Questo è un interrogativo per l'umanità di oggi: ci rendiamo conto che Dio potrebbe facilmente annientarci, levarci dalla faccia della terra, eppure lascia il mondo in vita e continua ad aspettare che la sua grazia sia recepita?
Anche a noi oggi viene tesa una mano: possiamo riparaci nella casa di Dio, per impedire che la grandine dell'incredulità, la grandine del pessimismo, la grandine del non senso ci copra facendoci perdere di vista la speranza di una vita liberata da D

Esodo 8

Rane, zanzare e mosche...

1 settembre 2013 alle ore 14.42

Riprendiamo i nostri incontri con un testo particolarmente adatto all'estate, visto che volge al termine e ci piacerebbe restarci dentro ancora un po': la Parola di Dio, stranamente, ci parla oggi di animale fastidiosi o riprovevoli come le rane, le zanzare e le mosche...
Sono infatti questi semplici animali che vengono usati come vere e proprie piaghe punitive nei confronti degli egiziani oppressori degli ebrei. A pensarci bene questo testo, oltre che ripugnante, è parecchio comico... Pensate un po' al ribrezzo o al fastidio di questa enormità di piccoli animali, di per sé piuttosto innocui, che provocano tanto male ad un popolo; probabilmente il senso che si vuole trasmettere va al di là del fastidio fisico e ci porta a pensare al carattere premonitore che questi segni hanno per gli egiziani. Valutiamo ognuna di queste piaghe per capire come esse possano parlarci ancora oggi.

1. Le rane che coprono: castigo e grandezza di Dio.
Tra le tre piaghe è forse la più comica e sarebbe divertente immaginare un quadro con questa scena ricca di rane che traboccano da tutte le parti. Quali sono le peculiarità di questa piaga? Intanto è significativo che un normale animale, né velenoso né nocivo per l'uomo diventi una minaccia. Anche le cose più normali, se moltiplicate all'infinito diventano nocive e dannose. E' il primo segno che i maghi riescono a ripetere, ma non riescono a fermare, per cui il faraone è costretto a chiedere l'intervento di Mosè per calmarlo. Mosè, e di conseguenza Dio, accetta di sottostare ai tempi decisi dal faraone, che chiede lo stop del fenomeno per "domani", e per quanto il fenomeno si arresti rimane uno strascico fastidioso: i cadaveri delle rane che inquinano il paese.
Credo che l'insegnamento centrale di questa piaga sia nella cecità di faraone che non riesce a vedere i segni premonitori che questa piaga implica. Faraone, come abbiamo visto, è vittima di un'allucinazione di potere, si sente un dio in terra capace di tutto. Sicuramente non sono animali semplici come le rane a fargli paura, e se così fosse la cosa susciterebbe il riso, ma non prevede che questi semplici animali riprodotti all'infinito potranno diventare un blocco per il paese interno; ugualmente non coglie il senso dell' "essere coperti". Analizzando questi passi dell'Esodo è opportuno tenere d'occhio le scelte lessicali fatte dal narratore che usa il verbo "coprire" (8:6"Le rane salirono e coprirono il paese) in questo passo e lo riusa più avanti nel passo fatale di Esodo 14, 28, in cui è detto che le acque "coprirono" gli egiziani. Il faraone non sa vedere che questo male ne annuncia uno peggiore, che significherà la morte di molti egiziani, e il suo errore sta nel non voler cedere alla richiesta di Mosè. Infatti il fine della piaga sta proprio nel far capire a Faraone che "non c'è nessuno pari al Signore". (8, 10). Ma per capire questa grandezza del Signore pagherà caro e farà pagare caro al suo popolo.
Osservando questa piaga mi viene da fare una considerazione: la piaga condiziona gli ebrei, ma anche gli egiziani. Sia l'invasione che i cadaveri delle rane sono un danno per entrambi i popoli. La differenza è lo sguardo che ognuno dei due popoli portano su questo male: gli ebrei come un male transitorio e punitivo controllato da Dio, gli egiziani come una sciagura. Questo ci può aiutare ad avere una comprensione diversa di alcuni mali che vediamo, imparando a pensare che comunque Dio è sovrano su questi mali. Forse le rane hanno ucciso anche qualche membro del popolo ebraico, ma quello che hanno in vista Mosè ed i suoi è più alto del semplice sguardo e questo li aiuta a resistere durante il flagello. Non voglio generalizzare e dire che qualunque sciagura che vediamo sia il dito punitore di Dio, ma semplicemente riflettere sul fatto che un male può avere un suo fine in base a come lo interpretiamo.

2. Le zanzare e la terra.

Le zanzare sono forse l'esperienza di fastidio più comune che proviamo durante l'estate. A meno che non siano portatrici di malaria non sono particolarmente pericolose, ma danno un gran fastidio.
Hanno, in questo passo, la particolarità di venire dalla terra e di presentarsi come uno sciame estremamente numeroso. Da come dice il testo sembra che non esista più polvere, terra instabile nel paese e che tutto questo sia divenuto zanzare. I maghi finalmente davanti a questo segno cedono e confessano che è il dito di Dio, ma faraone rimane sordo. E' un fatto curioso perché finora i maghi sono stati i consiglieri di faraone, coloro che gli fanno credere di essere comunque all'altezza di Mosè, di poter contendere con il Dio creatore del cielo e della terra. Ma qui proprio questi suoi consiglieri cedono e lui non li ascolta.
Il fatto che sia la terra a diventare zanzara ha una portata simbolica molto forte. La terra, un po' come erano l'acqua ed il sangue, è un simbolo di vita. Questo simbolo di vita viene trasformato in causa di grande fastidio, di vita sì, perché anche le zanzare sono esseri viventi, ma di vita fastidiosa, di vita non piena e continuamente tormentata. Il faraone questa volta si limita a non dare ascolto e non chiede niente a Mosè ed Aronne e piuttosto che dare loro ragione preferisce vivere con questo fastidio addosso.
Non possiamo nasconderci che anche la nostra vita conosce momenti simili. A livello di pianeta mi pare che l'esperienza della trasformazione della vita in morte sia esperienza comune di tutti noi. Certo il testo presente non ha certo preoccupazioni di tipo ecologista, tuttavia mi sorprende notare come è attento nel parlare delle conseguenze dell'ambiente sugli esseri umani. Noi, un po' come faraone, vediamo il nostro pianeta che viene progressivamente distrutto, proprio la terra, che potrebbe essere coltivata sparire e diventare minaccia di morte, un po' come queste zanzare, eppure facciamo come faraone: gli ecologisti troppo preoccupati vengono ignorati e chiamati catastrofisti. Faremmo forse bene a pensare quanto è rischioso lasciare che la nostra terra si trasformi a nostro scapito, facendo sì che ci produciamo da soli dei danni.
Peggio ancora quando questo si produce sul piano spirituale. Penso che la morale di questa piaga sia: stiamo attenti ai magi! Che significa? Mi pare che la nostra società occidentale, proprio come faraone, sia affetta da fortissima miopia spirituale e sia spesso sorda anche ai richiami dei suoi stessi profeti. Quanti giornalisti, filosofi, economisti che magari non hanno niente a che vedere con la fede cristiana dicono che questo mondo scricchiola, che è in "crisi"? La soluzione per il mondo non è interna, è esterna ed è in Dio. Non abbiamo una piaga delle zanzare, ma sia l'ambiente che l'economia, che la salute sono segni che ci devono spingere a pensa che questo mondo non è sufficiente a se stesso. Il faraone commette l'errore di credere questo, come ogni dittatore si sente autonomo e vive di un'illusione autoreferenziale: al di là del mondo c'è solo lui. I suoi profeti, i magi che non credono neppure in Dio, gli suggeriscono che quei segni sono il dito di Dio. E' la stessa cosa che dobbiamo pensare noi come società del 2013: la soluzione non è in un miglioramento dell'economia, della salute o della medicina, ma in un volgersi dei cuori a Dio, causa esterna ed ultima del mondo e di ognuno di noi.

