mercoledì 8 agosto 2012


Salmo 22, 1-2


1 Al direttore del coro. Su «Cerva dell'aurora». Salmo di Davide.
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito!
2 Dio mio, io grido di giorno, ma tu non rispondi,
e anche di notte, senza interruzione.


Siamo abituati a sentire le parole del Salmo 22 nella bocca di Gesù, quindi a pensarle come un dialogo interno alle divinità, le cui persone del padre  del figlio comunicano. O meglio, in cui il figlio tenta di comunicare con un padre che, apparentemente non sente. Tuttavia il Salmo è stato scritto molto prima che Gesù facesse sue quelle sue parole, ed è uno di quei salmi che esprimono il dramma di una persona che si sente abbandonata da Dio.
Di questa persona sappiamo veramente poco. L’intestazione del Salmo dice che è di Davide, ma sappiamo bene che le intestazioni non fanno parte del testo ispirato e che sono state aggiunte successivamente. Quindi non dobbiamo necessariamente pensare a Davide, ma ad una persona che prega e che sente dentro di sé questo sentimento di abbandono. Del resto, se anche fosse Davide, dovremmo capire a quale momento della vita del re il salmo si riferisce, e non sappiamo se era nei suoi alti, nel fiorire del suo regno e nel vivo delle benedizioni, oppure nei suoi bassi, dopo il peccato più noto di omicidio ed adulterio. Possiamo quindi dire che questo salmo è per chiunque si sente abbandonato da Dio. Decido di soffermarmi all’inizio del Salmo proprio perché voglio analizzare bene il senso di questa condizione di abbandono e le sue ragioni.
Che cosa significa che Dio abbandona qualcuno? Significa che una persona non sente più la presenza di Dio nella sua vita, che sente di perdere un riferimento centrale e determinante. Nel caso di Gesù, significa trovarsi da solo nelle mani degli uomini, per essere ucciso. In questo caso quindi non si tratta propriamente di una percezione, ma di una serie di fatti che parlano contro l’idea di un Dio pieno di amore e pronto a salvare. Gesù si è sentito abbandonato e trascurato da Dio.
Credo però che questa sensazione di abbandono possa essere avvertita a diversi livelli. Senza essere messe a morte, molte persone si sentono abbandonate da Dio. Perché hanno una vita mediocre, priva di sapore, o perché tutto gli va storto. Manca il lavoro, le relazioni affettive sono deludenti, non trovano uno scopo, e se sono credenti si chiedono se realmente Dio non li abbia abbandonati. Altri addirittura prendono la condizione in cui si trovano come una prova dell’abbandono di Dio, e magari anche della sua inesistenza. E c’è ancora di peggio: molti non si sentono neppure abbandonati da Dio, ma lo sentono talmente lontano che sono loro ad aver abbandonato l’idea che ci sia un Dio. Forse per questi Dio scriverà un salmo che dice: Figlio mio, figlio mio, perché mi hai abbandonato?
C’è un paradosso istruttivo in questo salmo: la condizione di chi crede e soffre come un disperato perché si sente abbandonato da Dio è migliore di quella di chi dorme sonni tranquilli credendo di poter abbandonare tranquillamente Dio. Questo salmo in effetti descrive una tappa cruciale della vita di fede da cui tutti i credenti devono passare: quella di sentirsi per un attimo distanti, abbandonati, lontani da Dio. Perché non si conosce la vera comunione con il padre se non si è avvertito anche il vuoto totale, la sua inesistenza. La fede passa anche da una sorta di ateismo preparatorio che fa avvertire l’orrore della vita senza la benefica presenza di Dio. Ben venga quindi il sentirsi abbandonati da Dio, visto che è quello che anche Gesù ha vissuto. Una fede cresce dopo aver provato la lontananza.


Perché ci si sente abbandonati da Dio? È importate notare che il salmo non dice che Dio ha abbandonato il salmista, ma che il salmista si sente abbandonato. Ho sottolineato che non sappiamo perché questo salmista si senta abbandonato, anche se ci descrive una situazione in cui è una vittima della cattiveria di altri. Ci sono casi, come quello di Gesù, in cui la situazione di abbandono non è una colpa, altri in cui lo è: ma il punto centrale è questo: Dio non abbandona nessuno. E Dio non è lontano da nessuno, nonostante alcune traduzioni dicano che è lontano. Possiamo percepirlo come tale per tanti motivi. Ma Dio è vicino, e se non lo sentiamo tale è perché qualcosa modifica la nostra percezione. Nel caso di Gesù è stata l’estrema sofferenza. In altri casi possono essere le nostre colpe, il nostro stile di vita che non mette Dio in conto, o circostanze avverse. La buona notizia di questo passo è che non è altro che una percezione del salmista. Il salmo stesso continuando finisce in gloria, e si conclude in urla di ringraziamento per la salvezza ottenuta. Vorrei che allora rileggessimo le parole che l’apostolo Paolo rivolse agli ateniesi: At2i 17, 26 Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l'ordine dei tempi e i confini del loro spazio,27 perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. 28 In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto:
Poiché di lui stirpe noi siamo.AMEN


giovedì 28 giugno 2012


LE LAMPADE (LEVITICO 24:1)

Levitico 24:1 Il Signore disse ancora a Mosè: 2 «Ordina agli Israeliti che ti portino olio puro di olive schiacciate per il candelabro, per tenere le lampade sempre accese. 3 Aronne lo preparerà nella tenda del convegno, fuori del velo che sta davanti alla testimonianza, perché le lampade ardano sempre, da sera a mattina, davanti al Signore. È una legge perenne, di generazione in generazione. 4 Egli le disporrà sul candelabro d'oro puro, perché ardano sempre davanti al Signore.

È probabilmente l’estate che sollecita tematiche relative alla luce e al vedere, ed il passo in cui mi sono imbattuto questa settimana, e che mi ha colpito, riguarda delle lampade. Mi ero scordato della presenza nel santuario di queste lampade che, lungi dall’essere semplici elementi decorativi, hanno una funzione simbolica molto importante, che analizzeremo. Del resto, la simbologia non solo della luce, ma proprio della lampada, che brucia qualcosa e che è fatta di fuoco, ha numerose eco sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, e vorrei metterne “in luce” (è il caso di dirlo) alcune. Questo testo non ci dice niente sul significato di queste lampade e si limita ad ordinare a Mosè di predisporle; possiamo quindi cercare di farci guidare dallo spirito per coglierne la possibile portata simbolica.

  1. La combustione perenne.
Più volte nel testo si sottolinea la necessità che la combustione di queste lampade debba essere continua. Devono essere “sempre accese”, devono “ardere sempre, da mattina a sera” ed è una legge “perenne da tramandare di generazione in generazione”. Sono simili alle torce della tomba al milite ignoto che troviamo nell’Altare della patria a Roma, che ugualmente tentano di tenere viva la memoria dei caduti per la patria. Ci sono diversi sensi possibili in questa continuità, ed il primo è sicuramente quello per cui la presenza divina si protrae nel tempo, che vedremo. Ma queste lampade che bruciano di continuo mi hanno fatto venire in mente un importante episodio dell’Antico Testamento, quello in cui Mosè vede un pruno bruciare senza consumarsi. Delle lampade che bruciano olio continuamente ci danno l’idea di un Dio che non si può fissare in un’immagine statica e definita, ma di un Dio che si muove, che si agita come una fiamma e che si può guardare senza però toccarlo o afferrarlo, a costo di bruciarsi. Se queste lampade rappresentano in qualche modo la presenza di Dio, ci presentano un Dio infinito che si manifesta di continuo, ma che non si finisce mai di conoscere. Ci piacerebbe bloccare Dio nella pagine di una summa teologica o nella nitidezza di un’immagine... Ma Dio, che non è indefinito, e che si fa conoscere, resta l’infinito. L’infinito che brucia e che accende il cuore, lo spirito, la mente di chi lo osserva. È un vero peccato che nelle chiese cattoliche si sia costruita una teologia mortuaria intorno alle candele, perché se dovessi scegliere una bella immagine da mettere in una chiesa, sarebbe proprio quella di un fuoco, di una torcia che dia l’ardore dell’infinità di Dio, e del continuo ardore che sprigiona. Avviciniamoci ogni giorno a Dio consapevoli che la sua conoscenza non si esaurisce, è infinita. Abbandoniamo le nostre idee preconfezionate su di lui, lasciamo che il fuco le bruci e che Dio ci si riveli in modi sempre nuovi. Perché se è vero che Dio non cambia, noi cambiato spesso, ed il modo in cui lui ci si rivela cambierà nel corso della vita.