3. Le mosche velenose, ma non per Israele.

Anche questo segno riguarda un animale. Questa volta ancora peggiore, perché velenoso e non solo fastidioso. Non sappiamo se siano vespe, tafani o le famose mosche tze zte, sta di fatto che questi animali producono un male ancora maggiore e viene detto che il paese ne fu devastato (24). Questa volta è Dio che parte in contro attacco, e fa annunciare al faraone la piaga prima ancora del suo rifiuto; il faraone cede ed inizia a concedere permessi che poi ritira. Addirittura chiede a Mosè di pregare per lui, anche se alla fine non si piega. Pare di vedere quelle storie di persone che prima di piegarsi a Dio devono passare per le sciagure peggiori, ma un ulteriore elemento rende questa piaga ulteriormente diversa dalle precedenti: con rane e zanzare non viene detto che il popolo di Israele sia preservato, mentre qui le mosche non toccano gli ebrei ritirati nel paese di Goschen.
Traggo un insegnamento importante rispetto a chi ha scelto la fede nella vita. Il male per chi crede è fastidioso, ma non fatale. I faraoni di questo mondo, che siano oppressori umani o malattie, o situazioni spiacevoli sul piano lavorativo o altro rattristano, affliggono, devastano, ma non uccidono. Gli ebrei sia ora che con il mare rosso saranno liberati, salvati e questo è ciò che Dio ci dice in questo passo. La morte non ha l'ultima parola, perché il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù. Chiunque si aggrappa a Cristo scegliendo di farlo signore della sua vita conoscerà piaghe fastidiose ma non certo la morte spirituale, e definitiva perché regnerà con Cristo nell'eternità. Non è un semplice contentino per chi sta soffrendo ma la base di speranza su cui fondiamo la nostra vita.
Ultimamente abbiamo pregato per i nostri fratelli in Egitto che in un momento di instabilità istituzionale subiscono vessazioni e maltrattamenti da parte degli integralisti islamici. Siamo sempre in Egitto e molte cose sono cambiate, ma rimane il fatto che una minoranza viene perseguitata da una maggioranza per questioni di fede. Ebbene, la speranza per questi fratelli e che esiste un Goscen spirituale che li preserva dalla morte definitiva, anche se vengono uccisi, se le loro chiese vengono distrutte e se la loro vita è in pericolo. Perché Cristo è venuto per dare la vera vita, che il paese di Goscen non fa che anticipare.
Sentiamoci quindi parte di un Goscen spirituale in cui siamo protetti dal male.

Esodo 7. Contro la creazione

23 giugno 2013 alle ore 17.27
 

Punto della situazione: qual è il peccato di faraone
Facciamo un breve punto della situazione: ci troviamo in una fase del racconto importante, perché viene introdotta una nuova lunga sezione, quella delle piaghe. Vale la pena quindi ricordare il perché di queste piaghe, e in cosa consista esattamente il peccato di faraone. Dio non ce l'ha né con gli egiziani, né in particolare con i faraoni. Nel libro della Genesi Giuseppe trova rifugio presso l'Egitto e diventa amico del faraone di quel tempo con grosse benedizioni sia per l'Egitto che per i figli di Israele. Il libro dell'Esodo comincia sottolineando la realizzazione delle promesse fatte da Dio nel libro della Genesi: il popolo di è moltiplicato, è cresciuto. La creazione descritta nei primi capitoli è esplosa in una moltiplicazione che ha dato vita ad un popolo. Ma il presente faraone lo vuole annientare. Vorrebbe distruggere la creazione, agire come forza distruttrice. E' in questo il suo peccato. Possiamo allora dire che Dio si oppone a qualsiasi ideologia distruttrice della creazione, disumana in quanto contraria a quella vita che Dio stesso ha creato. Nei primi capitoli il faraone tenta infatti di bloccare la crescita di questo popolo, di sterminare i suoi primogeniti e di fermare quindi il procedere della creazione. Per questo è punito.


1. Parlare contro le forze distruttrici
Il capitolo comincia con un'affermazione teologicamente molto forte: "Io ti faccio come Dio per i faraone, ed Aronne sarà il tuo profeta". Non è poco da parte di Dio dire che un uomo sarà come un Dio, e che avrà dei profeti che parlano per bocca sua. In qualche misura è un anticipo dell'incarnazione che sarà completa in Cristo molti anni dopo, ma ci serve ad avvicinarci ad un'idea forte del libro dell'Esodo: Dio si avvicina all'uomo, entra in contatto con lui e lo rende più vicino a Dio. Quindi più uguale a Dio. Lo rende pienamente partecipe del suo piano. Dio potrebbe mandare direttamente le piaghe sull'Egitto, senza passare da questi numerosi dialoghi tra Mosè e Aronne con faraone, schiacciando così le forze anti-creazionali del faraone. Preferisce farlo implicando Mosè ed Aronne a partecipare al progetto di Dio, e dice chiaramente che agiscono come rappresentanti di Dio.
Se noi nella nostra società abbiamo la forza ed il coraggio di parlare contro quelle forze disgregatrici e disumane che agiscono nel nostro mondo, se diciamo di no alla pena di morte, se diciamo di no alla violenza e alla guerra, se ci alziamo in difesa di deboli ed oppressi è proprio perché sentiamo che queste forze agiscono contro un progetto divino ben preciso: fare crescere e moltiplicare la vita sulla terra, e poi farle conoscere chi è il vero Dio.
Nel nostro mondo esistono degli ambasciatori. Questi hanno il ruolo di rappresentare un intero paese agli occhi di un altro, quindi se l'ambasciatore della Turchia dice qualcosa alla stampa italiana, si fa portavoce della Turchia, di quel governo e di tutti i turchi. Forse ci sembra strano, ma Dio chiede a chi lo riconosce e vive per lui di essere suo rappresentante, e magari di mandare in giro anche qualche profeta per affermare la sua verità. Annunciamo allora il vangelo: contro le forze disgregatrici del mondo esiste la forza di Dio che ha creato il mondo, e ha dato suo figlio per lui per ri-generarlo una volta che questo si è allontanato da lui.


2. Parlare annunciando un giudizio
Indurimento divino ed umano 7,3 e 7,13 7, 22
Quando il male raggiunge il suo culmine Dio interviene in modo drastico. Abbiamo già parlato dell'indurimento che si produce nel cuore di faraone, ma ci torniamo. Interessante in questo capitolo osservare due aspetti. Dio dice al v. 3 che egli indurirà il cuore del faraone e che moltiplicherà segni e prodigi. Tuttavia, quando leggiamo il racconto notiamo ai vv. 13 e 22 che il cuore del faraone si indurì. Non viene detto che sia stato il Signore ad indurirlo, come invece accadrà più avanti. Possiamo allora dire che il faraone si indurisce da solo, con piena responsabilità e per colpa solo sua, e che Dio, proprio per questo suo indurimento accentua, incrementa questo indurimento perché la punizione che ne deriverà sia ancora più prolungata e incisiva. C'è un chiaro controllo di Dio su ogni situazione, ma una chiara responsabilità di ogni uomo nel fare il suo male individualmente.
Ci piacerebbe poter essere categorici e dire che tutto dipende da Dio o tutto da faraone. Ma non è così. Vediamo che il controllo divino è misto alla responsabilità umana e questo ci deve far capire bene due cose. Primo, che Dio non si accanisce contro nessuno in modo arbitrario. Secondo , che quando un essere umano si erge come sterminatore della vita, come forza contraria alla creazione che Dio ha voluto, prima o poi Dio interviene. Ci sono dittatori che hanno rovinato popoli, e che apparentemente continuano a farlo. Altri invece rovinano, come Gheddafi, Hitler, o Mussolini. Chissà cosa ne sara di Bashar El Assad. Ma è importante dare un messaggio di speranza: i distruttori della creazione non avranno l'ultima parola. Dio prima o poi interverrà. E non interverrà solo sul piano politico. Il peggio distruttore della vita che conosciamo è Satana, colui che la Bibbia inquadra come il nemico di Dio, colui che fa di tutto per allontanare dalla vera vita l'umanità. Se Mosè rappresenta DIo, il faraone in qualche modo rappresenta il maligno, il male distruttore. Il vangelo dell'Esodo sta nel dire che questo male sarà abbondantemente sconfitto. Con indurimenti di cui pagheranno le conseguenze tutti gli uomini. Ma non avrà l'ultima parola.


3. Il carattere premonitore dei segni e delle punizioni.
Veniamo ora ai segni veri e propri. In questo capitolo abbiamo un primo segno, quello del serpente, ed una prima piaga, che anticipa lo schema delle successive. E' importante notare il carattere premonitore e simbolico di entrambi. Il bastone che diventa serpente, dovrebbe servire a faraone a capire che gli inviati di Dio che hanno davanti hanno in mano la morte e la vita: il bastone simbolo di guida e correzione, diventa un serpente simbolo di morte. Ma il faraone si rifiuta di capire questo e fa ripetere lo stesso atto ai suoi maghi. Il fatto che i serpenti prodotti dai maghi vengano ingoiati da quello di Aronne non sta ad indicare la superiorità di questo, come se si trattasse di una guerra tra chi è più forte: anticipa un fatto ben più grave per gli egiziani: il verbo "inghiottire" è usato in seguito per parlare del mare rosso, che inghiotte gli egiziani. In altri termini: volete sterminare la creazione che Dio ha fatto? Sarete anche voi sterminati! Curioso anche l'episodio dell'acqua mutata in sangue, ed a suo modo paradossale: due simboli eminenti di vita, nel momento in cui si sovvertono le categorie creazionali diventano simboli di morte. Il sangue è vita quando circola nelle vene di alcuni esseri viventi, e l'acqua è vita quando può essere bevuta. Ma se tutto diventa sangue, c'è una sorta di impazzimento sregolato della natura, che non permette più la vita. In questo senso è ridicolo che i maghi egiziani facciano anche loro la stessa cosa, perché questo produce la loro stessa morte...
Questo impazzimento della natura, che noteremo soprattutto nelle altre piaghe ci deve far pensare al carattere premonitore di quello che accade nella natura e attraverso la natura, e a ciò che questo implica. Faccio un piccolo esempio. Siamo soliti pensare alla natura come qualcosa di bello, che contempliamo ed ammiriamo. Pensiamo però al terremoto che abbiamo sentito due giorni fa: è natura anche quella, non è altro che lo sfregare di rocce sotterranee... Pensiamo anche alle catastrofi ecologiche che hanno trasformato la natura, rendendo acque imbevibili, ed arie irrespirabili (proprio come le acque del Nilo in questo episodio). Stiamo rendendo il mondo proprio simile a questo Nilo imbevibile. E stiamo rendendo alcuni oggetti fisici, come le onde radio, simili a serpenti minacciosi che mettono a repentaglio la nostra vita... La sregolatezza della natura doveva far riflettere faraone, perché tutto quello che vedeva erano segni di una punizione sicura, se avesse continuato ad indurirsi , vietando agli ebrei di partire. Ma il modo in cui noi stiamo rovinando il mondo deve far riflettere anche noi, perché rischiamo ugualmente di farci del male. Il vangelo dell'Esodo quindi, se in primis ha una portata spirituale fondamentale, non scorda di parlarci anche della natura stessa. Certo, non nel senso in cui la intendiamo oggi: il problema del faraone non era quello dell'inquinamento. Ma lo spettacolo di una natura alterata che annuncia la morte è per lui un messaggio, e lo spettacolo analogo di una natura rovinata, senza che ci siano in questo piaghe divinamente mandate, deve fare pensare anche noi. Perché il rispetto dell'ambiente è anche rispetto di quella creazione che Dio ha fatto.

Esodo 6. Sei scoraggiato?

9 giugno 2013 alle ore 14.24
Esodo 6. Sei scoraggiato?