  1. La luce della testimonianza.
Un noto passo del nuovo testamento, Matteo 5, 15-15, ricorda a chi vuol eseguire Gesù che i credenti sono la luce del mondo, e continua con la similitudine di una lampada che non può essere nascosta sotto un vaso, ma deve illuminare. La lezione che trasmette è che la vita di chi dice di credere deve essere luminosa, una fonte di luce che aiuta chi sta intorno a vedere e a trovare strade. Le lampade del santuario descritto nel libro del Levitico funzionano di continuo, ma la scansione temporale indicata è dalla sera fino alla mattina, quindi capiamo che servono ad illuminare la notte. Queste fiamme vive, simbolo della presenza del Dio infinito, illuminano continuamente le varie parti del santuario, la tenda di convegno ed il resto e ricordano all’ebreo che frequenta il tempio che Dio è là, capace di illuminare la sua vita. Gesù si è fatto egli stesso luce, ed ha trasmesso a chi crede in lui questa facoltà di illuminare il resto del mondo, proprio come quelle lampade che erano un segno per gli ebrei come anche per i popoli cananei circostanti.
Se Dio ci ha illuminati con la sua luce, se ci ha fatto bruciare con un fuco vivo, ecco che racconteremo di lui, della sua presenza della nostra vita, della sua luminosità. Ma questo ci deve fare interrogare di continuo sulla nostra “luminosità”. Che razza di lampade siamo? Lumicini a pochi watt che illuminano poco e abbassano la vista, o lampade forti, a 100 watt capaci di facilitare la vita di chi le usa? Cosa producono le nostre parole? Rabbia, opposizione, indifferenza? Se non riusciamo ad illuminare niente e nessuno, se ci trovano pedanti e bigotti, significa che non sappiamo illuminare, che forse pensiamo solo ad illuminare noi stessi, o a contemplare la nostra lampada, ma che la nostra luce è sotto un vaso. Certamente esistono persone che rifiutano la luce, ma se veramente non illuminiamo nessuno, un esame di coscienza va fatto. Forse scopriremo che pensiamo di essere luci, ma che non contempliamo abbastanza la luce, come i farisei che erano guide cieche di ciechi. Illuminare la vita degli altri non significa solo parlare del vangelo. Può voler dire poter essere un riferimento per chi è in crisi, una persona che ascolta, uno che semplicemente dà una mano nel bisogno. E che facendo queste buone opere, illumina la vita degli altri. Perché Gesù ha parlato di vite luminose più che di persone luminose. Cerchiamo allora di essere veramente lampade che illuminano, che non si scaricano e che mostrano nelle azioni quotidiane della vita di ogni giorno cosa sia una vita illuminata. Il nostro stile di vita può essere luminoso, o buio. Se scegliamo di vivere solo di divertimenti, di riempirci dei diversi beni che la società dei consumi ci mette davanti, correndo dietro le ultime offerte, o avendo come massimo ideale una bella casa, una bella famiglia ed una macchina veloce, è difficile che possiamo portare molta luce. La luce illumina, fa vedere cosa manca, e fa riflettere chi la guarda.
Pensiamo allora ancora alle lampade del santuario, che continuamente bruciano olio puro e danno luce a chi le guarda. Che lampade vogliamo essere? Far vedere Dio che nel santuario israelita si rivelava, o far vedere altro, cioè idoli? La risposta è nella nostra vita.

  1. L’olio puro.

La prima cosa che mi è venuta in mente quando ho letto il passo di queste lampade, che pure mi aveva colpito per la sua brevità, è stata che queste lampade dovevano costare molto care, e che bruciare tutto quell’olio sembrava quasi uno spreco. Nella nostra cultura l’olio d’oliva è talmente pregiato e caro che difficilmente si pensa a farne un uso combustibile, e questa preziosa e naturale risorsa ha lasciato il posto ad altri oli: al petrolio, alla benzina, all’alcool, decisamente meno cari oggi e ben più dannosi per l’ambiente. È comunque interessante vedere che nei passi in cui si parla delle lampade si sottolinea che il combustibile per queste lampade deve essere portato dagli israeliti e che deve essere puro. Non tagliato con oli meno pregiati e frutto del lavoro e della fatica degli uomini, che raccolgono, trasportano e pressano. In questa operazione di testimonianza, di rappresentazione di Dio il popolo è implicato e lo è in modo collettivo. Il libro del levitico, dal nome stesso è un libro che racchiude norme per i sacerdoti e per i leviti, cioè per i servitori del tempio, quindi per gli addetti del santuario, per così dire. Ma il popolo non è escluso dal suo mantenimento e tutto quel che riguarda il “materiale” che il santuario consuma, come cibi, animali ed olio in questo caso è il frutto del lavoro del popolo, che non è quindi staccato dal funzionamento del santuario. Se quindi vogliamo pienamente essere queste lampade, che trasmettono un’idea di Dio, che illuminano la vita degli altri, non possiamo non pensare attentamente all’olio che siamo disposti a dare al Signore. L’olio delle nostre risorse personali, dei nostri soldi, delle nostre case, del nostro tempo, dei nostri corpi. E non solo. Deve essere olio puro, non quell’olio che ci viene da surrogati. In altre parole, al Signore dobbiamo dare sistematicamente quello che ci chiede, non il resto di quello che ci avanza. Il meglio delle nostre capacità, il meglio della nostra vita.

Conclusione
Forse tanti di noi non si sentiranno all’altezza delle richieste fatte, tanti penseranno di non essere lampade adeguate. Ricordiamoci della bella immagine di Apocalisse 1, 20: Le chiese sono lampade, e per quanto le sette chiese descritte dall’apocalisse abbiano tutte un qualche difetto (eccedo una), il Signore non smette di tenere la lampada accesa e di servirsi di loro. Brilliamo quindi nella fiducia che noi possiamo al massimo alimentare il fuoco, posizionarlo meglio, proteggerlo dal vento: ma la combustione della fede è opera di Dio, e  Dio stesso la porta avanti in chi crede.


martedì 12 giugno 2012


I due discepoli sulla via di Emmaus – Dio nella quotidianità



Due discepoli sulla via di Emmaus: Dio nella quotidianita'. 

Luca 24:13-43
13 Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, 14 e conversavano di tutto quello che era accaduto.15 Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro.16 Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. 17 Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; 18 uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». 19 Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20 come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22 Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro23 e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24 Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l'hanno visto».
25 Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! 26 Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». 27 E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. 28 Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29 Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro.30 Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31 Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. 32 Ed essi si dissero l'un l'altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». 33 E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34 i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». 35 Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
36 Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 37 Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. 38 Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39 Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». 40 Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41 Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». 42 Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43 egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