Capita a tutti di scoraggiarsi. Capita alle persone più determinate, ai grandi leader, agli uomini politici. Il passo che leggiamo oggi ci mostra Mosè, il leader che conduce Israele fuori dall'Egitto e a cui determinazione e tempra non mancano certamente, in un momento di scoraggiamento. La Bibbia non mette in scena degli invincibili, ma degli uomini a tutto tondo, capaci di forza, ma anche di debolezza e scoraggiamento.
Il testo comincia mostrandoci i motivi del fallimento della missione di Mosè, dovuti a una serie di cambiamenti rispetto ai primi capitoli del libro:
  • E cambiato Mosè, che dopo aver visto segni convincenti ed aver parlato con Dio ha perso l'entusiasmo iniziale
  • E' cambiato il popolo (v.7) che in seguito all'angoscia e alla durezza dei lavori non ha più fiducia. Le condizioni in cui si riceve la parola contano
  • E' cambiato il faraone: Mosè aveva sentito dire che "quelli che cercano la sua vita sono morti", ma questo faraone è della stessa specie...
  • Cambia il genere letterario: nel bel mezzo della narrazione viene inserita una genealogia che riprende le precedenti, ma che ha lo scopo di mostrare l'origine levita di Mosè e di Aronne. Questo probabilmente perché c'è stata una crisi di legittimità dei due leader, ulteriore cambiamento nel popolo. E' necessario quindi riaffermare la loro origine levita ed israelita, che legittimi la loro missione.


Per tutti questi motivi Mosè attraversa quella che potremmo chiamare una "crisi di vocazione": ha ricevuto da Dio una chiamata per un compito preciso, liberare gli ebrei dalla schiavitù egiziana, ha ricevuto una serie di promesse e fatto un primo tentativo ci convincimento di faraone, ma questo tentativo è fallito. Quindi è scoraggiamo e rimette in discussione la sua stessa vocazione. Ripete le stesse obiezioni che ha già opposto alla prima chiamata del Signore, e la paura di non essere capace a parlare e a convincere torna.
Chi di noi non ha conosciuto un momento simile? Chi non si è sentito spinto da Dio a fare qualcosa ed ha poi fatto marcia indietro al primo tentativo fallito? Non credo che tanti di noi si siano sentiti chiamati a far uscire intere popolazioni da territori occupati. Abbiamo però tutto preso piccoli impegni davanti al Signore: leggere di più la sua parola, studiarla in modo più profondo. Pregare di più, sentendosi coinvolti con Dio nella sua missione di evangelizzazione; essere più impegnati come cittadini, alla ricerca del bene della nostra città; essere più vicino a chi soffre, portandogli il sollievo del vangelo. E dopo i primi fallimenti ci siamo scoraggiati, proprio come Mosè davanti alla resistenza di faraone. Ascoltiamo allora le parole che Dio rivolge a Mosè.


1. Un Dio che ricorda
Il discorso di incoraggiamento di Dio comincia con una formula: "Io sono il Signore!" E' una formula di autorità che Dio usa per introdurre le sue promesse e che è seguito dal ricordo dei patriarchi. Dio ricorda a Mosè che fin dai suoi patriarchi Egli è stato fedele, e che la sua caratteristica è quella di essere un Dio del patto. Questo significa che i patti fatti vengono ricordati, e quindi Jahveh è un Dio che oltre ad essere adorato è un Dio che si impegna nei confronti dell'uomo. Lo ha fatto in passato e continua a farlo. Con una particolarità ulteriore: Mosè pur inserendosi nel solco dei padri viene a scoprire qualcosa in più dei padri! "Noi fui conosciuto col mio nome" (v.2). I padri in realtà chiamavano Dio Jahve, ma qui si intende che non conoscevano il senso profondo di quel nome, che è stato rivelato a Mosè. Il Dio che è indefinibile, che è quello che è, che fa esistere e che non può essere imprigionato nelle concezioni umane. Mosè è contemporaneamente meno dei padri, perché poggia sul patto che Dio ha fatto con loro, ma sa più dei padri.
E' molto bello pensare che ognuno di noi, con il suo rapporto personale con Dio, poggia su qualcosa di comunitario, che è ciò che i profeti e gli apostoli ci hanno trasmesso su Dio. Ma ognuno di noi sa anche un po' di più: oggi conosciamo la natura di Dio meglio di Mosè, che pure parlava a tu per tu con Dio. Attraverso Gesù abbiamo una nuova rivelazione ancora più ampia di chi è Dio. E' molto bello pensare che la nostra fede è al contempo comunitaria ed individuale e che Dio inserendoci in un corpo, quello di Cristo, ha poi delle parole speciali per ognuno di noi, che sono ogni volta nuove e di più rispetto a quello che si sapeva in passato. Questo è un forte incoraggiamento. Ho conosciuto chi è stato prima di te, e sono stato vivo per lui. Ma adesso sono vivo per te, e parlo direttamente con te. Questo è il modo in cui Dio comincia ad incoraggiare.


2. Un Dio che è...


Una volta che Dio ha parlato a Mosè, Mosè deve parlare agli ebrei, sempre cominciando con la formula solenne: "Io sono il Signore". Non è una semplice formula, ma la sottolineatura dell'importanza di quello che Dio promette. Il Signore dice a Mosè di fare presenti tre aspetti della sua azione, implicati tra di loro:
- Farò per voi degli atti concreti: sottrarre dai lavori, liberare e giudicare.
- Vi prenderò come mio popolo e sarò il vostro Dio.
- Voi conoscerete che io sono il Signore che ha fatto le cose al punto 1.
L'azione di Dio nei confronti dei suoi figli non è sempre uguale. Talvolta Dio si fa conoscere prima di AGIRE; qui invece l'ordine è inverso. Prima farà dei miracoli che portino a stupire e poi sarà riconosciuto, e questo è comprensibile visto quello che si dice del popolo, che è angosciato ed incapace di credere. La grande bontà di Dio sta nel sapersi adattare alla diversità umana per ricondurla a sé. Con questi ebrei non può ripartire parlando, deve agire. Quindi opere di liberazione, salvezza e giudizi potenti.
Questo però non rimane fine a se stesso. A Dio non interessa in sé la libertà di Israele, perché biblicamente la libertà in sé non esiste. Nessuno di noi è assolutamente libero e se veniamo liberati da una divinità, il faraone che si autodivinizza, caschiamo facilmente nelle mani di un'altra. L'unica libertà è quella di APPARTENERE al vero Dio, che libera da chi vuole privare di libertà.
Inoltre appartenere a Dio significa CONOSCERLO. Gli ebrei non vengono liberati da qualche forza superiore ed astratta che potremmo chiamare destino o forza della nazione stessa: vengono liberati da un Dio che si fa conoscere.
Dio opera così anche oggi, rivolgendosi con opere potenti direttamente a noi. Da questo consegue un senso di appartenenza ed una conoscenza diretta di questo Dio. Non è così semplice come può sembrare. Immaginiamo di essere malati e di aver bisogno di una liberazione dalla malattia. Potremmo prendere delle medicine che ci libereranno per poi stare bene. Queste non garantiscono che non ci riammaleremo più ma intanto ci sanano. Rimangono dei mezzi per farci stare bene, utili per un certo momento. Con Dio le cose sono molto diverse. Non veniamo liberati da un male tanto per stare meglio, come se Dio fosse un medico. Veniamo liberati da una condizione umana di inappagamento, sofferenza, separazione da lui, e quindi PECCATO, per diventare sua proprietà e riconquistare ciò per cui siamo fatti. E per vivere una vita che ce lo fa conoscere sempre di più. Questo è un pilastro dell'incoraggiamento. Dio ci libera da ciò che ha determinato il nostro scoraggiamento in modo definitivo, ma non ci lascia a noi stessi. Diventa nostro per noi e noi suoi. Questa è la pietra su cui costruire la vita, la missione e quant'altro.


3. Un Dio che fa agire.
Dio ricorda del suo patto ed è un Dio che libera, e si fa conoscere. Ma dopo aver fatto lui qualcosa, spinge a fare. Mosè una volta incoraggiato deve agire. Deve comunque ripartire, ri-tornare da faraone e ri-dire le stesse cose che ha già detto. Non importa se una prima volta ha fallito. C'è un proverbio che dice: c'è sempre una prima volta. Potremmo aggiungerne uno che dice: c'è sempre una SECONDA volta! Non scoraggiamoci ai primi tentativi. Dio dopo aver riconfortato Mosè gli rimette davanti gli stessi obiettivi e le stesse azioni che aveva comunicato all'inizio: parla ad Israele e parla a faraone. Non è cambiato niente dal punto di vista delle cose da fare, ma è cambiato molto per quel che riguarda il modo in cui vengono fatte. Un conto è andare avanti nell'incertezza, un conto è riprovare con la certezza dell'appoggio di Dio. Il Dio che ha permesso il primo fallimento è lo stesso che ora si dice consapevole di quel fallimento, che è nei suoi piani e che ora confida la stessa missione, con uno spirito rinnovato.
Che impegni abbiamo preso davanti al Signore? Di cosa ci siamo scoraggiati? Quanti piani e propositi abbiamo fallito? Il Signore ci chiama oggi a riprenderli, a rimetterli in gioco insieme a Lui, credendo che una seconda volta è possibile a Dio, e che le cose non accadono sempre immediatamente. AMEN:

Esodo 5. Chi servirai?

2 giugno 2013 alle ore 13.26
Il popolo di Israele è messo davanti ad un'alternativa di fondo: chi servire? Dio o faraone? Servire faraone significa sottostare ad una dittatura del lavoro spietata che garantisce tuttavia la pancia piena. Significa privazione totale della libertà, sofferenza fisica e sudditanza psichica: il male è la ribellione, la religione è una cosa inutile, contestare la crudeltà del sistema significa che la sua crudeltà aumenterà. In molte dittature, sia politiche che del lavoro, come la Cina di oggi, questa situazione è tuttora attuale.
Il popolo può allora servire Dio, facendo una festa e questo implica gioia, ma anche coraggio e sofferenza. Perché il male radicato nel sistema non si estirpa con un colpo di bacchetta, ma con altrettanta sofferenza e disponibilità al sacrificio. Il popolo dubita, e con esso anche Mosè, ma la risposta di Dio è che questo male fa parte della sua stessa risposta. Egli agirà.


Il capitolo 4 si è concluso nella gioia e nell'adorazione. Il popolo ha accolto l'invito di Mosè, lo riconosce come leader ed ha la sensazione che il Signore abbia ascoltato i suoi gemiti. Questo grande entusiasmo si stempera drasticamente nel capitolo 5 in cui, attraverso un percorso circolare di dialoghi tutto sembra naufragare. Mosè ed Aronne parlano a Faraone, faraone si rifiuta di ascoltare la loro richiesta e parla agli ispettori, che parlano ai sorveglianti i quali, infine, parlano al popolo. Il popolo, destinatario ultimo non dice niente e viene semplicemente sobbarcato di lavoro supplementare. Ma questo lavoro non piace agli ispettori che picchiano i sorveglianti, i quali si lamentano con Faraone, che nuovamente non ascolta il loro dolore e li rimprovera, e parlano quindi ad Aronne e Mosè. Così Mosè torna deluso dal Signore e la parola partita da Dio ha compiuto un ciclo completo, tornando a lui, ma apparentemente priva di efficacia.
Questo testo pone al popolo di Israele, due domande importanti che si implicano. La prima è: chi volete servire? La seconda è: quanto siete disposti a soffrire per servire Dio?
1. Chi volete servire?
Questo capitolo, apparentemente una semplice transizione verso le grandi opere di Dio attraverso le piaghe, e quindi l'effettiva uscita dall'Egitto, è in realtà una lucida descrizione di come opera la macchina del male. Ed in questo senso è paradigmatico di molti sistemi dittatoriali che nel mondo continuano ad esistere. Il faraone detiene il potere assoluto. Mosè ed Aronne gli si presentano con un modo di parlare simile a quello dei profeti dicendo: "Così dice il Signore..." ma a faraone questo non importa. Si considera l'unica autorità, e del resto effettivamente non conosce il Dio degli ebrei, né gli importa di conoscerlo, né di quello che farà. Vede però nella domanda di Mosè un pericolo per il suo sistema produttivo e per il suo benessere: quei mattoni serviranno a costruire palazzi sontuosi o comunque abitazioni che danno a vantaggio degli egiziani, non certo degli schiavi. Mentre prima temeva una sommossa di ebrei contro gli Egiziani, ora teme la mancanza di forza lavoro. Quindi semina il terrore, aumenta l'orario lavorativo riducendo quello degli egiziani cercando di far passare un messaggio chiaro: ribellarsi o chiedere riduzioni, congedi o ferie per motivi di fede, vi farà soffrire. E il messaggio passa! I sorveglianti alla fine accusano Mosè, non il faraone! La logica dittatoriale ha condizionato anche le vittime del sistema, che preferiscono il mantenimento del sistema piuttosto che la libertà di lodare il loro Dio.
E' quasi inutile sottolineare la grande attualità di questo passo. Proprio ieri leggevo un articolo su Repubblica on linehttp://www.repubblica.it/tecnologia/2013/06/01/news/schiavo_dell_hi-tech_muore_14_anni-60119116/?ref=HREA-1 che racconta di un operaio quattordicenne, che con un documento falso è riuscito ad entrare in una ditta che produce schede madri dei computer che noi usiamo ogni giorno, e che è morto per sovraccarico lavorativo. Perché quel giovane accettava? Perché le dittatura del lavoro in fondo danno pane, ed un minimo di garanzie di vita, basandosi sui bisogni primi delle vittime.
Del resto il passo non parla solo alle vittime delle dittature. Direi che parla in generale al nostro mondo che in alcuni casi oppone necessità produttive al primo posto, opponendole a necessità spirituali. Per faraone l'idea di festeggiare per Dio è una scusa, un pretesto per non lavorare. Mi preoccupa la pervasività oggi della necessità di lavoro in feste, in orari di apertura esagerati, non tanto perché queste abbiano una santità fine a se stessa, ma perché preservare spazi in cui fare attività non produttive, ma umanamente fondamentali, è vitale. La dittatura del lavoro e della produzione tenta di invadere la totalità della vita dei suoi sudditi, come le 12 ore di lavoro dell'operaio quattordicenne cinese mostrano. E mi preoccupa anche perché dietro questa mania di produzione, senza che ce ne rendiamo conto, ci sono delle vittime: gli oggetti che usiamo quotidianamente - vestiti, scarpe, computer, elettrodomestici - sono costruiti sulle vite di schiavi che vivono in condizioni simili a quelle messe in atto da faraone. Ed i cristiani, che ci possono fare? Possono parlare. Ed avere il coraggio di dire la loro, laddove possono. Scegliendo, laddove possibile, prodotti che danno qualche garanzia sui produttori - ed esistono certi label etici. Ma soprattutto dobbiamo chiederci nella nostra vita se in mezzo al mondo consumistico, ossessionato dal produrre non solo mattoni, ma beni di consumo a nastro se vogliamo solo partecipare a questo grande sabba della produzione, o anche ricercare lo spazio ed il tempo per lodare.