Le donne sostengono che gli uomini, in casa, non ci vedano.... Chiedono continuamente: “Dov’è? Dov’è?”, cercando strumenti, cappotti, cappelli ed altro e spesso le cose che cercano sono davanti ad i loro occhi... Quindi le donne si chiedono spesso: “Mio marito è cretino, è cieco, è affetto da demenza senile o altro, visto che non vede le cose che ha davanti al naso?”. La risposta tuttavia è semplice: gli uomini non sono poi sempre cretini né ciechi, ed ovviamente parlo in difesa degli uomini, ma il problema è che presuppongono che le cose siano in un certo posto, e magari le donne le hanno spostate, e quindi se sono nel posto diverso da quello a cui pensano non le vedono, seppure il nervo ottico le vede perfettamente. Non le riconoscono. Possiamo quindi accusarli di essere non ciechi, ma distratti o forse un po’ ottusi, nel senso che non riescono ad uscire dagli schemi a cui sono abituati.
Il passo che abbiamo appena letto presenta una situazione che da un punto di vista diverso è tuttavia molto simile a quella appena presentata nelle coppi: non vediamo quello che abbiamo sotto gli occhi, oppure abbiamo gli occhi coperti da qualcosa che ci impedisce di vedere ciò che ci sta davanti. Nella vita spirituale, nel nostro rapporto con un Dio che ‘evidentemente’ non si vede, ci capita spessissimo di non vedere il suo lavoro dentro di noi, la sua azione spesso nascosta di cui non ci rendiamo conto. Osservando questi due discepoli potremmo forse capire perché siamo così spesso affetti da cecità spirituale.
1. Perché i discepoli sono miopi?
Prima ancora di dire perché questi discepoli sono miopi cerchiamo bene di capire chi abbiamo davanti, tanto per evitare di collocarci immediatamente su un piano di superiorità rispetto a loro e di liquidarli come due superficiali o increduli. In primo luogo si tratta di discepoli, termine che tecnicamente nei vangeli indica chi segue, chi cammina dietro un maestro itinerante come era Gesù. Hanno passato molto tempo con lui, e lo conoscono. Sono quindi dei testimoni oculari della sua esistenza sulla terra, rango privilegiato tra i personaggi del Nuovo Testamento, di cui ad esempio Paolo non fa parte; sono due ebrei istruiti nelle Scritture, visto che Gesù nella spiegazione fa riferimento alle scritture trattandole come un patrimonio di conoscenza condiviso; infine hanno vissuto gli eventi tragicidella morte di Gesù e sono sinceramente interessati da questo problema, visto che ne stanno parlando. Probabilmente sono anche delusi, e si chiedono cosa ne sarà di loro, ora che il maestro è venuto meno, ma sono sicuramente interessati. È vero che a volte è difficile vivere la storia ed esserne consapevoli, proprio perché quando si è troppo vicini a qualcosa si rischia di non riuscire a metterlo a fuoco. Sta di fatto che hanno tutte le caratteristiche per essere dei perfetti “God-detectors”, degli specialisti capaci di riconoscere Dio, eppure non lo vedono.
Per quale motivo non lo vedono? Rispondiamo con le parole che loro stessi usano per spiegare la loro delusione, al v. 21: “Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute”. Il motivo è che hanno deciso quale sarebbe stata l’azione di Dio, interpretando letteralmente una serie di profezie dell’Antico Testamento, e aspettandosi un regno materiale, fatto di quella carne e di quel sangue che non possono ereditare il regno di Dio...Loro, come tanti altri israeliti contemporanei di Gesù hanno concepito l’attesa messianica in termini politici; hanno aspettato un re liberatore, guerriero e capace di cacciare i romani dalla terra di Israele. Un Cristo, cioè un messia, un unto, che muore e dopo tre giorni è sempre morto non rientra nei loro schemi.
I credenti, nel corso dei venti secoli di storia che hanno seguito questo breve episodio, non hanno smesso di fare cose simili a quelle di questi discepoli. Si sono aspettati alcune cose da Dio, e quando non le hanno ricevuto ne sono rimasti delusi. Le forme più estreme di aspettativa potrebbero essere forse quelle millenarie, con relativi calcoli della fine del mondo, che finora non è accaduta nonostante gli infiniti tentativi di calcolarla: perfino i riformatori erano convinti di essere alla fine dei tempi e di trovare nel loro tempo le diverse figure dell’Apocalisse. Ed anche oggi molte chiese, seppure non precisano le date, sono estremamente certi di una serie di fatti che dovranno accadere, fanno film e scrivono libri che li illustrano, e probabilmente anche loro rimarranno delusi. Più semplicemente tanti di noi si scoraggiano facilmente perché si aspettano solo un Dio capace di raddrizzare i nostri problemi o di moltiplicare le nostre ricchezze. Le chiese che non crescono hanno mille motivi per scoraggiarsi, e potrebbero facilmente intristirsi guardando i la scarsità dei numeri delle diverse comunità, o la singolarità delle persone che entrano in chiesa. Ma chi ci ha detto che ci saremmo dovuti aspettare delle chiese trionfanti e delle conversioni continue ed abbondanti? Ci possiamo scoraggiare perché la nostra vita non è come vorremmo: perché vorremmo un lavoro migliore, un corpo più sano o un portafoglio più pieno. Eppure non è stata questa la promessa del Signore. Una prima causa di cecità, che ci fa ritornare ai mariti, è che spesso ciò quello che pre-vediamo, ci impedisce di vedere. Come non vediamo la marmellata davanti ai nostri occhi, perché pensavamo fosse altrove, talvolta non vediamo Dio che agisce nella nostra vita, perché siamo convinti che dovrebbe agire altrimenti.
Ugualmente, e reciprocamente, di due discepoli non vedono Dio non solo per i paraocchi che si sono imposti; ma anche perché quello che effettivamente vedono è il contrario di quello che si aspettano da Dio. In altre parole, non solo Gesù non ha liberato Israele, ma per di più è morto! Ha sofferto! Questo è impensabile per un pensiero che vede il messia come un capo trionfante. E la risposta di Gesù è piuttosto dura: sono insensati perché le Scritture invece dicevano proprio il contrario. Parlavano di gloria, ma attraverso la sofferenza. E tornando a noi e al presente, potremmo dire che non solo, proprio come questi discepoli, abbiamo sogni di gloria. Oltre a questo siamo allergici alla sofferenza, e quindi se la vita le prevede, non possiamo pensare che vengano da Dio o che rientrino nei suoi piani. In fondo, in fondo in tutti noi alberga l’idea che Dio deve in qualche modo risolvere i nostri problemi. Se non lo fa, qualcosa non torna. Se questo però è il nostro paradigma per leggere l’azione di Dio nella nostra vita, la sua presenza, allora sarà difficile che lo riconosciamo... Continueremo a cercarlo dove non è ed a farci di lui un’immagine diversa da quella che leggiamo nelle Scritture che non sono certo semplici, ed univoche, ma che indubbiamente non promettono un mondo semplice di gioia e di felicità perenne qui ed ora.
2. Quando lo riconoscono?
È interessante vedere in quale preciso momento questi discepoli riconoscono Dio. In primo luogo, sebbene li abbia ripresi con parole anche un po’ dure (insensati), non sembrano arrabbiarsi, pur non avendo ancora riconosciuto quello sconosciuto come Gesù. Il fatto di prendere in considerazione una prospettiva diversa da quella che ci siamo messi in testa, di mostrare un po’ di apertura è un punto di partenza verso l’incontro e la risposta di Dio. Non solo: decidono poi di farlo entrare in casa. “Resta con noi”. Dopo l’apertura, per capire Dio, per riconoscere Dio, e per entrare veramente in un rapporto profondo con lui, è necessario dargli quell’ospitalità che si darebbe ad un uomo. Ripeto, i discepoli non hanno ancora capito che si tratta di Gesù; ma hanno sentito “odore di Dio”, e hanno voluto approfondire.
Per rompere i nostri paraocchi, per vedere Dio laddove i nostri occhi coperti non riescono a vederlo, è necessario trovare del tempo da passare con lui. La lettura delle Scritture, la meditazione quotidiana, la preghiera, non possono essere semplici rituali, o buone abitudini. Devono essere vissute come un rapporto che abbiamo come un ospite che accogliamo in casa e a cui diamo le dovute attenzioni.
Ma il momento vero e proprio in cui lo riconoscono è quando lo lasciano entrare nella loro quotidianità. Mangiando e spezzando del pane. Può sembrare un dettaglio secondario, invece il fatto che Gesù si riveli proprio durante una cena è significativo. La rivelazione di Dio, contrariamente a quanto si aspettavano i due discepoli, non è solo in opere grandiose come la liberazione politica di Israele, o in miracoli tangibili e visibili: la rivelazione di Dio avviene quando siamo disposti a viverlo negli atti più comuni della quotidianità. Nel mangiare; nel dormire; nel lavorare. Una spiritualità che vede Dio solo nelle grandi riunioni di lode, nei culti domenicali e nelle diverse situazioni istituzionali che la fede organizzata prevede, è una spiritualità miope. Per vedere Dio dobbiamo invitarlo in casa nostra e chiedergli di alimentare la nostra vita nelle cose più semplici, concrete e vitali che facciamo. Respirare, mangiare, dormire. Questa è la vera fede. Lasciare che Dio si riveli nella più assoluta semplicità della vita.
3. Cosa fa Gesù prima e dopo la sua rivelazione?
In primo luogo, mentre loro sono inconsapevoli, cammina accanto a loro e li cerca. Indipendentemente dalla sua rivelazione Dio è presente nella vita di questi discepoli, e per quanto aspetti che aprano gli occhi, è accanto a loro. È una promessa non indifferente per chi dovesse sentire Dio lontano, o avesse qualche dubbio sulla sua vicinanza.
In secondo luogo Gesù si finge ignorante e accetta le accuse: “18 uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». In altri termini lascia pazientemente parlare i due discepoli, e lascia che sfoghino le loro preoccupazioni e delusioni. Non reprime i dubbi e le domande che hanno, ma li corregge spiegando loro la corretta interpretazione delle Scritture.
In terzo luogo sa cogliere il momento giusto, quello in cui meno i discepoli se lo aspettano: la quotidianità, il momento in cui in casa niente si vede da fuori e tutto è naturale. Ma Gesù sa che in quel momento i loro cuori hanno arso abbastanza e sono sufficientemente caldi per riconoscerlo.
Infine sparisce, e questa è la cosa più sorprendente. Perché sparire proprio nel momento in cui si è rivelato? Perché non è ancora cominciato il tempo della gloria. Siamo ancora nel tempo della sofferenza in cui Gesù non è presente nel suo corpo e nella sua pienezza, ma nel tempo della testimonianza e dell’annuncio, in cui attraverso la sofferenza un gran numero di persone verranno a conoscere il suo nome. Questo suo rivelarsi e sparire, non essendo continuamente presente è caratteristico nel nostro tempo in cui abbiamo delle percezioni, delle anticipazioni, delle brevi rivelazioni e che preludono ad un tempo futuro, di cui sappiamo ancora molto poco. Eppure anche questa presenza assenza ha i suoi punti forti. Fa maturare la chiesa. La chiesa deve sapere che ha un riferimento, un Dio presente che si manifesta, ma deve anche camminare come se fosse assente e questo aiuta a crescere. Questo tempo di annuncio, crescita e sofferenza prepara una chiesa degna, che possa un giorno godere della pienezza della presenza divina, senza cancellare il passato, ma contemplandolo con occhi diversi.