2. Quanto siete disposti a soffrire per servire Dio?
Potremmo dire che Mosè in un certo senso sapeva già che le cose non sarebbero andate lisce, anche se forse si aspettava un cammino meno accidentato. Dio gli aveva detto che avrebbe indurito il cuore di faraone ed ora ne apprezza i risultati. Tutto va avanti ed ognuno riceve una qualche parte di sofferenza. I sorveglianti degli ebrei vengono picchiati dagli ispettori. Si tratta di figure ambigue, probabilmente scese a compromessi con gli egiziani e sorvegliavano il loro stesso popolo. Il popolo soffre. Mosè ed Aronne anche soffrono, visto che vedono il loro progetto andare in fumo, ed i sorveglianti, quindi potenzialmente anche il popolo, sollevarsi contro di loro. Mosè ripensa sicuramente a quanto aveva subito 40 anni prima ed alla fuga in Madian conseguente. Soffre forse anche Dio stesso nel vedere Mosè, il suo servitore già scoraggiato davanti alla prima difficoltà. E le parole di Mosè accusano Dio in un modo deciso: "Perché hai fatto del male a questo popolo?" Il responsabile ultimo del male è Dio, secondo Mosè.
Questo forse ci fa capire un aspetto centrale, e letteralmente "cruciale" del male. Il male non si vince a semplici colpi di bacchetta magica. Dio, come già visto prima, permette a questo male di avanzare, e il primo moto di liberazione dal male è un moto di sofferenza. Costa sofferenza uscire dal male. Il sistema perverso messo in piedi da faraone non si cura in un secondo, c'è bisogno che anche le sue vittime si addossino una parte di questo male nel tentativo di uscirne. La promessa di Dio è chiara: "Ora vedrai quello che farà a faraone... " Dio agirà, ma prima della sua azione il male continua a dilagare; cominciano a smuoversi le acque, ed è forse il momento più doloroso.
Il male non si vince a colpi di bacchetta magica, ma di croce! Ma la croce non è indolore! La croce di Cristo, che vince interamente e radicalmente il male, è stata sofferenza. La croce di Cristo significa vittoria della vita sulla morte, spirituale oggi e materiale domani. Per noi è un trionfo, ma per Gesù è stata l'apoteosi del dolore.
Quanto siamo disposti a soffrire per la libertà di lodare? Potrà sembrare strano, ma se in questo passo gli ebrei stanno lottando per poter celebrare il loro culto, possiamo pensare a quanto oggi soffrono per guadagnare questa libertà. Nei nostri paesi è una meta in parte raggiunta, con ancora molto lavoro da fare per una laicità più giusta e forte. Ma quanto sangue versato, anche in Italia per raggiungere questo traguardo... Non è lontano il tempo in cui gli evangelici venivano perseguitati ed uccisi, visto che il fascismo ha dato il suo contributo.
Noi preghiamo spesso per la chiesa perseguitata, ma quanto siamo disposti noi a soffrire per la libertà di lodare?

Esodo 4. Uscire

26 maggio 2013 alle ore 17.12



1 Mosè rispose: «Ecco, non mi crederanno, non ascolteranno la mia voce, ma diranno: Non ti è apparso il Signore!». 2 Il Signore gli disse: «Che hai in mano?». Rispose: «Un bastone». 3 Riprese: «Gettalo a terra!». Lo gettò a terra e il bastone diventò un serpente, davanti al quale Mosè si mise a fuggire. 4 Il Signore disse a Mosè: «Stendi la mano e prendilo per la coda!». Stese la mano, lo prese e diventò di nuovo un bastone nella sua mano. 5 «Questo perché credano che ti è apparso il Signore, il Dio dei loro padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». 6 Il Signore gli disse ancora: «Introduci la mano nel seno!». Egli si mise in seno la mano e poi la ritirò: ecco la sua mano era diventata lebbrosa, bianca come la neve. 7 Egli disse: «Rimetti la mano nel seno!». Rimise in seno la mano e la tirò fuori: ecco era tornata come il resto della sua carne. 8 «Dunque se non ti credono e non ascoltano la voce del primo segno, crederanno alla voce del secondo! 9 Se non credono neppure a questi due segni e non ascolteranno la tua voce, allora prenderai acqua del Nilo e la verserai sulla terra asciutta: l'acqua che avrai presa dal Nilo diventerà sangue sulla terra asciutta».
10 Mosè disse al Signore: «Mio Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua». 11 Il Signore gli disse: «Chi ha dato una bocca all'uomo o chi lo rende muto o sordo, veggente o cieco? Non sono forse io, il Signore? 12 Ora va'! Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire». 13 Mosè disse: «Perdonami, Signore mio, manda chi vuoi mandare!». 14 Allora la collera del Signore si accese contro Mosè e gli disse: «Non vi è forse il tuo fratello Aronne, il levita? Io so che lui sa parlar bene. Anzi sta venendoti incontro. Ti vedrà e gioirà in cuor suo. 15 Tu gli parlerai e metterai sulla sua bocca le parole da dire e io sarò con te e con lui mentre parlate e vi suggerirò quello che dovrete fare. 16 Parlerà lui al popolo per te: allora egli sarà per te come bocca e tu farai per lui le veci di Dio. 17 Terrai in mano questo bastone, con il quale tu compirai i prodigi».
18 Mosè partì, tornò da Ietro suo suocero e gli disse: «Lascia che io parta e torni dai miei fratelli che sono in Egitto, per vedere se sono ancora vivi!». Ietro disse a Mosè: «Va' pure in pace!». 19 Il Signore disse a Mosè in Madian: «Va', torna in Egitto, perché sono morti quanti insidiavano la tua vita!». 20 Mosè prese la moglie e i figli, li fece salire sull'asino e tornò nel paese di Egitto. Mosè prese in mano anche il bastone di Dio.
21 Il Signore disse a Mosè: «Mentre tu parti per tornare in Egitto, sappi che tu compirai alla presenza del faraone tutti i prodigi che ti ho messi in mano; ma io indurirò il suo cuore ed egli non lascerà partire il mio popolo. 22 Allora tu dirai al faraone: Dice il Signore: Israele è il mio figlio primogenito. 23 Io ti avevo detto: lascia partire il mio figlio perché mi serva! Ma tu hai rifiutato di lasciarlo partire. Ecco io faccio morire il tuo figlio primogenito!».
24 Mentre si trovava in viaggio, nel luogo dove pernottava, il Signore gli venne contro e cercò di farlo morire. 25 Allora Zippora prese una selce tagliente, recise il prepuzio del figlio e con quello gli toccò i piedi e disse: «Tu sei per me uno sposo di sangue». 26 Allora si ritirò da lui. Essa aveva detto sposo di sangue a causa della circoncisione.
27 Il Signore disse ad Aronne: «Va' incontro a Mosè nel deserto!». Andò e lo incontrò al monte di Dio e lo baciò. 28 Mosè riferì ad Aronne tutte le parole con le quali il Signore lo aveva inviato e tutti i segni con i quali l'aveva accreditato.
29 Mosè e Aronne andarono e adunarono tutti gli anziani degli Israeliti. 30 Aronne parlò al popolo, riferendo tutte le parole che il Signore aveva dette a Mosè, e compì i segni davanti agli occhi del popolo. 31 Allora il popolo credette. Essi intesero che il Signore aveva visitato gli Israeliti e che aveva visto la loro afflizione; si inginocchiarono e si prostrarono.

1. Obiettare ancora.
Le obiezioni di Mosè non sono finite. Come già detto, non è facile partire per una missione lasciando quello che si è costruito. Mosè, da potenziale condottiero ed eroe nazionale per il salvataggio degli ebrei, si è contentato del suo lavoretto di pastore in terra straniera e l'idea di partire per tornare in Egitto lo spaventa. Quindi continua a recalcitrare.
Dopo le prime due obiezioni che riguardano l'identità di Dio e la sua identità, Mosè ne aggiunge altre tre. La prima riguarda la possibile incredulità degli ebrei, la seconda la sua incapacità di parlare e l'ultima non è propriamente un'obiezione, ma dimostra un'ulteriore esitazione che suscita la collera di Dio. Esaminiamole brevemente:
  • Se non ti crederanno ti darà dei segni. Sono segni straordinari, magici, miracolosi, che hanno un significato fondamentale: il bene, ma anche il male sono nelle mani di Mosè.
  • La mia bocca e la mia lingua sono pesanti. Quindi scarse capacità oratorie, o un difetto articolatorio, come la balbuzie. Ma chi ha fatto la bocca, chiede Dio retoricamente? Chi fa parlare e tacere se tutto è in mano di Dio?
  • Insomma, manda un po' chi vuoi mandare... Quest'ultima resistenza suscita la collera di Dio che indica in un uomo, Aronne, l'ultima risorsa.
  • Mosè accetta, tace e parte.
Mi colpiscono due cose in queste progressive obiezioni di Mosè.
1. Resistenza ai segni. Da un lato il rifiuto davanti ad un ordine divino nonostante la chiarezza della chiamata. Viene da pensare che i segni soprannaturali siano addirittura inutili rispetto all'incredulità umana. Uno dei luoghi comuni su Dio consiste nel dire che è difficile credere in un Dio che non si vede. Eppure mi sorprende vedere Mosè dubitare di un Dio che gli dà un ordine e che accompagna la sua presenza e le garanzie che accompagneranno l'esecuzione di questo ordine con dei segni soprannaturali. Viene da pensare che il cuore umano talvolta non si convince né grazie a segni o a garanzie particolari, ma ci vuole la "collera" di Dio, espressione che letteralmente in ebraico è: "il naso gli diventò rosso", per convincere un essere umano recalcitrante. E' un po' quello che succede ai bambini, che spesso cerchiamo di far ragionare in mille modi, ma che finiscono per obbedire solo davanti ad uno strillo. Ammettiamo che talvolta siamo come bambini che per obbedire ad una missione di Dio hanno bisogno di vedere questa collera che si accende, che ci induce un sano spavento capace di farci agire. A questo punto è molto bello vedere Mosè che tace, accetta e subito agisce di conseguenza. Non ha più da replicare, va dal suocero e decide di partire. Credo che in questo semplice atto di sottomissione, e accettazione Mosè abbia compiuto una profonda maturazione. Con Dio è giusto chiedere spiegazioni, ed è perfino giusto dire sinceramente quali sono le perplessità che ci fanno resistere. Un po' come le persone si conoscono solo dopo aver litigato almeno una volta, così Mosè conosce meglio Dio ora che ne ha visto oltre alla disponibilità anche la collera. In questo rapporto recalcitrante ma vero Mosè ha fatto un salto, è cresciuto ed è pronto per la sua missione.
2. Adattamento di Dio. Mi colpisce anche la pazienza e l'adattamento di Dio che progressivamente abbassa il tiro rendendolo più umano: alla prima obiezione promette segni; alla seconda garantisce che chi ha creato la bocca non potrà non essere con quella bocca. Ma alla fine arriva a garantirli la presenza di un altro uomo, visto che quello che garantisce Dio non gli basta. Il nostro Signore è un Dio paziente, che porta a fine i suoi piani. Ed in questo percorso di convincimento non si stanca di adattarsi all'uomo, pur rimanendo l'assoluto.