Cena in Emmaus, Caravaggio, 1606, Pinacoteca di Brera, Milano

lunedì 21 maggio 2012


Atti 28
La fine

1 Una volta in salvo, venimmo a sapere che l'isola si chiamava Malta. 2 Gli indigeni ci trattarono con rara umanità; ci accolsero tutti attorno a un gran fuoco, che avevano acceso perché era sopraggiunta la pioggia ed era freddo. 3 Mentre Paolo raccoglieva un fascio di sarmenti e lo gettava sul fuoco, una vipera, risvegliata dal calore, lo morse a una mano. 4 Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli indigeni dicevano tra loro: «Certamente costui è un assassino, se, anche scampato dal mare, la Giustizia non lo lascia vivere». 5 Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non ne patì alcun male. 6 Quella gente si aspettava di vederlo gonfiare e cadere morto sul colpo, ma, dopo avere molto atteso senza vedere succedergli nulla di straordinario, cambiò parere e diceva che era un dio.
7 Nelle vicinanze di quel luogo c'era un terreno appartenente al «primo» dell'isola, chiamato Publio; questi ci accolse e ci ospitò con benevolenza per tre giorni. 8 Avvenne che il padre di Publio dovette mettersi a letto colpito da febbri e da dissenteria; Paolo l'andò a visitare e dopo aver pregato gli impose le mani e lo guarì. 9 Dopo questo fatto, anche gli altri isolani che avevano malattie accorrevano e venivano sanati; 10 ci colmarono di onori e al momento della partenza ci rifornirono di tutto il necessario.
11 Dopo tre mesi salpammo su una nave di Alessandria che aveva svernato nell'isola, recante l'insegna dei Diòscuri. 12 Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni 13 e di qui, costeggiando, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l'indomani arrivammo a Pozzuoli.14 Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Partimmo quindi alla volta di Roma. 15 I fratelli di là, avendo avuto notizie di noi, ci vennero incontro fino al Foro di Appio e alle Tre Taverne. Paolo, al vederli, rese grazie a Dio e prese coraggio.
16 Arrivati a Roma, fu concesso a Paolo di abitare per suo conto con un soldato di guardia.
17 Dopo tre giorni, egli convocò a sé i più in vista tra i Giudei e venuti che furono, disse loro: «Fratelli, senza aver fatto nulla contro il mio popolo e contro le usanze dei padri, sono stato arrestato a Gerusalemme e consegnato in mano dei Romani. 18 Questi, dopo avermi interrogato, volevano rilasciarmi, non avendo trovato in me alcuna colpa degna di morte. 19 Ma continuando i Giudei ad opporsi, sono stato costretto ad appellarmi a Cesare, senza intendere con questo muovere accuse contro il mio popolo. 20 Ecco perché vi ho chiamati, per vedervi e parlarvi, poiché è a causa della speranza d'Israele che io sono legato da questa catena». 21 Essi gli risposero: «Noi non abbiamo ricevuto nessuna lettera sul tuo conto dalla Giudea né alcuno dei fratelli è venuto a riferire o a parlar male di te. 22 Ci sembra bene tuttavia ascoltare da te quello che pensi; di questa setta infatti sappiamo che trova dovunque opposizione».
23 E fissatogli un giorno, vennero in molti da lui nel suo alloggio; egli dal mattino alla sera espose loro accuratamente, rendendo la sua testimonianza, il regno di Dio, cercando di convincerli riguardo a Gesù, in base alla Legge di Mosè e ai Profeti. 24 Alcuni aderirono alle cose da lui dette, ma altri non vollero credere 25 e se ne andavano discordi tra loro, mentre Paolo diceva questa sola frase: «Ha detto bene lo Spirito Santo, per bocca del profeta Isaia, ai nostri padri:
26 
Va' da questo popolo e di' loro:
Udrete con i vostri orecchi, ma non comprenderete;
guarderete con i vostri occhi, ma non vedrete.
27 
Perché il cuore di questo popolo si è indurito:
e hanno ascoltato di mala voglia con gli orecchi;
hanno chiuso i loro occhi
per non vedere con gli occhi,
non ascoltare con gli orecchi,
non comprendere nel loro cuore e non convertirsi,
perché io li risani
.
28 Sia dunque noto a voi che questa salvezza di Dio viene ora rivolta ai pagani ed essi l'ascolteranno!». 29 .
30 Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso a pigione e accoglieva tutti quelli che venivano a lui, 31 annunziando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento.
Il viaggio di Paolo volge al termine. Dopo la tempesta Paolo ed i naufraghi trovano rifugio a Malta per poi proseguire verso Roma secondo una rotta consueta per quei tempi. Così Paolo arriva finalmente a Roma, la città che Dio gli aveva indicato di raggiungere e dove avrebbe dovuto testimoniare davanti a Cesare. Va detto con onestà che chi ama le storie e si aspetta quindi un lieto fine, o comunque un finale che presenta il ristabilimento di una situazione, o la conclusione di tutte le aspettative create resterà deluso. Per molti versi questo finale appare tronco, e ciò che capita potrebbe deluderci in molti sensi. Alla fine di un libro che parla di evangelizzazione e di missione molti si potrebbero aspettare miracolosi risvegli, conversioni massicce di gentili della capitale e grandi successi ovunque. Invece, benché il libro non finisca male, sembra che i grandi successi del vangelo sia molto più moderati. Ma forse proprio questo ci farà riflettere sul senso della predicazione del vangelo e sulla portata di ogni iniziativa a cui Dio ci chiama.

1. Paolo a Malta: miracoli e provvidenza.

Un primo fatto che potrebbe deludere riguarda ciò che capita all’isola di Malta. Due segni miracolosi accompagnano l’arrivo di Paolo e l’incontro con la popolazione. La protezione da un serpente velenoso e la guarigione del padre di Publio. Nonostante la grandezza i questi segni ed il tentativo di divinizzazione di Paolo da parte degli abitanti di Malta, nessuno sembra ricondurre questi segni all’azione diretta di Dio. Proprio come sulla nave, con il naufragio, nessuno si converte nonostante sia stato salvato e abbia visto segni miracolosi. Viene tuttavia sottolineata la grande affabilità degli abitanti e la loro benevolenza. Se per molti questa può sembrare una delusione, per Paolo non sembra tale. La dimensione umana dell’incontro con questi indigeni è altrettanto importante e sono convinto che Luca vuole qui mettere in evidenza la provvidenza di Dio che per tutto il libro degli Atti non ha mai smesso di accompagnare Paolo. Paolo ha potuto fare qualcosa di buono per il padre di Publio e dopo di lui per gli altri abitanti dell’isola. Se non seguono racconti di conversione, viene sottolineato il lato umano della premura degli indigeni che provvedono al necessario dopo che il gruppo salpa dall’isola. Il Dio che ha ordinato a Paolo di andare a Roma non smentisce le sue promesse e se ci sono evidenti ostacoli lungo il cammino, ci sono insieme a questi i segni di una provvidenza che accompagna continuamente Paolo, sia nelle circostanze che nelle persone. Noi oggi siamo poco abituati a vedere grosse conversioni in massa, almeno qui in Italia. Questo breve episodio può farci pensare che il semplice far del bene curando dei malati, con miracoli o in altri modi, ha un grande valore, e che la testimonianza lasciata dalle buone opere, porterà poi frutti a suo tempo.


2. Paolo e i cristiani di Roma
Un secondo elemento che potrebbe deludere è dato dall’incontro di Paolo con i cristiani della capitale. A dire il vero il primo incontro sembra incoraggiante, visto che i discepoli di Pozzuoli accolgono Paolo (13) e probabilmente avvisano i fratelli di Roma che vengono incontro a Paolo a Foro Appio e a Tre Taverne. Tuttavia rimaniamo stupiti da quanto poco si dica dell’incontro con la chiesa di Roma: non dimentichiamo che l’epistola ai Romani è già stata scritta e ci si aspetterebbe che Paolo sia ansioso di incontrare i romani. Ma di questi rapporti non si dice quasi niente e anzi, Paolo preferisce prima parlare con gli ebrei di Roma. Questo da un lato ci può far capire quanto importante fosse per Paolo il suo popolo e quanto tenesse a predicare prima ai giudei e poi ai gentili, come aveva fatto in tutte le città per cui è passato. Anche qui a Roma alcuni giudei si convertono ed altri no, ma per lo meno non ci sono aggressioni o lotte. Dall’altro ci può far pensare che questo sia in parte legato alle circostanze: Paolo in fondo è in prigione, quindi non è detto che i membri della Nuova Via possano vederlo tranquillamente senza sentirsi minacciati. Ma al di là di queste ipotesi che lasciano il tempo che trovano possiamo semplicemente osservare che il Signore non ha bisogno neppure delle chiese. Certamente la chiesa dovrà crescere e sarà uno strumento nelle mani di Dio per annunciare il suo nome: ma in questo caso il protagonista non è la chiesa, ma un uomo. E forse il suggerimento che dobbiamo cogliere è che anche un semplice uomo può fare tantissimo, indipendentemente da una chiesa che lo appoggia. Può sembrare dissacrante quel che dico, e non intendo affatto sminuire il valore della chiesa, che anzi è fondamentale. Ma possiamo pensare che non sempre questa funziona, e che in questo caso, non sappiamo perché, si vede Paolo che in fondo lavora da solo. Certamente in seguito sarà la chiesa di Roma a beneficiare delle persone che hanno sentito il vangelo da Paolo, ma per ora si parla di lui. Dobbiamo avere fiducia anche oggi che nonostante la chiesa non sia sempre unita e non sempre si vedano esperienze di collaborazione il vangelo è predicato comunque ed i frutti si coglieranno col tempo.