2. Tutto è in mano di Dio (21-23)
La conferma che ci sia stata una maturazione in Mosè la troviamo proprio in questi passi che seguono. Se finora il Signore ha dato delle garanzie adesso passa a mettere Mosè in guardia per la difficoltà della missione: non andrà tutto liscio perché faraone resisterà. Ci saranno scontri, minacce e altro, quindi non sarà un'impresa facile. Il paradosso sta nel fatto che Dio dice che sarà lui ad indurire il cuore del faraone. La missione di Mosè è liberare Israele dal faraone, ma Dio dice che egli stesso renderà complicata questa uscita. E' sempre difficile accettare che Dio sia nascosto anche dietro manifestazioni che noi riteniamo malvagie come lo strapotere di un re che schiavizza un popolo, soprattutto se questo Dio precisa che vuole liberare il popolo schiavo. Eppure la storia finisce con la sconfitta di faraone, quindi il male viene infine sconfitto.
Forse dobbiamo vedere in questo "indurimento" potremmo vedere un modo di Dio di lottare contro il male; gli permette di protrarsi, anzi lo aiuta ad incattivirsi, per poi permettere una sconfitta ancora più eclatante e duratura. Forse con questo vuole già anticipare agli ebrei, che nel deserto rimpiangeranno l'Egitto, quale fosse il potere oscuro nelle mani di cui si trovavano. Fatto sta che come credenti cogliamo l'insegnamento che anche nelle peggiori disgrazie il Signore è presente e finirà per avere la meglio. Nella settimana trascorsa abbiamo visto numerose forme di "male" all'opera. Abbiamo visto un tornado devastare un paese nel Minnesota; due fondamentalisti islamici uccidere un soldato a Londra; i talebani commettere un attentato a Kabul; e sono solo atti che sono emersi alla superficie grazie ai media, e chissà quanti altri ne sono successi che non abbiamo visto. Dove è Dio? Sta indurendo qualcuno di questi personaggi? Sta indurendo le forze della natura? A Mosè Dio ha parlato esplicitamente ed egli può a buon diritto dire che è Dio ad indurire il cuore di faraone. Noi non possiamo sapere cosa Dio faccia esattamente nelle situazioni citate, ma sappiamo che è comunque il sovrano del mondo e che il male, che non lo vince, sarà alla fine da Lui sconfitto.

3. Sefora e la circoncisione (24-26)
Giungiamo ora al culumine dei paradossi. Mosè è pronto per la sua missione e parte per l'Egitto, ma gli capita però un fatto parecchio singolare, sicuramente uno dei passi più complicati della Bibbia, che sarà difficile spiegare completamente. Il Dio che l'ha preparato lo vuole adesso fare morire. Ha appena detto che farà morire il figlio di faraone, mentre adesso vuol fare morire Mosè. Ma tutto viene risolto da Sefora, che circoncide il figlio di Mosè.
Il testo non ci dà nessuna spiegazione esplicita, quindi ci limitiamo a delle ipotesi. Teniamo presente che questo episodio, nella struttura globale del libro dell'Esodo, corrisponde al capitolo 12, in cui si celebra la Pasqua. In quel capitolo il Signore annuncia che sterminerà i primogeniti degli egiziani ma risparmierà le case segnate dal sangue dell'agnello sugli stipiti. Il nostro passo racconta il ritorno in Egitto, mentre quello descrive l'uscita dall'Egitto. In entrambi i passi emergono questi elementi: una morte possibile provocata da Dio, il sangue e infine una protezione da questa minaccia attraverso lo stesso sangue. L'espressione di Sefora: "Tu sei per me uno sposo di sangue" non indica la consanguineità, ma il carattere sanguinario di Mosè, cosa che implica un rituale come quello della circoncisione. Cerchiamo di raccogliere dunque gli elementi. Forse Mosè, seppure liberatore ed in missione per volontà di Dio, è comunque un colpevole; ricordiamo di come avesse ucciso l'egiziano nascondendolo nella sabbia. Dio si serve di lui, ma non perché sia un "buono", categoria di uomini biblicamente inesistente, ma perché ha scelto di avere grazia verso di lui. Come a Pasqua il signore risparmierà gli ebrei dal flagello, così in questo caso risparmia Mosè, ma gli fa capire che anche lui è colpevole. Ed un rituale che implica la presenza del sangue, ricordando il sangue versato, ricorda anche a Mosè la sua imperfezione e bisogno della grazia.
Il mondo non è diviso in buoni e cattivi, ma è unito in una massa di uomini che hanno bisogno della grazia di Dio. E questa grazia non significa che Dio faccia finta che il male non esista anzi: il male c'è e combatterlo non è gratuito. Il sangue di vittime innocenti ricorda che c'è un prezzo che qualcuno paga. La circoncisione non è certo un sacrificio, ma per la presenza del sangue ricorda un sacrificio ed una sofferenza.
In conclusione di questo passo oscuro, non possiamo rilevare ancora una volta l'azione silenziosa ma determinante di Sefora, che come altre donne in questi primi capitoli dell'Esodo svolge un ruolo molto importante.
4. Adorazione.
Il ritorno in Egitto è esattamente speculare alla fuga. Per un'operazione guidata da Dio Mosè ed Aronne si incontrano. Gli anziani del popolo, da cui Mosè aveva dovuto fuggire alcuni anni prima, ora lo accolgono, e contrariamente a quello che Mosè aveva immaginato, credono ai suoi segni. Immagino che in questo ritrovamento possano esserci stati momenti di emozione, di gioia, probabilmente anche di chiarificazione e di riconciliazione, visto che Mosè era dovuto fuggire come assassino e che come eventuale liberatore era stato frainteso. Ma ci vengono riportate piuttosto due cose: Dio ha promesso dei segni e questi si realizzano; il popolo capisce che Dio ha veramente visto la loro afflizione e che è disposto ad intervenire. E quindi si mette ad adorare. Si inginocchia e si prostra, azioni di vera adorazione. E' la prima volta che nell'Esodo si dice che il popolo adora e credo che sia la miglior conclusione di questa prima sezione preparatoria. In fondo ogni azione in vista della liberazione umana ha come fine la gloria di Dio. L'Esodo potrà riuscire perché si comincia mettendo Dio al centro.
Davanti ad i nostri progetti di qualsiasi tipo, che siano di missione, di evangelizzazione, di aiuto sociale, di donazione, di semplice viaggio o di studio ricordiamoci questo imperativo: inginocchiarsi ad adorare è il punto di partenza e di arrivo di ogni cosa. AMEN