3. Paolo e il processo.

Un’ultima possibile delusione per i lettori è quella per cui non sappiamo niente dell’esito del processo di Paolo. Da alcune lettere di Paolo, sappiamo che egli uscirà di prigione, quindi probabilmente sarà processato e dichiarato innocente, e che poi farà altri viaggi per essere una seconda volta imprigionato. Ma perché Luca non lo racconta? Anche su questo rimane un che di inspiegabile, e forse lo sapremo solo in cielo. Provo a dare una mia spiegazione, che poggia sull’importanza dell’immagine finale: Paolo in casa, agli arresti domiciliari che predica il regno di Dio con franchezza e senza impedimento. Forse queste due semplici parole dicono molto di più di quanto avrebbe potuto dire la vicenda giuridica. Se Luca ha tanto parlato di Paolo non è per dare gloria ad un uomo. Nel Nuovo Testamento non troviamo storie di santi, ma la storia del Regno di Dio. Vedere questo prigioniero che evangelizza e annuncia, e che da una prigione emana una voce di libertà senza impedimenti, vale più che raccontare di come giuridicamente Paolo sia stato dichiarato innocente. Paolo non è andato a Roma per difendere la causa dei perseguitati ingiustamente, né per avere la garanzia della sua assoluzione. Ci è andato per annunciare. E questo forse ci insegna molto: una voce che annuncia il vangelo di Gesù Cristo che ci dice che la massima libertà sta nel conoscere Dio, nell’essere ravveduti davanti a Lui, e nell’avere la certezza della resurrezione futura grazie a Lui, per mezzo di Cristo, è più grande di ogni altra causa. Poco importa dei tribunali, quello che conta è la predicazione del vangelo. Certo, non che questa non abbia luogo di essere anche nei tribunali, come abbiamo visto nei capitoli precedenti. Ma chissà... forse è stato un semplice processo in cui i romani hanno detto che non trovavano colpe in Paolo, senza dargli modo di annunciare... Chissà. Quello che conta è che da questa prigione sono uscite parole di verità, parole di vita, ed anche le tre epistole ai Filippesi, agli Efesini e ai Colossesi, che tutto trasmettono tranne un’atmosfera di prigionia. Gli Atti degli apostoli sono finiti: dalla loro parola continuano i nostri atti.

mercoledì 16 maggio 2012


Atti 27:1-44
Davanti all’estremo

1 Quando fu deciso che ci imbarcassimo per l'Italia, consegnarono Paolo, insieme ad alcuni altri prigionieri, a un centurione di nome Giulio della coorte Augusta. 2 Salimmo su una nave di Adramitto, che stava per partire verso i porti della provincia d'Asia e salpammo, avendo con noi Aristarco, un Macèdone di Tessalonica. 3 Il giorno dopo facemmo scalo a Sidone e Giulio, con gesto cortese verso Paolo, gli permise di recarsi dagli amici e di riceverne le cure. 4 Salpati di là, navigammo al riparo di Cipro a motivo dei venti contrari 5 e, attraversato il mare della Cilicia e della Panfilia, giungemmo a Mira di Licia. 6 Qui il centurione trovò una nave di Alessandria in partenza per l'Italia e ci fece salire a bordo.7 Navigammo lentamente parecchi giorni, giungendo a fatica all'altezza di Cnido. Poi, siccome il vento non ci permetteva di approdare, prendemmo a navigare al riparo di Creta, dalle parti di Salmone, 8 e costeggiandola a fatica giungemmo in una località chiamata Buoni Porti, vicino alla quale era la città di Lasèa.
9 Essendo trascorso molto tempo ed essendo ormai pericolosa la navigazione poiché era già passata la festa dell'Espiazione, Paolo li ammoniva dicendo: 10 «Vedo, o uomini, che la navigazione comincia a essere di gran rischio e di molto danno non solo per il carico e per la nave, ma anche per le nostre vite». 11 Il centurione però dava più ascolto al pilota e al capitano della nave che alle parole di Paolo.12 E poiché quel porto era poco adatto a trascorrervi l'inverno, i più furono del parere di salpare di là nella speranza di andare a svernare a Fenice, un porto di Creta esposto a libeccio e a maestrale.
13 Appena cominciò a soffiare un leggero scirocco, convinti di potere ormai realizzare il progetto, levarono le ancore e costeggiavano da vicino Creta. 14 Ma dopo non molto tempo si scatenò contro l'isola un vento d'uragano, detto allora «Euroaquilone». 15 La nave fu travolta nel turbine e, non potendo più resistere al vento, abbandonati in sua balìa, andavamo alla deriva. 16 Mentre passavamo sotto un isolotto chiamato Càudas, a fatica riuscimmo a padroneggiare la scialuppa; 17 la tirarono a bordo e adoperarono gli attrezzi per fasciare di gòmene la nave. Quindi, per timore di finire incagliati nelle Sirti, calarono il galleggiante e si andava così alla deriva. 18 Sbattuti violentemente dalla tempesta, il giorno seguente cominciarono a gettare a mare il carico; 19 il terzo giorno con le proprie mani buttarono via l'attrezzatura della nave. 20 Da vari giorni non comparivano più né sole, né stelle e la violenta tempesta continuava a infuriare, per cui ogni speranza di salvarci sembrava ormai perduta.
21 Da molto tempo non si mangiava, quando Paolo, alzatosi in mezzo a loro, disse: «Sarebbe stato bene, o uomini, dar retta a me e non salpare da Creta; avreste evitato questo pericolo e questo danno. 22 Tuttavia ora vi esorto a non perdervi di coraggio, perché non ci sarà alcuna perdita di vite in mezzo a voi, ma solo della nave. 23 Mi è apparso infatti questa notte un angelo del Dio al quale appartengo e che servo, 24 dicendomi: Non temere, Paolo; tu devi comparire davanti a Cesare ed ecco, Dio ti ha fatto grazia di tutti i tuoi compagni di navigazione. 25 Perciò non perdetevi di coraggio, uomini; ho fiducia in Dio che avverrà come mi è stato annunziato. 26 Ma è inevitabile che andiamo a finire su qualche isola».
27 Come giunse la quattordicesima notte da quando andavamo alla deriva nell'Adriatico, verso mezzanotte i marinai ebbero l'impressione che una qualche terra si avvicinava. 28 Gettato lo scandaglio, trovarono venti braccia; dopo un breve intervallo, scandagliando di nuovo, trovarono quindici braccia. 29 Nel timore di finire contro gli scogli, gettarono da poppa quattro ancore, aspettando con ansia che spuntasse il giorno. 30 Ma poiché i marinai cercavano di fuggire dalla nave e già stavano calando la scialuppa in mare, col pretesto di gettare le ancore da prora, Paolo disse al centurione e ai soldati: 31 «Se costoro non rimangono sulla nave, voi non potrete mettervi in salvo».32 Allora i soldati recisero le gòmene della scialuppa e la lasciarono cadere in mare.
33 Finché non spuntò il giorno, Paolo esortava tutti a prendere cibo: «Oggi è il quattordicesimo giorno che passate digiuni nell'attesa, senza prender nulla. 34 Per questo vi esorto a prender cibo; è necessario per la vostra salvezza. Neanche un capello del vostro capo andrà perduto». 35 Ciò detto, prese il pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare. 36 Tutti si sentirono rianimati, e anch'essi presero cibo. 37 Eravamo complessivamente sulla nave duecentosettantasei persone. 38 Quando si furono rifocillati, alleggerirono la nave, gettando il frumento in mare.
39 Fattosi giorno non riuscivano a riconoscere quella terra, ma notarono un'insenatura con spiaggia e decisero, se possibile, di spingere la nave verso di essa. 40 Levarono le ancore e le lasciarono andare in mare; al tempo stesso allentarono i legami dei timoni e spiegata al vento la vela maestra, mossero verso la spiaggia. 41 Ma incapparono in una secca e la nave vi si incagliò; mentre la prua arenata rimaneva immobile, la poppa minacciava di sfasciarsi sotto la violenza delle onde. 42 I soldati pensarono allora di uccidere i prigionieri, perché nessuno sfuggisse gettandosi a nuoto, 43 ma il centurione, volendo salvare Paolo, impedì loro di attuare questo progetto; diede ordine che si gettassero per primi quelli che sapevano nuotare e raggiunsero la terra; 44 poi gli altri, chi su tavole, chi su altri rottami della nave. E così tutti poterono mettersi in salvo a terra.

Siamo alla fine di un lunghissimo viaggio che, come abbiamo notato all’inizio, vuole mostrare come il Vangelo partito da Gerusalemme giunge lentamente a Roma, passando per alcune importanti città della Grecia. Si tratta di una traiettoria voluta, che simbolizza il percorso universale del vangelo: nato ed esposto in primis ad un singolo popolo, gli ebrei, raggiunge la città più importante del mondo conosciuto a quel tempo, la Roma Caput Mundi, dove il vangelo doveva necessariamente arrivare per essere diffuso ad ogni creatura. Ma prima di arrivare alla meta finale, assistiamo ad un episodio estremo, che in questo capitolo viene accuratamente descritto, con abbondanza di particolari ed una preparazione quasi romanzesca: una tempesta che metterà in pericolo la vita di Paolo, come anche quella dei suoi accompagnatori, sia chi lo tiene in prigione, sia gli amici che gli sono vicini, tra cui anche lo scrittore stesso, essendo una di quelle sezioni in “noi”. Nei primi 13 versetti viene Luca ci descrive l’inizio del viaggio di Paolo verso Roma, ed in mezzo la tempesta.
Non è la prima volta che nel Nuovo Testamento si parla di tempesta, e sapendo che il libro degli Atti è successivo ai vangeli ci vengono subito in mente gli episodi dei vangeli in cui si racconta della tempesta che ha sorpreso Gesù con i suoi discepoli. In questo caso, come nei vangeli, la descrizione della tempesta va al di là del semplice fenomeno atmosferico, e possiamo pensare che il viaggio in nave e la tempesta possano essere metafore di precise situazioni della vita. Ci sono infatti momenti della vita in cui ci si sente stretti, incapaci di fuggire come se si fosse rinchiusi in una barca avvolta da onde minacciose. Ed in quelle situazioni estreme ognuno di noi adotta un certo comportamento. E’ interessante osservare in questo passo che i diversi personaggi di questo racconto, di fronte all’estremo, al pericolo della morte, assumono degli atteggiamenti ben identificabili. Ci illustrano alcune dinamiche dell’animo umano confrontato davanti a esperienze estreme, che hanno il pregio di tirare fuori tutto il peggio o tutto il meglio di noi, proprio per la qualità estrema che hanno. Anche oggi va molto di moda immaginare di poter osservare gruppi di persone umane rinchiuse in un posto da cui non possono uscire, si pensi, al successo di real show come Il grande Fratello i l’Isola dei Famosi, che affascinano molto perché, anche se in modo del tutto artificiale, fanno vedere persone messe in situazioni in qualche modo estreme, costrette: una casa, un’isola sperduta. E’ tutto finto, ma attira. Forse sarà più attraente per noi vedere come si sono comportati i diversi personaggi che in questo viaggio in cui era presente anche Paolo con dei discepoli, presentandoci atteggiamenti da evitare o imitare. Sempre pensando all’attualità possiamo pensare alle tante navi di disperati che cercano di sfuggire da terre in cui vivono male sperando di trovare un mondo migliore in occidente. E sappiamo quanto tragiche siano in certi casi le fini di chi viaggia con queste navi. E anche su queste ci sono atteggiamenti estremi che non possiamo neppure immaginare. Vediamo quindi come ognuno si pone di fronte all’estremo, e di fronte alla minaccia di morte che nella navigazione antica era superiore ad oggi.
  1. 1.       Il centurione Giulio: buono ma ingenuo.
Il centurione che prende in consegna Paolo è inizialmente presentato come un personaggio positivo. Più che un soldato sembra una guida turistica di avventure nel mondo, trova le navi opportune, è gentile con Paolo e gli permette di vedere i suoi amici (v.3). Tuttavia, non sa cogliere la saggezza delle parole di Paolo e si fida di più dei tecnici della situazione: il pilota della nave il padrone. Quando però poi si rende conto che Paolo aveva ragione, cerca di salvarlo impedendo ai soldati di metter in atto il loro progetto omicida. (v.43). Non ci viene detto tuttavia, che nonostante quel che Paolo dice, si sia convertito o pentito per le scelte precedenti. Questo centurione per qualche verso ricorda Pilato. Gentile con Gesù, ma incapace di prendere una posizione, impegnato a fare di tutto per salvarlo solo dopo averlo di fatto dato in mano ai suoi uccisori. Nella vita, tanto nelle situazione estreme che in quelle distese, ci sono persone che sono incapaci di prendere una decisione chiara. Sono attratte dal vangelo, che in questo caso è presentato da Paolo. Gentili, e pronte anche a dare un mano. Ma se si parla di andare al di là della gentilezza, se si parla di rendersi conto che il Dio di Paolo è il Signore della vita, e che quella salvezza dalla tempesta non è che una briciola rispetto alla salvezza più grande che è in Cristo, si fermano lì. Non si parla di un esplicito rifiuto del vangelo di questo centurione, e proprio non parlandone si fa presente la sua non scelta: dove sei tu? Sei semplicemente gentile verso chi ha fede, e ne rimani ammirato, facendo favori o aiutando, oppure vuoi tu avere quella stessa fede?
  1. 2.      I tecnici: il pilota ed il padrone della nave.
Si dice poco di questi due personaggi, se non che il centurione aveva fede in loro. Ma se li prendiamo come simboli di un certo atteggiamento di fiducia nell’uomo e nella tecnica potremmo dire tanto di loro. Perché il centurione ha fiducia in loro? Possiamo immaginare che il capitano sia un esperto di navigazione, che nell’antichità era un’arte molto importante – basti pensare all’Odissea. Possiamo immaginare che fiducioso nella sua arte abbia dato garanzie al centurione e agli altri passeggeri che a maggioranza decidono di continuare il viaggio (v.12), vantando le sue capacità marinare e la sua bravura. Lo stesso dicasi del proprietario della nave. E’ possibile che abbia vantato la solidità della struttura della sua nave, quindi la forza della tecnica. Fanno venire in mente il Titanich e la sua fiducia ingenua nell’inaffondabilità, visto che è successo esattamente 100 anni fa … Fanno venire anche in mente il nostro attuale governo, fatto appunto di tecnici, che dovrebbero riuscire laddove i politici sono falliti.
La tecnica e le capacità umane sono spesso oggetto di ammirazione, nonché di sconfinata fiducia. Interi secoli, si pensi all’Illuminismo, hanno riposto la loro fiducia nei miracoli della scienza e della tecnica, prendendole come soluzioni ultime dei problemi dell’uomo. Molti davanti all’estremo pensano che scienza e tecnica possano fare molto, e si mettono in mano a medici, a tecnocrati ad economisti, pensando di risolvere tutto. Questo passo ci ricorda che la scienza e la tecnica sono sicuramente grandiose invenzioni che l’uomo ha fatto, e non ci incoraggia certo a disprezzarle. Ma ci insegna anche che hanno dei limiti. E le stesse navi che hanno aiutato il viaggio di Paolo permettendogli di spostarsi possono anche naufragare. Non dobbiamo disprezzare la scienza e la tecnica, ma coglierne in profondo la natura provvisoria e limitata. Perché la vita è più della tecnica, e se la tecnica la può aiutare non la può certo sostituire. Anche di loro non si dice niente. Non sappiamo se visto il fallimento della loro forza hanno meditato le parole di Paolo. Ma noi dove siamo? In cosa poggia la nostra fiducia? Nel fatto di abitare in un paese con l’assistenza sanitaria gratuita o nell’avere il Dio della vita?
  1. 3.      I marinai: fuggire
Ci viene detto che su questa barca c’erano 276 persone. Salvarle tutte non era probabilmente facile. C’è un celebre proverbio in mare che dice: “Prima le donne e i bambini”, ma chissà se su quella nave c’erano donne e bambini … Tra i presenti però c’è un gruppo di furbi. I marinai, che hanno chiare alcune circostanze, e che sanno che la terra è vicina (28-30). Capendo quindi che la scialuppa non è abbastanza grande per tutti pensano bene di prendersela per loro e di fuggire. Ecco un nuovo atteggiamento particolarmente triste che l’animo umano adotta davanti all’estremo: pensare prima a se stessi. Chiamiamolo egoismo, chiamiamolo cecità rispetto agli altri, e per evitare di giudicare pensiamo che sono persone che stanno per morire. Comunque sia questi scelgono di scappare salvandosi la pelle e lasciando gli altri in mezzo alle onde. Forse pensano che la profezia di Paolo sia valida solo per loro, benché Paolo non avesse escluso nessuno dalla salvezza (v. 22).
Anche questo atteggiamento caratterizza la vita di molte persone. Davanti alla tempesta si può sempre pensare di mettersi in salvo da soli, abbandonando gli altri nella barca della tempesta, fregandosene delle conseguenze. Nelle coppie si può scegliere di fuggire, invece che affrontare i problemi con il proprio partner; nei gruppi di amici si può scegliere di scappare anziché chiarire i problemi. Davanti a Dio si può cercare di fare finta di niente; si può cercare di ignorare la sua presenza e le sue profezie benefiche anche durante momenti di grande difficoltà; oppure si può arrogantemente pensare che il Dio universale sia solo per noi, che riteniamo di aver un qualche privilegio speciale. Possibilissimo che questo atteggiamento abbia i suoi vantaggi pratici. Possibilissimo che effettivamente, fuggendo questi si sarebbero salvati. Ma i nodi vengono al pettine, e la gioia conquistata a prezzo della vita di altri, non dura in eterno.
  1. I soldati: uccidere.
C’ anche un altro gruppo che assume un atteggiamento molto negativo: i soldati che accompagnano il centurione. Questi soldati (v.42) non vogliono sbarazzarsi dei prigionieri, ma sono talmente ligi al loro dovere che nel pieno di una crisi in mezzo a cui loro stessi potrebbero morire si preoccupano di garantire che i prigionieri non scappino, e quindi di ucciderli. Probabilmente in quanto guardie hanno una responsabilità specifica verso questi detenuti, ma è singolare che il loro pensiero vada a questo. Sembrano persone che nella gravità di una crisi non si rendono conto di quale sia il problema reale, e che quindi propongono soluzioni disastrose e inutili: la morte dei prigionieri servirà a salvarli dal naufragio?
Anche questo tipo di atteggiamento è largamente diffuso. Davanti all’estremo c’è chi invece di pensare a salvarsi, invece di ricercare magari un ultimo slancio di solidarietà verso tutti, prigionieri  e liberi, visto che, veramente “sono tutti sulla stessa barca”, si preoccupano di verificare chi va punito, chi ha da scontare, temendo che possa salvarsi. Se fossero preoccupati più della salvezza altrui che della loro sarebbero altruisti, ma sono incuranti della loro salvezza e preoccupati per la dannazione degli altri … Sono un po’ come il debitore della parabola che una volta ricevuto il condono dei sui debiti va a cercare i suoi debitori e li maltratta. Ci sono persone che nel bel mezzo dei problemi sono più interessati a vedere punito il male che a trovare soluzioni concrete, forse perché esorcizzano la paura scaricandola sugli altri.
  1. Paolo
Buon senso. In mezzo a tutto ciò la persona di Paolo si distingue. È l’unico che ha il buon senso di sconsigliare la partenza, contro i suoi interessi e quelli di tutti. Egli in primo luogo ha interesse ad arrivare a Roma per portare la sua causa davanti a Cesare, mentre gli altri hanno interessi di altro tipo, di ordine commerciale o professionale. Ma il buon senso gli dice che è meglio rinunciare. Sembra strano, ma ieri come oggi, il buon senso è una qualità piuttosto rara.
Speranza e visione. Paolo comincia col ricordare che aveva avvisato tutti che quella partenza non era da farsi. E questo gli dà autorità per continuare. Tuttavia, in mezzo al marasma, e davanti all’estremo Paolo è l’unico che sa avere parole di incoraggiamento, che non sono tuttavia il frutto di un semplice ottimismo. Chi è ottimista fa presto a cercare di scongiurare l’estremo, negandone la tragicità. Ma davanti alla morte non serve l’ottimismo. Paolo può incoraggiare perché un angelo di Dio gli è apparso. Si può basare su una visione e su una parola. Davanti a questo si è liberi di pensare quello che si vuole. Si può dire che Paolo è un visionario, che soffre di allucinazioni oppure credere. La sua profezia si è avverata, quindi dovremmo riconoscere il buon fondamento di quanto dice. Ma è importante capire che il vero incoraggiamento, quello che solleva dalla paura della morte, viene solo da Dio. Poco importa se qualcuno lo considera follia: Dio è rivelazione, apparizione. Non è semplice buon senso o ottimismo. Paolo ha un rapporto diretto con Dio, e per questo può incoraggiare.
Rompete il digiuno. La convinzione di Paolo è tale che incoraggia tutti a mangiare per rinforzarsi. Probabilmente avevano smesso di mangiare per risparmiare i viveri, o per il mal di mare. Fatto sta che l’attenzione al corpo è pari a quella data allo spirito. Il termine “spezzare il pane” fa pensare alla cena del Signore, all’atto di commemorazione. Non siamo qui in mezzo ad un culto, né si ricorda esplicitamente la morte di Gesù. Tuttavia l’atto di distribuire il pane per corroborare la salvezza, ricorda la grazia di Dio che Paolo con il suo comportamento e le sue azioni sta trasmettendo.
Salvezza per tutti. È Paolo che consiglia al centurione di fermare i marinai che vogliono fuggire e questo nell’interesse di tutti. La salvezza che Paolo annuncia è una salvezza corporea e limitata al sottrarsi dalla tempesta, ma è comunque per tutti. Da questa salvezza i passeggeri della nave dovrebbero trarre spunto per pensare alla potenza del Dio di Paolo e cercare una salvezza che riguarda la totalità della vita. Diversamente da altri momenti del libro degli Atti, Paolo non fa discorsi espliciti di evangelizzazione e nonostante la salvezza da lui profetizzata non ci viene detto che ci furono conversioni. Questo forse è dovuto alla sua posizione di schiavo, e molti hanno notato che è inverosimile che un prigioniero possa aver avuto tanta influenza sulle decisioni del centurione. Eppure anche questo ci insegna qualcosa: sia in parole esplicite, sia in modo indiretto, raccontato le proprie visioni ed il proprio rapporto con Dio, la fede emerge e condiziona. Paolo è stato una benedizione su quella nave.
Conclusione
Su quale nave siamo oggi? E come ci comportiamo in questa nave? La nostra preghiera è che impariamo come Paolo ad essere indicatori di salvezza nel mare della vita.

Atti 22, 23, 24, 25, 26. 

Nei capitoli che vanno dal 22 al 26 assistiamo ad una serie di discorsi dell’apostolo Paolo che hanno un punto comune: Paolo si deve difendere. Prima davanti ad una folla di giudei che lo vogliono morto, poi davanti al Sinedrio, organo socio-religioso di autorità, di cui era un tempo fedele collaboratore, poi davanti al governatore Felice, a cui succede un altro governatore, Porcio Festo, ed infine davanti al re Erode Agrippa. Oltre al dato di fatto che Paolo è sotto accusa, altri tratti accomunano tutti questi discorsi: nessuno sa di cosa accusare precisamente Paolo, eppure lo vogliono morto; le autorità romane non trovano mai niente di male in lui e se lo passano di mano in mano senza sapere cosa fare, ma lo proteggono perché è cittadino romano anche se non vogliono spiacere troppo ai loro sudditi giudei. Sarà allora interessante trattarli come un unico blocco, ma cercando di vedere in che modo Paolo si difende davanti ai diversi accusatori, tenendo presente un fatto:  anche se in passato  Paolo ha compiuto miracoli, se è stato liberato miracolosamente dal carcere e tolto dalle mani dei suoi persecutori, in questo momento, proprio come il suo maestro Gesù, niente sembra essere dalla parte sua. Non vengono angeli a prelevarlo, e non gli resta che difendersi come può davanti a diversi accusatori, o comunque non gli resta che cercare di persuadere figure apparentemente neutrali, come le autorità romane a cui si fa appello, della sua innocenza. Credo che possiamo fare di Paolo un paradigma di ogni credente accusato, e teniamo presente che i due secoli che seguirono il periodo di Paolo, furono secoli in cui cristiani furono perseguitati duramente. Continuarono ad esserlo nella storia, ed in molti paesi lo sono ancora oggi. Laddove la persecuzione non esiste più, come nella maggior parte dei paesi occidentali, si assiste ad un altro tipo di persecuzione ideologica per cui una posizione forte sulla fede contrasta con i dogmi laicisti (e non laici!) che vorrebbero rinchiudere la fede nello spazio del privato e basta, limitando ogni sua manifestazione pubblica. Ascoltare allora il modo di difendersi di Paolo può essere motivo di ispirazione per una difesa sia specifica di una persona perseguitata per motivi di fede, sia in senso più lato sulla legittimità dei contenuti della fede di essere affermati. Vediamo un semplice verso per ogni passo che illustri ognuna delle strategie.
  1. 1.       Difesa dagli Ebrei: Conoscere i diritti della legge romana.
Un primo elemento di difesa Paolo la ritrova nella legge. In 22,25b leggiamo:” Vi è lecito flagellare un cittadino romano che non è stato ancora condannato?”. La pratica dell’infliggere condanne prima del giudizio stesso è tipica di una giustizia sommaria che si crede onnipotente. Eppure il tribuno Lisia quando si rende conto di aver a che fare con un cittadino romano si ferma. Da un punto di vista assoluto Paolo avrebbe potuto attardarsi in una difesa universale dell’uomo, e avrebbe potuto dire che non bisogna flagellare nessuno, e non solo i romani. Ma qui, senza portare il discorso così in alto,  sceglie di avvalersi di quello che la legge gli garantisce. E’ un diritto che ha e se ne avvale. E’ bene che i cristiani sorveglino le legislazioni dei propri paesi e che non subiscano passivamente gli abusi di potere dei governi. Un amico di Srilanka mi ha raccontato che il governo srilankese aveva fatto una legge che vietava l’evangelizzazione, eliminato in seguito a proteste continue dei numerosi cristiani che si sono fatti sentire.  E’ un esempio di buon uso della legge che avrà ripercussioni anche su tutti gli altri cittadini, eventualmente non cristiani.  Una prima strategia è quindi quella di un buon uso della legge unito alla consapevolezza dei propri diritti. Ed insisto sulla consapevolezza perché mi è capitato di conoscere credenti che si sentivano perseguitati semplicemente perché non sapevano che avevano certi diritti. Ad esempio nell’università non ottenevano aule per riunirsi perché non conoscevano i diritti riservati alle associazioni studentesche. Sono semplici esempi che vanno al di là del contesto del presente passo, ma questo passo ci incoraggia anche  in questo senso: ci sono ottime cose nelle leggi che vanno conosciute per difenderci da ingiuste o presunte accuse.
  1. 2.      Difesa dal sinedrio: conoscere le dottrine.
Nel doversi difendere davanti al sinedrio Paolo sfrutta una serie di dissidi interni presenti nelle persone del sinedrio stesso. “E’ a motivo della speranza nella resurrezione dei morti che sono chiamato in giudizio”: 23:6-10 ci informa che i sadducei ed i farisei erano divisi rispetto alla resurrezione e Paolo sfrutta questa loro divisione per difendersi. Potrebbe sembrare un atto di furbizia, ma se pensiamo che viene accusato in modo pretestuoso e falso, senza che ci siano chiare accuse potremmo piuttosto dire che usa intelligentemente il cervello per portare i suoi accusatori a riflettere insieme a lui: in fondo la sua colpa è di credere nella resurrezione, ed è questo che dà scandalo. I farisei probabilmente non condividono altri elementi dottrinali ma su questo concordano, e Paolo riesce a portarli dalla sua. Questo grazie ad una seria conoscenza dei contenuti della fede che Paolo ha, e che possiamo chiamare dottrina.
Quando su un piano molto più generale parliamo di persecuzione, o anche di persecuzione intellettuale, possiamo pensare a quanto sia importante per i credenti conoscere il mondo in cui si trovano e le sue dottrine per saper interagire con queste. Ci sono punti di contatto tra il pensiero cristiano e certe filosofie non cristiane, e possono essere usati per dialogare o per allearsi contro altri “accusatori”. Pensiamo ad esempio alla  laicità: ci sono tanti atei che per molti versi sarebbero pronti a perseguitare la chiesa; ma gli stessi sul piano della laicità, che è un tema a noi evangelici molto caro, potrebbero essere degli ottimi alleati più che dei persecutori. Una seconda strategia di Paolo è quindi l’interazione intelligente con le dottrine del suo tempo. Grazie a questo riesce a liberarsi, viene salvato da una congiura e trasportato
  1. Difesa da Felice 24:25. Predicare comunque
Davanti a Felice Paolo necessita in primo luogo di una buona dose di pazienza. Viene spedito da lui dal tribuno Claudio Silla, quello che l’ha salvato, perché ritiene che sia accusato ingiustamente, ma lo rimanda ad un’autorità più alta. E questo Felice prende o perde tempo rimandando continuamente il giudizio. Interessante però un fatto nelle parole di difesa di Paolo: finora difendendosi dal sinedrio e dalla folla ebraica ha ovviamente fatto riferimento alla sua conversione, alla fede e a tutto quello che riguarda la sua interpretazione dell’ebraismo alla luce del messia; ebreo che parla ad ebrei discute con loro su quei temi che li dividono. Quando parla alle autorità romane tuttavia avrebbe potuto lasciar stare il discorso sulla fede e difendersi su un piano puramente civico. Non lo fa e spiega nel dettaglio la sua vicenda. E leggiamo nel capitolo 24 che: “ Siccome Paolo parlava di giustizia, di temperanza e del giudizio futuro Felice si spaventò e replico: Per ora va e quando ne avrò l’opportunità ti manderò a chiamare”. Paolo, anche se sotto accusa, non rinuncia ad evangelizzare, ad annunciare il grande messaggio che ha da trasmettere: ogni uomo se si ravvede può risuscitare, attraverso la conoscenza del primo risorto: Gesù Cristo. Questo messaggio non è limitato agli ebrei, ma è esteso alle autorità, comprese quelle che lo stanno giudicando e che hanno la sua vita nelle mani. Perché Paolo sa che in fondo queste autorità non sono niente davanti a Dio. Forse un forte incoraggiamento per chi è seriamente perseguitato può essere questo: la miglior difesa è l’attacco, ma un attacco fatto di parole di vita, che cambino anche la stessa persona che lo sta attaccando. Purtroppo chi ascolta è veramente poco intelligente e pensa di rimediare soldi da Paolo, che non si presenta certo come un ricco.
4. Difesa davanti a Festo 25:11
Anche davanti al nuovo governatore, che succede a Felice Paolo mette in atto la strategia di reclamare i suoi diritti: rifiuta di tornare a Gerusalemme per essere giudicato dai Giudei, e tiene fermo il suo diritto di essere giudicato dal tribunale romano di Cesarea. Quando sentiamo parlare di cambiamenti di tribunali, ci viene subito in mente la nostra attualità italiana in cui i politici per sfuggire alla giustizia fanno di tutto per cambiare le sedi nelle quali dovrebbero essere giudicati. Ma rispetto alla nostra triste attualità fatta di persone che cercano di sfuggire al giudizio, che cambiano le leggi per non essere giudicate, Paolo ci presenta un esempio di fiducia nella legge civile, che costituisce un suo ulteriore modo di difendersi e che troviamo in queste parole del v. 25:11 “Se dunque sono colpevole e ho commesso qualcosa da meritare la morte non rifiuto di morire: ma se nelle cose delle quali costoro mi accusano non c’è nulla di vero, nessuno mi può consegnare nelle loro mani. Io mi appello a Cesare.” Paolo non si sottrae alla giustizia dicendosi disposto a subire le pene che merita qualora queste siano provate. Ma non si sottrae alla giustizia. Mi colpisce che Paolo nelle varie sedute del processo intentato contro di lui non fa mai la vittima ed è pronto ad assumersi le sue eventuali responsabilità. Ma sa bene di avere ragione ed ha fiducia che le autorità romane riconosceranno la sua innocenza. Forse è ingenuità, ma significa anche far capire all’arroganza umana che un gradino sotto Dio, ci sono altre entità che stanno sopra gli uomini: le leggi, e che queste vanno rispettate.
5. Difesa davanti ad Agrippa: Ancora un poco e farai di me un cristiano!
L’ultimo da cui Paolo deve difendersi è il re Agrippa, Marco Giulio Erode Agrippa II, figlio di Erode Agrippa ed ebreo. Questo rappresenta un misto tra le due entità che finora hanno giudicato Paolo: è ebreo ed è al contempo un’autorità romana. Il racconto di Paolo è quindi accorato, riprende la sua conversione e fa leva sull’identità ebraica di Agrippa: nei versetti da 24 a 32, vediamo che Festo non riesce a capire le parole di Paolo, impregnate di dottrina ebraica. Agrippa invece capisce e al v.27 Paolo è gli strappa una confessione: egli crede nei profeti, quindi non può non credere nel Cristo. Da cui le parole del v. 28”Ancora un po’ e mi convinci a diventare cristiano”. Come con Felice Paolo sa che il problema centrale non è tanto quello di scagionarsi. Il problema centrale è evangelizzare. E se vuole libertà questa serve a portare avanti il vangelo.
Possiamo quindi prendere questo passo finale come una bandiera. Se c’è persecuzione per la chiesa oggi in diversi paesi preghiamo non per la vendetta contro i persecutori, ma perché la chiesa perseguitata riesca a parlare e a far sì che qualcuno dica: per un po’ mi fai diventare cristiano! Se c’è sufficienza rispetto alla fede, se c’è persecuzione ideologica od eccessi laicisti, allora preghiamo che la nostra predicazione possa essere forte e tale da far dire: “quasi quasi, diventiamo cristiani, sperando che chi ci ascolta vada al di là della superficialità di Agrippa, di Festo e degli altri accusatori che in questo passo sono rimasti fermi. Preghiamo ancora perché questa settimana possiamo annunciare Gesù Cristo e perché le persone rispondano dicendo: “Per un po’ mi convinci a diventare cristiano!”, ma che poi lo diventino veramente! AMEN